Cosa sarà delle nostre periferie? Conflitti urbani e aree marginali
Cosa sarà delle nostre periferie? Conflitti urbani e aree marginali
Theomai, no. 37, pp. 20-40, 2018
Red Internacional de Estudios sobre Sociedad, Naturaleza y Desarrollo
Conflictividad Social y Política en el capitalismo contemporáneo. Antagonismos y resistencias (III)

Revista THEOMAI / THEOMAI Journal Estudios críticos sobre Sociedad y Desarrollo / Critical Studies about Society and Development
TheomaiPremessa
Tra il 26 febbraio e il 23 aprile 2009, presso l’Urban Center di Bologna, in pieno centro storico cittadino, il Comune e la Provincia del capoluogo emiliano-romagnolo organizzarono un ciclo di conferenze per conoscere il rapporto di uso, produzione e consumo degli spazi pubblici, e ancora i costumi relazionali, i modi di produrre località dei principali gruppi di cittadini di origine straniera residenti a Bologna. A tutti gli studiosi invitati, per l’occasione, era stato chiesto di presentare delle relazioni che avessero al centro i modelli insediativi della popolazione di origine straniera residente in città negli ultimi anni.
La distribuzione territoriale dei cittadini di origine straniera, del resto, a partire dai primi studi della scuola di Chicago2 è sempre stata tra i principali oggetti di studio delle scienze sociali, la sociologia e l’antropologia urbana in particolare; lo è a maggior ragione, oggi, nel momento in cui, soprattutto a livello mediatico, molti conflitti registrabili negli spazi pubblici urbani vengono rappresentati come «etnici»3. (Alietti, 2012)
Per quanto in Italia non si possa parlare di un’immigrazione esclusivamente urbana, i flussi di cittadini di origine straniera negli ultimi anni si sono spesso diretti verso i comuni più grandi, compreso il capoluogo emiliano-romagnolo4. Al 31 dicembre 2008 gli immigrati residenti a Bologna hanno superato quota 39.400 residenti - ovvero il 17,5% in più rispetto a dodici mesi prima – e, da allora, i cittadini di origine straniera costituiscono più del 10% della popolazione di Bologna. Sono mediamente molto più giovani - 32,4 anni - rispetto alla popolazione bolognese - 47,6 anni - e si concentrano in prevalenza nelle classi di età giovanili: più del 16% dei giovani fino a 24 anni residenti in città sono di origine straniera. Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, la Bolognina, con 17 stranieri ogni 100 residenti, già al 31 dicembre 2008 si confermava la zona più “multietnica”5.
Negli ultimi quindici anni, gli immigrati residenti in città sono quasi sestuplicati, in virtù di processi di regolarizzazione, sanatorie, pratiche di ricongiungimento famigliare, l’entrata della Romania nella Comunità Europea. Processi che, tra le altre cose, hanno favorito la crescita della presenza femminile - dal 2003 la percentuale di donne immigrate supera quella degli uomini.
La distribuzione territoriale degli immigrati si è profondamente modificata in questo periodo. Se nel decennio 1997-2007 tra le zone con la maggiore incidenza di stranieri era possibile sottolineare territori del centro storico cittadino, negli ultimi anni aree più periferiche, che registravano a fine Novanta ancora una presenza limitata di cittadini stranieri, hanno iniziato a contare presenze di immigrati al di sopra del valore medio cittadino. (Bergamaschi, 2010)
La dialettica centro/periferia negli ultimi anni ha dunque perso valore a favore della tendenza verso una distribuzione più omogenea6. A Bologna nel 1997 l’incidenza degli immigrati sul totale della popolazione residente nel centro storico era pari a 4,8%, mentre in periferia era di 2,5%. Dieci anni dopo, i valori sono pressoché simili - rispettivamente 9,1% nel centro storico e 9% nelle zone periferiche (Ibidem). Da una parte, dunque, i nuovi arrivati oggi tendono sempre più a distribuirsi in modo più omogeneo sul territorio comunale; dall’altra, però, si insediano sempre più in zone periferiche e popolari, mentre le zone più benestanti della città registrano valori percentuali decrescenti7.
In questa direzione, nell’ultimo periodo, guardando sempre Bologna, sembra assumere più rilevanza la dialettica sud/nord, ovvero, rispettivamente, tra aree caratterizzate da maggiore qualità edilizia e più verde - mete residenziali sempre più dei cittadini con redditi medio-alti - e aree urbane segnate dalla chiusura di molte fabbriche metalmeccaniche, dunque contesti residenziali non più riqualificati da anni e segnati da un costo della vita più bassi e dalla presenza di molti caseggiati di edilizia popolare - con costi di affitto bassi per quanto concerne le abitazioni. (Ibidem)
Dagli anni Duemila, però, è registrabile un’altra tendenza, ovvero la formazione di zone - isolati, complessi abitativi - all’interno di aree più estese e di quartieri che sempre più si stanno caratterizzando per la presenza di una “seconda generazione” di immigrati8.
Tale tendenza sta favorendo una presenza più omogenea in relazione al territorio cittadino e la coabitazione di diversi gruppi nazionali nella stessa area; eppure, se ciò è indicativo dell’assenza di «ghetti» e quartieri «etnici» (Alietti, 2012), non esclude la formazione recente di zone molto circoscritte di maggiore concentrazione della popolazione non italiana in cui si configura una parziale dominanza di un gruppo o più gruppi nazionali stranieri. Tali micro realtà, però, sono difficili da indagare e meritano una ricerca qualitativa di natura etnografica.
Proprio a partire da quest’ultima osservazione negli ultimi anni ho concentrato lo sguardo sulla trasformazione di determinati zone9 all’interno di quartieri bolognesi alla luce dell’arrivo di sempre più consistenti flussi immigratori. Ho iniziato a chiedermi: come è cambiata la città in questi ultimi anni; e, soprattutto, come sono cambiate quelle aree nella parte nord della città sempre più caratterizzate dalla presenza di ragazzi di origine straniera.
Non è mia intenzione in questo lavoro proporre delle soluzioni, ma piuttosto offrire dati utili che permettano a chi ha il dovere di governare queste aree di leggere al meglio i problemi di questi territori e proporre, di conseguenza, politiche, anche urbanistiche, che sappiano migliorare la qualità della vita dei cittadini che vi abitano. I dati che presenterò sono frutto di ricerche qualitative, di natura etnografica, che fanno riferimento a un territorio specifico di Bologna, la Bolognina. Sebbene siano relativi esclusivamente a questa zona possono essere utili, secondo me, per leggere al meglio problemi che riguardano l’intera città - non è possibile, infatti, isolare la Bolognina dall’intero territorio cittadino come se fosse un’area «naturale», autonoma, indipendente dal contesto più grande che la comprende (Park, Burgess, McKenzie, 1925). Utilizzare la pratica etnografica potrebbe permettere, infatti, di leggere al meglio i problemi e i bisogni di gruppi di cittadini il cui punto di vista spesso non è preso in considerazione nelle pratiche di progettazione urbana. (Cancellieri, Scandurra, 2012)
1. La letteratura sulle marginalità urbane
Negli ultimi venti anni campi di studio all’interno dell’antropologia culturale, come quello legato agli studi urbani e quello legato alle marginalità hanno spesso dialogato in termini di produzione etnografica, per esempio in ricerche che potremmo chiamare «etnografie di strada». (Wacquant, 2002)
In Italia, per esempio, se parliamo di etnografie sulle marginalità urbane possiamo contare poche monografie condotte attraverso la pratica etnografica10. Se ci spostiamo nel campo dell’etnografia «della e nella città» (Eames, Good, 197711) la situazione non è diversa: tanti antropologi che ne hanno definito i confini, la metodologia, hanno ricostruito la storia di questo campo di studi12, ma poche monografie13. La cosa interessante, però, è che queste etnografie, seppure non riescono a competere dal punto di vista quantitativo con quelle statunitensi e francesi14 (Wacquant, 2002), sono state tutte prodotte negli ultimi anni e presentano degli elementi di novità.
L’antropologo Ferdinando Fava, nel 2008, dopo aver condotto una ricerca etnografica sullo Zen di Palermo (2008) ha scritto un interessante saggio dal titolo “Tra iperghetti e banlieues, la nuova marginalità urbana” (Fava, 2008a). Ghetto a Chicago, banlieue a Parigi, poligono a Barcellona, hrushebi a Mosca, hood a Los Angeles: ogni città dell’Occidente, scrive Fava, ha le sue parole per descrivere i propri quartieri «maledetti e marginali» (Fava, 2008a). Il termine slum rimane, però, la categoria più usata per indicare le aree di povertà urbana ma mette insieme un infinito spettro di differenti condizioni abitative. C’è, però, un filo rosso che unisce i territori presi ad oggetto di studio nelle, seppure poche, più recenti etnografie italiane prima menzionate: fanno riferimento tutte ad aree urbane che condividono una stigmatizzazione mediatica territoriale e sempre più abitate da immigrati. Tutte, dalla Genova dei vicoli descritta da Queirolo Palmas, Alessandro Dal Lago ed Emilio Quadrelli (Dal Lago e Quadrelli, 2003; Queirolo Palmas, 2006) al territorio di Porta Palazzo a Torino indagato da Giovanni Semi (2004) e di Porta Venezia a Milano descritta nelle pagine di Asher Colombo (1998), rinviano a condizioni socioeconomiche strutturali violente. Come scrive Fava:
Il segno che la città dell’era urbana si costruisce e si mantiene sempre più sull’esclusione e sulla segregazione di una parte sempre maggiore dei suoi residenti trasformandoli in “altri” da noi. (Fava, 2008a)
Rimanendo dentro questo campo di ricerche che qui proviamo a definire sulle marginalità urbane, la domanda al centro di questo lavoro è: come si sono trasformate in questi ultimi anni le nostre periferie alla luce della crisi di un processo produttivo e industriale - il mondo fabbrica15 - e l’arrivo di consistenti flussi migratori? Che tipo di conflitti caratterizzano questi territori?
Non sarà possibile, nello spazio di questo saggio, rispondere in modo esaustivo a queste domande. La mia volontà è quella d’iniziare un dibattito attorno a questi temi indagando il territorio specifico della Bolognina. Scegliere un territorio oggetto di un radicale processo di trasformazione ancora in corso ci può permettere, infatti, di comprendere determinati fenomeni al centro di questo scritto (Devons, Gluckman, 1964). Lo studioso Emanuel Terray, rileggendo la “Collection Hippocratique”, ricorda che un bravo medico non si può accontentare delle informazioni che gli fornisce un paziente. Un medico è bravo se sa scoprire le malattie non evidenti, quelle che il malato non dice perché non sa trovare le parole adatte, perché non ne ha coscienza o perché ha semplicemente paura di tirarle fuori. Solo in questo modo il medico può trasformare il disagio del paziente in qualcosa di leggibile, discutibile, suscettibile di essere trattato politicamente (Bourdieu, 1993). Studiando la città come fosse un “paziente”, possiamo sottolineare come spesso questo disagio non nasce dal nulla, ma sta dentro contraddizioni più o meno oggettive che riguardano la struttura del mondo del lavoro, delle abitazioni, delle relazioni interpersonali, dell’economia; contraddizioni, che caratterizzano il territorio della Bolognina, che cercherò di esporre nei prossimi paragrafi.
2. Una periferia a nord di Bologna
Sono tre i principali lavori che ho realizzato che hanno concentrato l’attenzione di ricerca su questo territorio. Conducendo, dal settembre 2004 al dicembre 2005, uno studio etnografico che ha avuto per oggetto le pratiche di vita, gli immaginari, le rappresentazioni di un gruppo di senza fissa dimora ospiti di un dormitorio comunale, il rifugio notturno Massimo Zaccarelli, ubicato a ridosso della Stazione Centrale, ho constatato quanto la Bolognina sia da anni oggetto di un radicale processo di ridisegno urbano. Il dormitorio comunale, noto a tutta la cittadinanza con il nome di “Carracci”, a dicembre 2005 venne abbattuto per fare spazio ai binari dell’alta velocità, alla costruzione della nuova Stazione Centrale, al processo di decentramento, avvenuto a fine 2008, degli uffici comunali; più in generale, in seguito a un vasto processo di riqualificazione urbana in un territorio stretto tra la Fiera e la stazione e quindi di grande interesse commerciale. (Scandurra, 2005)
Conducendo, poi, dal gennaio 2006 al gennaio 2007, insieme a un gruppo di colleghi, una ricerca su una fabbrica metalmeccanica chiusa sul finire degli anni Ottanta (Piano b, 2008), la Casaralta, ho avuto modo di assistere a un processo, per la verità iniziato già alla fine degli anni Settanta, di dissoluzione di un intero modo di produzione legato alle fabbriche metalmeccaniche la cui presenza aveva segnato, soprattutto nella percezione di chi abita al di fuori da questo territorio, l’identità di quest’area, la Bolognina, da sempre considerata un quartiere operaio. La chiusura delle fabbriche, della Casaralta in particolare, è avvenuta contemporaneamente all’arrivo, sul finire degli anni Ottanta, di consistenti flussi migratori che hanno esasperato il sentimento di spaesamento da parte di molti residenti storici di questo territorio. Con la fine di questo modello produttivo ho avuto modo di studiare anche la fine di determinati luoghi e spazi di socialità all’interno del territorio.
Infine, un luogo emerso come significativo durante il lavoro sulla Casaralta è stata una palestra di pugilato della Bolognina, la “Tranvieri”, dove ho condotto, con la collega Fulvia Antonelli, una ricerca su un gruppo di pugili dilettanti; la maggior parte degli iscritti alla palestra sono ragazzi di origine straniera, prevalentemente marocchini. Studiando le loro pratiche di vita quotidiane ho avuto modo di indagare i problemi, i bisogni, le speranze di una «seconda generazione» di immigrati (Ambrosini e Molina, 2004), ovvero ragazzi, quasi tutti maschi, venuti in Italia da piccoli e alfabetizzati nelle scuole del territorio. (Antonelli e Scandurra, 2010)
Obiettivo specifico di questo saggio è riprendere i dati raccolti da questi lavori, soprattutto dalla ricerca condotta dentro e fuori la palestra di pugilato, per rispondere a una domanda più generale: che tipo di territorio è oggi la Bolognina?
3. La Bolognina e i suoi abitanti: i senza fissa dimora del Carracci
Da subito, quando ho pensato di concentrare lo sguardo su un’area specifica della periferia di Bologna, ho deciso di indagare questa realtà mettendola in relazione con il più esteso centro storico e con le trasformazioni urbane che hanno avuto come teatro negli ultimi anni l’intero territorio comunale. (Scandurra, 2005; Callari Galli e Scandurra, 2009)
Il Progetto Carracci nasce nel dicembre del 2000 quando, all’appello che il Comune rivolse ai cittadini per fronteggiare l’emergenza freddo, diverse imprese sociali ed enti di volontariato risposero impegnandosi a creare una rete per affrontare le urgenti necessità di riparo delle persone senza fissa dimora che, in quel periodo dell’anno, non avrebbero trovato un posto presso le strutture esistenti in città (Rete Carracci, 2005). La Rete Carracci, composta da un insieme eterogeneo di associazioni, si aggiudicò la convenzione per la gestione della struttura messa a disposizione dal Comune impegnandosi alla realizzazione di un servizio di accoglienza per senza fissa dimora.
Nel giugno 2005 presso il riparo si tenne un seminario intitolato “Un’emergenza durata cinque anni: L’esperienza del progetto Carracci”. In quell’occasione presero parola buona parte dei soggetti che componevano la Rete. Nel cortile del Riparo, ad ascoltare, erano presenti numerosi ospiti della struttura. Si parlò, quel giorno, declinando tutti i verbi al passato poiché il Carracci, come era stato precedentemente deciso, sarebbe stato demolito entro l’anno, nel dicembre 2005. L’edificio del Riparo Notturno, in effetti, era da mesi accerchiato da ruspe, muretti, binari: il Carracci era l’ultima traccia di un quartiere, Navile - che comprende il territorio della Bolognina - che, più di altri quartieri della città, stava cambiando radicalmente. (Callari Galli e Scandurra, 2009)
La ricerca sul campo su un gruppo di senza fissa dimora ospiti del Dormitorio è stata inizialmente circoscritta al riparo notturno; solo successivamente ho scelto di allargare il terreno di indagine focalizzando l’attenzione sui percorsi urbani quotidiani degli ospiti del Riparo. Ho condotto interviste nei bagni pubblici, nelle mense, nelle biblioteche cittadine, ma soprattutto in altre strutture di accoglienza, principalmente diurne. Ho avuto modo di conoscere i loro amici, sapere quali fossero le loro relazioni, come passassero il tempo libero; attraversando con loro la città, ho realizzato una ricognizione dei luoghi dove alta è la concentrazione di senza fissa dimora, per descrivere queste aree e fare di Bologna, soprattutto il suo centro storico, oggetto di analisi antropologica. (Hannerz, 1992)
Ovviamente, i luoghi che attraversano questi cittadini senza residenza sono molti e tra loro sono radicalmente diversi16. Da una parte, ci sono i luoghi dello «scambio assistito», ovvero i luoghi gestiti da centri assistenziali e gruppi di volontariato (Bonadonna, 2001). Questi sono spesso luoghi dove non si costruisce capitale sociale, piuttosto ci si riposa, si guarda la televisione. Dall’altra, quei luoghi dove queste persone si incontrano per scambiarsi e vendersi oggetti di ogni tipo, luoghi di attrazione per la piccola ricettazione e lo spaccio di droghe; «mercati» più o meno improvvisati che non hanno luogo fisso e cambiano a seconda dell’intensità dei controlli di polizia (Ibidem). A Bologna rientrano in questa categoria territori come Piazza dei Martiri, Piazza Puntoni, via Zamboni all’altezza di Piazza Verdi, tutta l’area della ex Manifattura Tabacchi a ridosso della Cineteca in via Azzo Gardino; ovvero luoghi del centro storico e dell’area universitaria. Qui molti senza fissa dimora, tutt’oggi, possono praticare la loro primaria economia di scambio, il baratto: si scambiano vestiti, schede telefoniche trovate dentro le cabine, scarpe e vestiario utile per proteggersi dal freddo.
Sono tutte zone del centro storico perché qui è possibile fare elemosina; ma sono luoghi centrali anche perché zone come Piazza Verdi sono molto frequentate dagli studenti, sono i territori preferiti da tipologie di persone, anch’esse non residenti, che tollerano i senza fissa dimora e hanno rapporti di diverso tipo con loro. Nonostante l’area universitaria, infatti, sia tra le più sorvegliate dalle forze dell’ordine questa rimane un luogo centrale per molti abitanti che si rappresentano come «esclusi» dalla cittadinanza. (Castelli, Scandurra, Tancredi e Tolomelli, 2011)
Quindici mesi di ricerca insieme a un gruppo di senza fissa dimora mi hanno permesso di evidenziare quanto, seguendo i percorsi quotidiani che avevano portato un gruppo di loro a Bologna, e i loro movimenti quotidiani in città a partire dalla Bolognina, dove era sito il Riparo, questo territorio periferico fosse già allora in relazione di reciproca influenza con il più esteso centro storico; non poteva, dunque, essere analizzato come spazio di aggregazione residuale e dissonante rispetto ad aree più centrali; né, di conseguenza, essere indagato in quanto contesto urbano periferico, solo come localizzazione geografia e culturale circoscritta. (Callari Galli e Scandurra, 2009)
4. Il centro storico e le sue periferie
Nel libro “La città e le ombre” (2006), Alessandro Dal Lago ed Emilio Quadrelli descrivono Genova come una città portuale utilizzando una letteratura sociologica che sottolinea l’esistenza di caratteristiche fisiche comuni tra territori come il vieux port di Marsiglia, l’area portuale di Napoli, Bari vecchia, il Barrio chino di Barcellona. Come nel caso genovese, sottolineano i due sociologi, sono tutti quartieri antichi a ridosso di porti, spazi di transito e di approdi temporanei, caratterizzati da edifici fatiscenti, vicoli oscuri, economie marginali: territori che possono essere messi a confronto in virtù del fatto di essere stati oggetto di «processi sociali comuni». (Dal Lago e Quadrelli, 2003)
Gli antichi palazzi sono abitati da cittadini comuni e, ai piani alti, anche da rampolli della nobiltà, mentre a poca distanza gli immigrati si insediano in edifici degradati o pericolanti. Dipartimenti universitari danno su vicoli ben noti ai clienti delle transessuali, i tossicodipendenti si raggruppano in piazze o salite su cui si affacciano chiese, musei e scuole […]. Città chiusa in se stessa, in effetti, da confini quasi naturali, come i portici, le porte, le valli, dunque ambiente unico per la ricerca sociale, e in particolar modo etnografico […]. Il mutamento economico e sociale vi si può leggere quasi quotidianamente, i cambiamenti sono sovrapposti e databili. Il passaggio dall’economia industriale a quella dei servizi, il declino della classe operaia e delle sue rappresentanze sindacali e politiche, il travaglio delle amministrazioni locali, la disoccupazione giovanile, l’immigrazione e la xenofobia occulta o dichiarata, il sentimento di insicurezza, l’imprenditoria politica locale che fa leva sulla paura. (Dal Lago e Quadrelli, 2003: 1017)
Seppure senza porto, tale descrizione di Genova potrebbe ingannare un turista che scegliesse di passare qualche giorno, e qualche notte, nel centro storico bolognese. Anche a Bologna, guardando soprattutto le sue aree centrali, possiamo parlare di due città, due mondi che convivono sullo stesso palcoscenico senza «sfiorarsi», e soprattutto «ignorandosi». (Dal Lago, Quadrelli, 2003)
Il centro di Bologna ha una caratteristica peculiare, derivante per certi aspetti dalla sua conformazione urbanistico-architettonica, la presenza dei portici, che non è riscontrabile in altri centri, come per esempio i centri storici più museificati di Firenze e Roma, dove la città “illegittima” è per lo più relegata alla periferia. Questo aspetto fa sì che il centro di Bologna non sia socialmente omogeneo: gli antichi edifici sono abitati da cittadini comuni, da una media e alta borghesia, oppure da studenti, ma è sotto i portici che Bologna si fa caleidoscopio della diversità. Davanti alle vetrine dei negozi di lusso, dei teatri, delle chiese, sostano senza fissa dimora, immigrati che qui svolgono le loro attività, spesso vi dormono. I portici, in un certo senso, diventano dimora mentre i residenti storici scorrono loro accanto, così che mondi sociali diversissimi si sfiorano e coesistono senza che «gli sguardi degli abitanti di un mondo si soffermino sui frequentatori dell’altro» (Dal Lago e Quadrelli, 2003: 13). Piazza Verdi, zona universitaria, è uno di questi spazi dove questi due mondi convivono senza toccarsi. (Castelli, Scandurra, Tancredi e Tolomelli, 2011)
Esistono diversi territori, dove tali cittadini “illegittimi” - i senza fissa dimora al centro del mio studio (Scandurra 2005) - sono soliti trascorrere il tempo in città. Ciò che accomuna questi luoghi è che, nonostante siano per lo più dislocati nel centro storico della città, assumono le sembianze di zone periferiche - un angolo nascosto nella Sala Borsa, una panchina invisibile perché tra due cespugli a Piazza dei Martiri, un interstizio tra due portici a via Zamboni, in piena area universitaria.
In questo senso, durante la ricerca sul Carracci (Ibidem), mi sono accorto di come la dialettica centro/periferia perdeva senso come chiave di lettura. Già durante gli anni Novanta, infatti, l’assetto urbano della città doveva essere ristudiato, a cominciare proprio dal centro storico, poiché le mura dei palazzi cominciavano a deteriorarsi: ai problemi di subsidenza si andavano sommando problemi di integrità strutturale degli edifici del centro, sempre più colpiti dalle vibrazioni dovute all’aumento del traffico nella cerchia delle mura cittadine. Il centro storico, con le sue stradine e la sua pianta medievale, non poteva più reggere l’uso sempre più intensivo cui era stato destinato con il beneplacito delle istituzioni: lo sviluppo dell’aeroporto, dell’ente fiera, delle agenzie immobiliari, delle cooperative sociali, delle aziende e dei servizi dei trasporti è stato favorito per attirare in città un maggiore afflusso di masse di persone, per rivitalizzare l’economia del terziario bolognese in un’epoca che possiamo definire come post-industriale, in cui persino i “fiori all’occhiello” dell’area, come l’industria meccanica, vedevano ridursi il loro fatturato se non il loro prestigio. (Giuliani e Scandurra, 2006)
Nei primi anni Novanta, inoltre, il numero degli studenti dell’ateneo cittadino aumenta verticosamente – alla fine del decennio è possibile contare la presenza di circa 100.000 studenti su una popolazione complessiva inferiore a 400.000 residenti. Nonostante tutti questi processi di trasformazione, solo negli ultimi anni l’Amministrazione Comunale si è presa l’onere di governare le conseguenze di questi fenomeni decentrando molte delle funzioni amministrative, molti dipartimenti universitari e centri culturali, lo stesso Comune che oggi ha una sede proprio nel territorio della Bolognina. (Piano b, 2008)
Bologna non è Parigi, non ha un grande centro e una banlieue. Anzi, potremmo dire la banlieue e il centro sono in un certo senso invertiti: il centro storico è periferia. Gli studenti, soprattutto quelli fuori sede, lo occupano in massa; le attività commerciali sono sempre più gestite da immigrati; le colf filippine e le badanti polacche, non potendo invitare i conoscenti in case minuscole o nelle abitazioni in cui lavorano, si ritrovano a chiacchierare in piazza Maggiore e in altri luoghi storicamente regno dei residenti storici, come i Giardini Margherita. Il centro storico di Bologna negli anni Novanta è rinato, si è arricchito di colore e attività commerciali grazie alle decine di piccole botteghe aperte dai cittadini pakistani, indiani, bengalesi e sudamericani che offrono un servizio altrimenti irreperibile per la popolazione residente e gli studenti universitari. Le donne moldave, polacche, ucraine, peruviane e filippine sono sempre più insostituibili nel sostegno morale e fisico di centinaia di anziani che non possono permettersi i costi delle case di cura. Questa paradossale visibilità dello “straniero”, che utilizza in modo diverso lo spazio pubblico cittadino induce sempre più spaesamento nei “bolognesi autentici”. Tale shock, a sua volta, ha certamente avuto un importante ruolo nel portare gli amministratori della città a mettere al primo punto dell’ordine del giorno questioni ambigue e controverse come quella della “legalità”, della “sicurezza”, del “degrado”. (Castelli, Scandurra, Tancredi e Tolomelli, 2011)
Tali processi e cambiamenti che hanno investito il centro storico bolognese hanno portato delle conseguenze nei territori fuori dalle Mura, in particolare nelle periferie storiche come quella della Bolognina. Non prenderò tanto in rassegna le trasformazioni fisiche avvenute negli ultimi anni in questo territorio frutto di specifiche politiche di pianificazione: la nascita di un nuovo Comune, la “navicella” people mover che a breve collegherà l’aeroporto al quartiere Navile, la “Trilogia Navile”, ovvero l’edificazione di numerose case, con servizi e attività commerciali annessi, sulle ceneri delle vecchie abitazioni popolari, i nuovi grandi centri commerciali nati dalle vecchie fabbriche dismesse, la rete di alta velocità che attraversa proprio via Carracci, la costruzione, in buona parte già conclusa, della nuova stazione centrale con una seconda uscita proprio sulla Bolognina; piuttosto, nei prossimi paragrafi, concentrerò l’attenzione sulle conseguenze in termini di vita sociale e “comunitaria” che hanno comportato questi interventi.

Vecchi negozi nelle aree del centro storico bolognese oggi chiusi per fare spazio ad attività commerciali gestiti da cittadini di origine straniera. Foto Archivio Piazza Verdi
Theomai

Due senza fissa demora escono dal Dormitorio Carracci chiuso nel Dicembre 2005 per fare spazio ai binari dell’alta velocità in costruzione. Foto di Armando Giorgini, 2005
Theomai5. La Bolognina e i suoi opera
Nel 1919 l’imprenditore bergamasco Carlo Regazzoni rilevò lo stabilimento Sigma nel territorio della Casaralta, una porzione di periferia nell’area della Bolognina; territori che poi, con la riforma dei quartieri, avrebbero fatto parte entrambi del quartiere Navile. Nascono così le Officine di Casaralta (Piano b, 2008) e la prima periferia nord della città inizia a divenire tra le aree più industrializzate della città, sicuramente quella più caratterizzata dalla presenza di operai residenti nel territorio.

La vecchia fabbrica della Casaralta oggi dismessa como tutte le altre fabbriche metalmeccaniche del quartiere. Foto di Paolo Lambertini, 2007
TheomaiLa fabbrica ha rappresentato per molti operai che ho conosciuto durante la ricerca sulla chiusura delle fabbriche metalmeccaniche del quartiere, condotta tra il gennaio del 2006 e il gennaio del 2007 (Ibidem), un punto d’arrivo, il sogno tangibile dello sviluppo; per molti l’ingresso in fabbrica ha significato un progresso nelle condizioni di vita. Su questo spesso ha pesato la provenienza contadina di una buona parte degli operai: molti sono stati infatti i pendolari che sono venuti dal Ferrarese, un’area agricola dove non era sviluppata alcuna industria. Tanti altri, dal Meridione, sono arrivati alla Bolognina nel secondo Dopoguerra per lavorare proprio in queste fabbriche. (Ibidem)
Dopo la chiusura della fabbrica Casaralta, che si è aggiunta a quella di altre fabbriche presenti nel territorio, quest’area urbana oggi si caratterizza per le numerose aree dismesse.
Decine di migliaia di metri quadrati del territorio urbano bolognese sono occupati da lastre di cemento, capannoni fatti di vetri rotti e muri diroccati che disegnano il volto di questa prima periferia della città, fino a qualche anno fa luogo di lavoro e produzione, teatro di dure lotte operaie e di una particolare socialità di fabbrica, oggi spazi dell’esclusione sociale in attesa di diventare territori appetibili per specifici processi di speculazione edilizia. (Ibidem)
Con la crisi del sistema produttivo, nel quartiere Navile non si sono persi solo posti di lavoro, ma è in via d’estinzione anche un modello di relazioni legato al territorio. La vita di fabbrica, dentro e fuori l’orario di lavoro, non ha trovato fino ad oggi validi sostituti. Soprattutto se pensiamo che accanto a queste fabbriche erano attive le case del popolo, le sezioni territoriali del Partito Comunista, i centri sociali per anziani, tutti luoghi di ritrovo che sono scomparsi o stanno scomparendo.
Mentre le fabbriche chiudevano, alla fine degli anni Ottanta, arrivavano sempre più consistenti flussi migratori e la Bolognina si arricchiva di nuovi cittadini, per lo più cinesi nella parte est del Navile, l’area di Casaralta, e marocchini nella parte ovest, sempre a ridosso del centro del territorio, Piazza dell’Unità. (Ibidem). Un secondo e grande flusso migratorio, però, che, a differenza del primo, quello costituito da uomini e donne emigrati nei primi anni del Secondo Dopoguerra in cerca di lavoro, non sembra riuscire a integrarsi nel territorio ed è percepito come un problema per quegli stessi cittadini della Bolognina di origini meridionali o arrivati in città negli anni Cinquanta dalle province circostanti.
6. La Bolognina e i suoi pugili “stranieri”
Insieme a Fulvia Antonelli, dal febbraio 2007 al febbraio 2010, abbiamo condotto una ricerca etnografica sulle pratiche di vita quotidiane di un gruppo di pugili dilettanti della “Tranvieri”, una palestra della Bolognina a ridosso di Piazza dell’Unità (Antonelli e Scandurra, 2008; Scandurra e Antonelli, 2010). Entrare alla Tranvieri ha significato fare i conti con cinquanta anni di pugilato a Bologna - la palestra è stata aperta nel 1950 -, con la storia di uno sport nato nei circoli del Dopolavoro operaio, con la cultura della socialità e del tempo libero in uno dei territori tra i più popolari della città.
Noi a Bologna facevamo due riunioni alla settimana, il lunedì della boxe al Paladozza e i venerdì della boxe alla Sempreavanti, sotto lo stadio, che c’era una palestra. E il pubblico era enorme: quando avete mai visto al Palazzo dello Sport di Bologna ottomila persone in piedi che vanno a vedere un incontro di pugilato? Lo facevano i grandi pugili […]. Diciamo che i ricordi sono bellissimi perché era un’altra vita, un altro sport. (Albano)18
Albano, che frequenta da anni la palestra Tranvieri, così ricorda gli anni ‘50, ‘60 e ‘70 a Bologna, gli “anni d’oro” del pugilato bolognese e nazionale. Quasi tutte le persone che abbiamo intervistato e che hanno vissuto questi match, come diretti protagonisti o come semplici spettatori, raccontano questo periodo come irrepetibile, poiché “valorosi” erano i pugili, “eroici” i combattimenti: “un altro sport” appunto.
Oggi alla Tranvieri combattono altri pugili, quasi tutti di origine straniera, che non hanno vissuto questo periodo. Le storie degli attuali pugili della palestra della Bolognina fanno emergere i problemi e le difficoltà reali che comporta una carriera da boxeur e decostruiscono il mito del pugilato bolognese durato fino alla fine degli anni Settanta. Non è un caso che nella palestra i vecchi pugili del passato, i quali continuano ad allenarsi nello stesso posto dove hanno iniziato la loro attività sportiva, occupino luoghi della Tranvieri differenti da quelli dove si fermano a riposare e parlare tra loro i pugili più giovani durante le pause degli allenamenti.
La “zona muretto” della palestra, per esempio, quella al lato del ring, fra gli attrezzi per i pesi e le panche per gli addominali, rappresenta uno «street corner» per i “veterani” della Tranvieri (Whyte, 1943). Quest’area, posizionata appunto tra il ring, le panche e i pesi è uno spazio istituzionale strategico perché da questo angolo è possibile avere una visione completa di tutto quello che succede in palestra. Il “muretto” è il luogo dove vengono raccontati storie e aneddoti sulla boxe come quelli di Albano, dove la memoria della palestra viene trasmessa ai nuovi iscritti.
Ernesto, un ex pugile dilettante, è uno dei membri più ascoltati in palestra in virtù della sua presenza quotidiana alla Tranvieri da più di quaranta anni, ed è tra i pochi che può permettersi di rappresentare il mondo della boxe bolognese e della Tranvieri in altri modi rispetto a quello “ufficiale” poiché la sua fedeltà al pugilato e alla storia della palestra è indiscutibile. Come lui, altri ex pugili dell’età dell’oro come Dante sono stati disponibili a raccontarci, oltre agli aneddoti, anche il lato oscuro del pugilato e le difficoltà che hanno incontrato nella loro carriera professionistica: le sconfitte ingiuste, gli incontri combinati, il potere degli sponsor. Emerge spesso in queste storie la “fame” di uomini, che poi hanno ottenuto molte soddisfazioni sul ring, i quali, in quegli anni gloriosi, praticavano la boxe per guadagnare qualcosa: comperare una moto, uscire con le ragazze il sabato sera, acquistare dei vestiti alla moda.
Io penso di essere stato un buon dilettante […]. Ma il mio sport era il motociclismo […]. Io con i miei amici volevamo essere come Marlon Brando in “Fronte del Porto”. Però per correre in moto ci vogliono dei soldi […], e tutti i soldi che prendevo dal pugilato sia nel dilettantismo che nel professionismo li mettevo sulla moto. Una volta mi hanno chiamato il venerdì per fare un match il sabato sera ed erano sei mesi che non venivo in palestra perché avevo fatto un incidente con la moto e mi ero rotto un paio di costole, e ho accettato di farlo perché si prendevano dei soldi. Poi finalmente ho smesso sia di correre in moto che di fare pugilato. Perché nel pugilato io ero quello che andava per far vincere gli altri. Non è che dovevo, però è evidente che mi chiamavano sempre con gente che era molto più allenata di me. Uno che mi chiamava il venerdì per fare un match il sabato allora mi doveva dare un sacco di soldi in quelle condizioni […]. In azienda prendevo circa 75 mila lire al mese quando sono diventato qualificato, e per quell’incontro mi avevano offerto 300 mila lire. L’ho fatto per soldi, ma poi mi sono stufato di prendere botte. (Dante)
La palestra ha aiutato molti pugili come Dante a uscire dal mondo della strada come spesso ci hanno detto molti ex pugili: le risse, i furti, le bravate, i conflitti fra bande giovanili.
La palestra […] ho iniziato nel ‘60 che mi sono proprio tesserato, avevo diciannove anni. Con la palestra inizia che ti danno una certa disciplina e veniva eliminato il discorso delle botte per la strada, perché non avevo bisogno di sfogarmi lì, mi sfogavo qui […] mi sfogavo […] mi sfogavano gli altri! Ma non è che io ero un attaccabrighe, era che il 70% dei ragazzi della Bolognina per passare il tempo si picchiavano, però […] due botte e poi amici come prima, beh, magari non subito. (Dante)
Confrontando le parole di Albano e di Dante con quelle dei boxeurs protagonisti del nostro studio del pugilato, non sono affatto dissimili le ragioni che hanno spinto questi ultimi ad allenarsi in palestra. I giovani pugili della Tranvieri sono adolescenti, dai dodici ai venticinque anni, che in parte frequentano la scuola, gli istituti professionali della Bolognina, in parte sono alle prese con le prime esperienze nel mondo del lavoro. Molti abitano nel quartiere e qui passano buona parte del loro tempo libero. Nei loro racconti l’ingresso alla Tranvieri emerge come un evento piuttosto casuale, una scelta come un’altra ma, quando interrogati sulle loro motivazioni più profonde, la volontà di praticare la boxe è risultata sempre rispondere a un bisogno di sfogo, di autodisciplinamento corporeo o di socialità.
Ho diciannove anni appena compiuti, ho iniziato circa un anno e mezzo fa. Ho iniziato perché avevo dei problemi in casa e l’unico posto dove mi trovavo a mio agio era questo. Fuori […] dove potevo sfogarmi, dove avevo più respiro era la palestra. Ho fatto questa scelta perché al posto di andare in giro a fare il bullo ho deciso di venire in palestra inizialmente senza nessuna intenzione di combattere. (Anuar)
Per quello ho iniziato ad andare in palestra, il motivo principale sono state sempre le solite discussioni fra mia madre e mio padre […] mi davano sui nervi e andavo fuori, e mi dovevo sfogare con qualcosa […] fumare mi faceva schifo, bere lo odiavo, stare a ballare fuori sabato e domenica e basta […] rispetto non l’avevo […]. (Kalhed)
I racconti di giovani boxeurs come Anuar e Kalhed, entrambi figli di marocchini venuti in Italia più di dieci anni fa, sono pieni di riferimenti a tensioni che questi ragazzi vivono dentro la famiglia, in un ambiente scolastico scoraggiante e vissuto in modo conflittuale, per via di esperienze lavorative fallimentari dove la maggior parte di loro ha capito il significato della parola «insuccesso» (Guerzoni e Riccio, 2009). Le pratiche di vita quotidiane di Kalhed e Anuar sono le stesse di altri loro compagni di palestra nati in Italia ma senza cittadinanza che vivono quotidianamente la Tranvieri una volta finito il tempo della scuola, del lavoro, delle responsabilità famigliari. Il «rispetto» di cui parla Kalhed costituisce per questi giovani pugili un valore fondamentale (Bourgois, 2003). La Tranvieri, allora, anche se non sempre in modo consapevole, si configura come una scelta motivata perché permette a questi ragazzi di sentirsi rispettati, di provare il proprio valore, di dimostrarsi forti senza il carico di autodistruzione che lo sfogo e l’affermazione di sé in forme aggressive produrrebbero in altri contesti, come emerge dall’intervista a un altro pugile di origine marocchina:
Io sono uno che quando si arrabbia non ci vede più, infatti il pugilato mi serve anche per questa cosa qua, quando mi arrabbio mi sfogo un po’ qua. È una brutta cosa. In terza media un ragazzo mi ha mandato a fanculo, e io mi sono arrabbiato e gli ho buttato un tavolo addosso, gli ho spaccato la schiena. Non ci ho capito più niente. Questo qua mi diceva sempre: “Sei un marocchino, tornate al tuo paese”. Io non gli ho mai fatto niente fino ad allora, poi ho reagito. Quella volta mi volevano sospendere da scuola, solo che io non avevo mai fatto niente e non mi hanno punito. (Samir)
La scuola, gli istituti e i corsi professionali della Bolognina frequentati da Samir, Kahled, Anuar rappresentano, nelle loro parole, dei luoghi di umiliazione. La maggior parte di questi giovani boxeurs vede gli istituti professionali del quartiere come istituzioni totali dove più che acquisire una formazione e delle conoscenze, ovvero costruirsi un futuro, si acquista solo la consapevolezza di tutto ciò che non potranno essere né diventare.

Tutti i pugili della Tranvieri insieme prima di una riunione di boxe. Foto di Fulvia Antonelli, 2009
TheomaiA scuola mi piaceva molto andare. A me ha rovinato mio padre perché diceva che non avevo la testa per andare in una scuola diversa e mi ha mandato all’istituto professionale e io davvero la odiavo quella scuola con tutte le mie forze dal profondo del mio cuore, io odiavo la meccanica, odiavo fare l’idraulico, odiavo l’elettricista, odiavo fare tutti i lavori merdosi che ti toccano se vai lì […]. Io mi chiedevo perché devi sempre fare o il falegname o l’elettricista, perché sei destinato a fare il muratore, perché non puoi studiare, che ne so, fare l’avvocato? (Kalhed)
La grande parte dei pugili protagonisti della nostra ricerca ha alle spalle storie di migrazione forzata, difficoltà economiche, precarietà sociale e un vissuto quotidiano comune dove i luoghi di ritrovo sono i cortili, i campetti di basket e di calcio abbandonati, i vicoli del quartiere a ridosso delle scuole.
Puoi fare il giro di tutte le palestre del mondo, nelle palestre di pugilato non trovi uno ricco, perché è gente che deve avere della cattiveria, perché se non hai della cattiveria sei finito […]. La gente povera, io, un altro, gente che è un po’ cattiva dentro, che ha vissuto un po’ la vita, che sa cosa significa stare nella strada, cosa vuol dire picchiarsi per la strada. La gente che fa pugilato inizia a fare a botte in strada a dieci anni […]. Cisono stati due amici che hanno fatto tanta galera, davvero tanta galera. Poi uno è venuto qui con me. Questo qua era una bestia, una bestia davvero, faceva pugilato per la strada, se lo vedevate vi prendevate paura. Picchiava tutti. È venuto qua, l’ho portato in palestra e lui diceva: “No, io voglio fare i soldi veloci”. Anch’io ne ho fatte tante nella vita, ho rubato, uno è ragazzo, ma dopo capisce che così non si va avanti, e gli dicevo: “Senti a me, statti tranquillo qua”, e lui: “No, io adesso vado a rubare una macchina, poi rubo a un negozio, mi faccio un po’ di soldi”; era fissato, l’hanno preso lui e un altro, la polizia, dopo una rapina […]. Io sono cresciuto con lui, purtroppo era così, noi facevamo tutto insieme, eravamo proprio legati, è con lui che ho iniziato a fare pugilato. (Erzan, giovane pugile di origine albanese anche lui residente in Bolognina)
La Tranvieri per questi ragazzi non costituisce un ambiente altro rispetto alla segregazione territoriale che caratterizza determinate aree e luoghi di incontro di quartieri periferici di Bologna come la Bolognina. E’ possibile parlare infatti di un’omogeneità di condizione sociale se ci si riferisce ai giovani pugili iscritti in palestra; ciò che però li distingue dai loro compagni di strada, nella maggior parte dei casi compagni di banco di scuola o colleghi di lavoro, quasi tutti nati in Italia ma figli di genitori nordafricani, è la ricerca di autocontrollo, di disciplina, la volontà, espressa attraverso il pugilato, di governare la propria vita, spesso vissuta come un destino da sfidare quotidianamente. Il pugilato per i ragazzi della palestra non rappresenta tanto una soluzione alla frustrazione verso un mondo sociale che sentono indifferente quando non ostile nei loro confronti, piuttosto la possibilità di non essere sempre rappresentati in esso come esclusi.
7. Le origini di un conflitto
Una volta conquistati determinati rapporti di fiducia con un gruppo di giovani pugili abbiamo cominciato ad uscire dalla palestra con loro. Il rapporto strada-ring è determinante per la Tranvieri. Tito, l’allenatore più anziano della Tranvieri, è consapevole di quanto la sua palestra attinga i pugili migliori, come nel caso di Erzan, dalla strada, dai caseggiati della Bolognina. La Tranvieri, come vedremo in seguito, ha un forte rapporto con il territorio che la ospita; se, però, prima poteva contare, per quanto concerne i suoi iscritti, su molti operai, quasi tutti italiani, che lavoravano nelle fabbriche del quartiere e prendevano la residenza alla Bolognina, oggi dipende sempre più, in termini di risultati sportivi, da un gruppo di giovani di origine straniera che abitano a poche centinaia di metri dalla palestra.
Quando abbiamo chiesto a Ernesto, che è la persona che da più anni frequenta la Tranvieri, di descriverci i suoi vecchi compagni di palestra, sono emersi racconti e storie di vita non dissimili da quelli degli attuali pugili targati Tranvieri. Parole come “strada”, “cazzotti”, difficoltà famigliari e a integrarsi nel territorio, nel mondo del lavoro, ritornano spesso nei discorsi di Ernesto come in quelli di Kalhed.
La Bolognina, nei primi anni del secondo Dopoguerra, rappresentava per ventenni come Dante, Ernesto, Albano un territorio tutto da esplorare. I loro genitori, come quelli di Anuar, non riuscivano a controllarli dopo la scuola. Molti vecchi pugili, in maniera simile a come racconta Kalhed, formarono in quegli anni delle “bande” di quartiere composte tutte da giovani ragazzi, quasi tutti maschi, che passavano il tempo giocando nei cortili, nei parchi, nelle piazze pubbliche del territorio.
Artemio, per esempio, ricorda come nel secondo Dopoguerra, a Bologna, spesso gli capitò di sentire alcuni uomini chiamare sua madre, siciliana, una “marocchina”. Una volta l’ex pugile ci ha confessato che si sentì obbligato a venire alle mani con un bolognese che scherzava sulla sua origine meridionale. Alla base dell’unica reazione violenta che ha avuto nella sua giovane vita fuori dal ring Samir, come abbiamo visto in precedenza, vi è stata proprio l’accusa rivolta al pugile di essere un “marocchino di merda”.
Nonostante tutte queste somiglianze, così profonde nelle pratiche di vita quotidiane, nel rapporto con il territorio, nell’investimento in termini di carriera sulla boxe, nel difficile rapporto con la scuola e la famiglia, nel modo di comportarsi e relazionarsi fuori dalla palestra quando si diventa pugili, i vecchi boxeurs della Tranvieri non riconoscono più oggi il territorio che abitano come la “loro” Bolognina e fanno anche fatica a identificarsi nella nuova leva di pugili che si allenano in palestra.
Io per dire ho anche nostalgia di come si viveva allora, che mi ricordo che a mezzanotte si andava tutti a prendere il giornale in stazione che usciva, adesso le cose sono cambiate. Allora, per esempio, non ho mai avuto paura che qualcuno potesse prendermi il portafoglio, adesso via Barbieri - una delle strade della Bolognina più abitata da immigrati, per lo più nordafricani (n.d.a.) - non si riconosce più, è cambiata completamente. (Dante)
Conclusioni
Molti ragazzi di origine straniera che vivono alla Bolognina che oggi s’iscrivono alla palestra di pugilato vogliono sfuggire dal mondo della strada, ma soprattutto ai lavori che a loro vengono offerti sul territorio. Negli ultimi anni l’Amministrazione Comunale ha deciso di ricostruire dalle ceneri delle fabbriche metalmeccaniche centri e attività commerciali, oltre a una rete di servizi legati al terzo settore, anche alla luce del processo di gentrificazione in atto (Piano b, 2008). Tutti lavori tipici del settore manifatturiero degradato e della nuova economia dei servizi, dove, come si lamenta spesso Anuar, bisogna quotidianamente tollerare atti razzisti dal “padrone”, mettere in contro l’umiliazione culturale e la perdita dell’“onore maschile”, come ci ha detto più volte nello spogliatoio Kalhed, se si vuole tenere stretto il posto; tutte occupazioni che non garantiscono né sicurezza economica né possibilità di ascesa.
La palestra, per alcuni pugili come Erzan, spesso appare l’unica speranza e acquisisce senso proprio nel momento in cui, come abbiamo visto, questi ragazzi incontrano difficoltà nel mondo lavorativo; così la speranza, in realtà senza alcun fondamento, di fare carriera attraverso il passaggio al professionismo è diventata sempre più reale per Kalhed ogni volta che il giovane di origine marocchina ha preso coscienza che i lavori che stava facendo altro non gli avrebbero portato che umiliazioni e senso della sconfitta19.
Asher Colombo, nello studiare i percorsi lavorativi di un gruppo di immigrati algerini confronta l’attuale realtà lavorativa milanese a quella industriale francese durata fino alla fine degli anni Settanta riportando, nel suo testo, le riflessioni sul mondo operaio di studiosi come Dubet e Lapeyronnie:
In una società organizzata attorno all’industria, lentamente gli immigrati trovano la loro collocazione all’interno del mondo operaio. Progressivamente essi si inscrivono nelle lotte sindacali, si appropriano e condividono la coscienza di classe dei propri compagni di lavoro e abbandonano lo statuto di immigrati. La loro integrazione avviene attraverso l’integrazione nella Francia popolare e a volte nella contrapposizione con la destra. Il mondo operaio e le periferie rosse furono un formidabile strumento di integrazione degli immigrati esterni, degli immigrati interni e degli stranieri. Grazie al lavoro operaio, ai sindacati e alla comunità operaia, le periferie rosse poterono assorbire le nuove popolazioni. Il loro declino è il declino di questo strumento di integrazione. Il problema immigratorio è allo stesso tempo conseguenza e cifra di questa decomposizione. (Colombo, 1998: 92)

Lo spazio di allenamento della palestra Tranvieri. Foto di Fulvia Antonelli, 2008
TheomaiLa Bolognina non è un ghetto né una banlieue. Questo territorio, dove abitano la maggior parte di pugili della Tranvieri dagli anni Cinquanta ad oggi, è caratterizzato dalla crescita dell’industria basata sull’information technology, dalla frammentazione del lavoro salariato, dalla trasformazione del welfare pubblico a tutti i livelli municipali. Tutti processi, ricorda Fava nel suo saggio (Fava, 2008a) che si sono abbattuti sui ghetti afroamericani e sulla banlieue operaia francese «aggravando notevolmente la condizione dei residenti». (Fava, 2008a)
Con la chiusura delle fabbriche il mercato del lavoro locale sta sempre più emarginando i giovani immigrati che, in alcune aree del territorio, raggiungono il 25% della popolazione complessiva residente, relegando persone come Anuar ai margini dell’economia dei servizi; dai racconti di Kalhed ed Erzan negli spogliatoi, per esempio, emerge sempre più l’esistenza di nicchie del terziario dequalificato dove vengono assunti senza contratto (Wacquant, 2000). Se tali processi sono stati descritti, negli ultimi anni, in altri territori e aree urbane periferiche italiane, ciò che allarma, per quanto concerne la Bolognina, è come la crisi di questi contesti produttivi e lavorativi vada di pari passo con quella che tocca i mondi scolastici, i luoghi della socialità di quartiere, i contesti domestici.
Samir ci ha parlato in più di un’occasione degli istituti professionali del territorio dove studia e della nascita di vere e proprie classi differenziali per immigrati - quelle stesse scuole che avevano reso, anni prima, Artemio un operaio specializzato (Farmer, 2003). Dante ed Ernesto ci hanno descritto il loro ritrovarsi sempre più spesso, negli ultimi anni, nel bar del centro commerciale che ha preso vita dopo la chiusura della fabbrica dove avevano lavorato per tanti anni e la scomparsa del centro sociale di quartiere dove erano soliti ritrovarsi con i loro ex colleghi. Kalhed ed Erzan, infine, in più di un’occasione ci hanno raccontato le loro difficoltà a casa, davanti a genitori che gli chiedono di parlare arabo, costretti a difendere un’“italianità”, una “bolognesità” che non gli viene riconosciuta a scuola, dove spesso vengono tacciati, alle volte dagli stessi insegnanti, di essere “arabi”.
Se assumiamo come imperativo della ricerca etnografica quello di «di ricostruire il significato che determinate pratiche sociali rivestono dal punto di vista di coloro che vi sono coinvolti» (Bourgois, 2003), è evidente come ogni ragazzo della Tranvieri reagisca in modo diverso a queste trasformazioni oggettive che sempre di più, anche alla Bolognina, stanno comportando il restringersi del ventaglio di possibilità che i protagonisti della nostra ricerca hanno davanti a loro. La stessa palestra è vissuta da alcuni solo come rifugio, da altri come luogo dove riscattarsi, da altri ancora come teatro dove “vendicarsi”.
Se Artemio e Dante, giovani, trovavano nella fabbrica un’opportunità economica ed insieme la possibilità di conquistare rispetto e dignità attraverso la pratica lavorativa, Kalhed, Anuar e gran parte dei protagonisti della nostra ricerca sono consapevoli che se vogliono sopravvivere dal punto di vista economico dovranno subire ogni giorno le ingiustizie inflitte dai loro colleghi e dai loro datori di lavoro.
L’attuale sindaco di Bologna, negli anni della ricerca sulla Tranvieri assessore all’urbanistica, rispose così alla nostra domanda, ovvero “Come immagina lo sviluppo di questa periferia?”: “Sarà il futuro”, disse; ma come sarà questo futuro nessuno riesce a capirlo oggi. Alla luce delle ricerche condotte in questi ultimi anni appare chiaro come l’Amministrazione non conosca le pratiche di cittadinanza che caratterizzano i nuovi abitanti di questi territori né il senso che questi ultimi danno al loro essere cittadini - a cominciare, per esempio, dai motivi che spingono parte di questi ragazzi a frequentare una palestra di pugilato alla Bolognina. Tale inconsapevolezza, a mio parere, comporta l’impossibilità di progettare, ridisegnare a livello urbanistico, governare questi “nuovi” territori.
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Nota