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I dannati della terra rossa: “realtà proteiforme” e colonialismo interno nel caso del lavoro agricolo migrante nel Sud Italia
Theomai, no. 38, pp. 9-24, 2018
Red Internacional de Estudios sobre Sociedad, Naturaleza y Desarrollo

Trabajo y migraciones postcoloniales en la agricultura capitalista global



Revista THEOMAI / THEOMAI Journal Estudios críticos sobre Sociedad y Desarrollo / Critical Studies about Society and Development



número 38 (segundo semestre 2018) - number 38 (second semester 2018)

La razza è il “vissuto” della classe, il mezzo attraverso cui i rapporti di classe divengono esperienza, la forma dove va combattuta la «lotta di classe». Questo ha conseguenze per il tutta la classe, non specificamente per il segmento definito “razziale” (Stuart Hall)

1. Che cos'è una realtà proteiforme?

Ne I dannati della terra, Frantz Fanon (2000) descrive lo spazio della colonia come una “realtà proteiforme, priva di equilibrio, in cui coesistono al tempo stesso lo schiavismo, il servaggio, la permuta, l'artigianato e le operazioni di borsa”.

Tale definizione fa riferimento alle peculiarità che lo spazio coloniale esprime in quanto spazio di produzione materiale e, soprattutto, in quanto bacino di ri-produzione di forza – lavoro: Fanon vuole in questo passo segnalare una specificità della realtà coloniale, che la rende peculiarmente diversa da quanto può essere valido per i sistemi economici coevi osservabili all'interno dell'Europa.

In cosa consisteva, secondo Fanon, la peculiarità specifica del mercato del lavoro coloniale? Cosa, effettivamente, non si poteva spiegare con le formule del marxismo classico né organizzare con le forme che esso aveva prodotto – quali i partiti, o – aggiungiamo – i sindacati?

Se l'intero pensiero occidentale si era sempre fondato su di un'idea progressiva della storia – che coincideva con l'avanzamento della modernità bianca europea – anche il marxismo non era di certo immune a tale narrazione (Chakrabarty, 2004). In particolare, il tema della produzione della forza – lavoro appare centrale in tale questione: lo sviluppo capitalistico, secondo Marx, si fondava costitutivamente sulla produzione di soggetti salariati, ovvero di individui liberi - liberi, cioè, di vendere la propria forza-lavoro sul mercato fino a farle guadagnare, di conseguenza, lo statuto di merce. Nella tradizione marxista, insomma, non poteva esistere capitalismo senza la liberazione – cioè la messa in circolazione sul mercato – di una certa quantità “liquida” di lavoro, ovvero di lavoro astratto.

È facile dedurre, a questo punto, quanto tale teoria confermasse inequivocabilmente l'esistenza di una linea del tempo in cui diversi regimi lavorativi corrispondevano a differenti momenti storici, che segnavano un “prima” e un “dopo” dello sviluppo capitalistico: se la servitù era il regime lavorativo tipico dell'epoca feudale, il lavoro salariato – quello di fabbrica, in particolar modo – era la cifra dell'avvento del Capitalismo industriale.

Fanon decostruisce esattamente tale corrispondenza biunivoca tra fasi dello sviluppo capitalistico e regimi lavorativi caratterizzanti, indicandoci in cosa risieda l'errore di tara di tale analisi. Lo schema classico di produzione del lavoro astratto era perfettamente funzionante a partire dal punto di osservazione che Marx aveva assunto, ovvero l'Inghilterra - e l'Europa - del XIX secolo: tale schema era stato poi riprodotto pedissequamente da una tradizione marxista che, fino alla metà del '900 e all'avvento della critica postcoloniale, si era contraddistinta per essere esclusivamente bianca ed occidentale.

In realtà, a Marx – molto più che alla tradizione marxista ortodossa che avrebbe preso avvio dai suoi scritti - non sfuggivano alcuni elementi che segnalavano un certo carattere mobile e globale della produzione di forza lavoro all'interno dell'avanzare del capitalismo, così come testimoniato dal capitolo XXV del Libro I del Capitale, intitolato emblematicamente “Moderna teoria della colonizzazione”. In questo testo, guardando innanzi tutto all'esterno degli angusti confini del continente europeo e analizzando la condizione della forza lavoro negli Stati Uniti, Marx sembra aver già ampiamente intuito che il passaggio al lavoro salariato possa a sua volta costituire un tappa provvisoria e non una trasformazione definitiva della soggettività lavoratrice, che si inserisce comunque all'interno di quello che, con Fanon, potremmo definire un mutamento costante, più che una transizione necessaria.

In ultima analisi, tale elemento di disomogeneità del soggetto collettivo messo al lavoro è già per Marx indissolubilmente legato ad un nodo fondamentale, che è quello della dislocazione nello spazio e della mobilità stessa della forza-lavoro: le migrazioni che Marx riconosce nell'epopea americana della frontiera – e di cui Steinbeck lascerà un affresco inconfondibile nelle pagine di Furore – sono un elemento determinante a segnalare l'irriducibilità all'omogeneo del carattere vivente del lavoro.

Ci sembra opportuno legare strettamente la lettura di questo testo di Marx – il XXV capitolo del libro I – a quello da cui è immediatamente preceduto, ovvero il famoso capitolo XIV, dedicato a “La cosiddetta accumulazione originaria”: ci sembra che tale successione non sia casuale, e che possa essere molto proficua la lettura di questo secondo testo alla luce del primo e all'interno di una prospettiva postcoloniale direttamente ispirata al marxismo fanoniano, come già proposto da Stefano Visentin nel testo “Trasformazioni della Verwandlung. Rileggere l'accumulazione originaria attraverso Fanon”.

Marx operava, nel capitolo XXIV, una ricostruzione della “preistoria” del modo capitalistico di produzione2, che affondava le radici proprio in quel processo di produzione di soggettività che permetteva a “un insieme di astrazioni reali” di “incarnarsi nella storia”, ovvero al lavoro astratto di innestarsi nella materialità del lavoro vivo, mediante la figura del lavoratore salariato.

Sandro Mezzadra (2008), in un testo intitolato “Attualità della preistoria”, ha esaurientemente dimostrato come la questione della accumulazione originaria sia tutt'altro che un tema di solo interesse “antiquario”. Essa non costituisce affatto una sorta di “peccato originale” a partire dal quale è proceduto linearmente lo sviluppo capitalistico: al contrario, tale tensione – che vogliamo qui innanzi tutto definire come una tensione tra astrazione capitalistica e molteplicità del reale, cioè del lavoro vivo - si mantiene costante e si ripropone come sistema generale tramite cui il modello capitalistico si riproduce.

In questo senso – come ancora dimostrato da Mezzadra - diventa centrale rileggere la riproposizione costante dei processi di accumulazione originaria non all'interno di una storia tutta europea del Capitale, ma in strettissima e necessaria connessione con la sua dimensione globale fondatasi nell'esperienza coloniale.

Nell'Europa dell'800 sembrava poter essere vero che il tempo del Capitale fosse “vuoto e omogeneo”, poiché “semplice riproduzione di accumulazione senza limiti” - secondo la famosa affermazione di Benjamin: traducendo tale affermazione in relazione all'aspetto su cui vogliamo soffermarci, ovvero quello della produzione di soggettività messa al lavoro, possiamo dire che, guardando solo alla storia europea del Capitale, esso producesse – seppur si tratti anche in questo caso di una approssimazione – una forza-lavoro grosso modo omogenea, che si incarnava nella figura dell'operaio bianco libero di vendere il proprio lavoro.

Nelle colonie, invece, il Capitale si scontrava forzatamente con la necessità di tradurre le proprie modalità accumulative all'interno di contesti materiali assolutamente eterogenei.

Come hanno messo in luce i Subaltern Studies indiani – a partire, è sempre bene ricordarlo, dalla lettura di Gramsci – il Capitale, nelle colonie, si è scontrato con il bisogno di organizzare il proprio tempo e il proprio spazio come eterogenei; come sottolineato da Partha Chatterjee (2006) il Capitale stesso, in questo senso, non è più sinonimo di omogeneità, ma si è dovuto fare eterogeneo. L'eterogeneità di cui stiamo parlando è innanzi tutto quella razziale – che il marxismo classico non aveva previsto; essa non si presenta come un semplice attributo sovrastrutturale rispetto ad uno schema di accumulazione capitalistica che riguardava, invece esclusivamente la dimensione della classe. Per dirla in termini gramsciani, tale dimensione risultava invece strutturante rispetto ai rapporti economici (Hall, 2006).

Proprio in questo risiede la critica di Fanon al sistema elaborato da Marx, ed esattamente in questo punto si colloca più produttivamente il suo progetto di “distendere (detendre) il marxismo”, cioè di elaborarne una versione più complessa, complicando gli schemi classici mediante l'inserimento dell'asse della razza.

L’accumulazione originaria, nelle colonie esattamente come in Europa, si compie mediante lo stesso processo di violenza strutturale che prevede l'espropriazione della terra e la separazione tra gli essere umani e i mezzi di produzione; quanto l'esperienza coloniale, nella misura in cui essa rappresentò la messa a disposizione di un'enorme serbatoio di ricchezza “originaria” nella forma di beni naturali e umani, fosse stata una tappa fondamentale dello sviluppo capitalistico appariva, in realtà, già chiaro a Marx, molto più che alla successiva tradizione marxista eurocentrica. Sempre nel capitolo XXIV, infatti, leggiamo:

La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l'incipiente conquista e il saccheggio delle Indie orientali, la trasformazione dell'Africa in una riserva di caccia commerciale di pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l'aurora dell'era di produzione capitalistica.

Qual è, dunque, il punto di rottura su cui è necessario forzare l'analisi di Marx e distenderne gli strumenti? Proprio quello che riguarda la modalità attraverso la quale il Capitale produce la soggettività che viene messa al lavoro. Se il Capitale assume sempre tratti messianici – che Marx trasfigura felicemente in metafore teologiche – imponendosi al mondo nelle forme di un “dio straniero” che annuncia il messaggio ultimo del plusvalore, tale religione si irradia mediante presupposti diversi a seconda del contesto storico/geografico su cui si innesta; all'interno dell'Europa, essa assume i tratti del dio cristiano, che legittima alcuni esseri umani a porne altri sotto il giogo di una “schiavitù velata”; nel contesto coloniale, tuttavia, tale legittimazione trascendentale si incarna in un tratto biologico ben specifico, che è quello del colore della pelle e quindi della razza. Sulla base della razza, il Capitale non ha bisogno, nelle colonie, di nascondersi dietro al lavoro salariato, ma può operare forme di quella che Marx avrebbe definito “schiavitù sans phrase”3. Al tempo stesso, può decidere, mobilmente, di introdurre regimi lavorativi diversi, più o meno simili a quelli vigenti in Europa, senza, però, che l'uno determini – o sia determinato da – l'esaurimento del precedente.

La dimensione razziale, dunque, in quanto condizione trascendentale di superiorità o inferiorità, precede e determina la dimensione di classe.

Alla famosa affermazione di Marx “un negro è un negro. Solo in determinate condizioni egli diventa uno schiavo.”, Fanon (2000: 7) ne “I dannati della Terra” replica:

L'originalità del contesto coloniale è che le realtà economiche, le disuguaglianze, l'enorme differenza del tenore di vita, non giungono mai a occultare le realtà umane. Quando si scorge nella sua immediatezza il contesto coloniale, è evidente che ciò che fraziona il mondo è anzitutto il fatto di appartenere o meno a una data specie, a una data razza. In colonia, l'infrastruttura economica è pure una superstruttura. La causa è conseguenza: si è ricchi perché bianchi, si è bianchi perché ricchi4.

Tale differenza, come ha sottolineato Stefano Visentin, non può essere considerata accessoria, ma ci impone di rileggere interamente il ragionamento sull'accumulazione originaria sulla base delle osservazioni fanoniane.

L'attenzione, tutta nuova, che Fanon ci porta a evidenziare sulle forme di eterogeneità costitutiva che il processo di accumulazione originaria deve continuamente imparare a mettere a valore, costituisce una cifra specifica dello spazio coloniale: è specificatamente qui, infatti, che l'estrattivismo più puro e brutale può convivere con forme di addomesticamento della forza-lavoro che possiamo definire come più biopolitiche.

In questo senso, lo spazio della colonia è proteiforme: lo è nella misura in cui fa collassare in una unità spaziale differenti regimi temporali, che la modernità occidentale aveva posto come necessariamente consequenziali, di pari passo alle diverse fasi dello sviluppo del Capitalismo e quindi alle diverse forme di sfruttamento che esso produce.

Quello che ci sembra più interessante ritenere di questo “Marxismo disteso” elaborato da Fanon non è, però, questa differenziazione netta tra il modo di organizzazione del Capitale nella madrepatria e quello che assume, invece, nelle colonie. Al contrario, ciò che ci pare fondamentale dell'analisi fanoniana è la sua intuizione di una tendenza del Capitale che sarebbe, in seguito, diventata generale.

In altri termini, se fino al '900 si poteva ancora descrivere il Capitalismo europeo come luogo dell'omogeneo, ovvero come sistema di produzione di una soggettività sfruttata che doveva quanto più possibile essere ricondotta ad un unico regime lavorativo e a caratteristiche più o meno unitarie – la classe operaia – proprio a seguito dell'esperienza coloniale il Capitalismo ha subito una mutazione radicale, modificandosi proprio nella direzione della messa a valore dell'eterogeneità, cioè delle differenze – e non più solo quelle razziali – irregimentabili in regimi lavorativi e di sfruttamento variabili: estrarre plusvalore dall'eterogeneo, dal molteplice, dal frammentato diventa il modo di accumulazione del Capitale.

Vale dunque per Fanon quanto affermato da Stuart Hall in riferimento al materialismo geografico di Gramsci: ci aiuta a comprendere come il sistema del Capitale funzioni, oggi, per differenze, più che per identità; questo impone di “prendere sul serio la questione della composizione culturale, sociale, etnica e sessuale delle particolari, e storicamente diverse, forme di lavoro”.

Con tale strumentazione teorica, vorremmo sostenere che, oggi, alcune specifiche aree geografiche appartenenti al “nord globale”, ma connotate da tratti che potremmo definire come peculiarmente periferici e (post)coloniali, possano essere utilmente analizzate, dal punto di vista delle forme di sfruttamento della forza-lavoro che vi operano, come spazi proteiformi.

2. Il Sud Italia, eterogeneità di sviluppo e sottosviluppo

Lo spazio delle colonie è, dunque, per eccellenza, uno spazio proteiforme; ma al tempo stesso, questa esperienza della messa a valore dell'eterogeneità, che il Capitalismo ha imparato nell'esperienza coloniale, è stata riportata nella “madrepatria”, ovvero all'interno dell'Europa post-coloniale, diventando non più eccezione, ma norma che regola lo sfruttamento capitalistico.

Di conseguenza, la definizione di “centro” e “periferie” dello sviluppo e il rapporto fra di essi, storicamente basato sul posizionamento dell'uno e delle altre su diverse gradazioni di modernità capitalistica, non coincidono più con il binomio madrepatria-colonie - o anche Europa-Sud globali - ma si scompongono e si moltiplicano all'interno dei confini europei.

Situarsi, dal punto di vista epistemologico, nei “Sud”, appare necessario alla comprensione dei meccanismi di sfruttamento contemporaneo: poiché i Sud sono stati intesi come periferie dello sviluppo e luogo di colonizzazione in cui sono stati sperimentati sistemi di produzione poi estesi alla totalità del sistema transnazionale.

Come la nozione di “Sud”, con tutto il suo portato coloniale, si ridisloca oggi anche all'interno dello spazio europeo?

Se per capire il capitalismo globale è necessario prendere come punto di analisi il modo in cui esso si è modificato a partire dalle colonie, allo stesso modo vorremmo provare ad assumere un punto di vista epistemologicamente situato a Sud come punto di osservazione privilegiato sui meccanismi di funzionamento del Capitalismo europeo contemporaneo.

L'ipotesi da cui partiamo è che il Sud Italia, in quanto spazio storicamente oggetto di una forma di Colonialismo interno, giocata su un complicato equilibrio tra sviluppo e sottosviluppo, possa essere indagato proprio in quanto realtà proteiforme, sulla base delle forme che in esso assume, oggi, l'eterogeneità dello sfruttamento capitalistico, coinvolgendo diverse soggettività, in maniera differenziata, nella riproduzione di processi di accumulazione originaria.

La questione meridionale è sempre stata legata strettamente alla questione dello sviluppo. Intono al Sud Italia si sono sempre addensati agglomerati discorsivi che parlavano lo stesso linguaggio della modernità progressiva e lineare che hanno connotato il discorso coloniale5.

Il riferimento fondamentale su questo tema è un testo che, pur provenendo da una tradizione di studi ben lontana da quelle che si sono occupate del fatto coloniale, ne condivide l'attenzione al nesso sviluppo/sottosviluppo: si tratta di Stato e Sottosviluppo di Ferrari Bravo e Serafini. I due autori, a partire da una prospettiva operaista, provano a interpretare il complesso rapporto tra Nord e Sud Italia proprio nei termini di un progressivo passaggio da una condizione – volutamente creata – di sottosviluppo alla progressiva integrazione di una forma di sviluppo del Meridione, o, meglio al “governo del loro rapporto” (Ferrari BravoSerafini, 2007: 28).

Secondo i due operaisti, infatti, il sottosviluppo – quello in cui era, in particolare, relegato il Sud Italia – non era da intendersi né come “limite” dello sviluppo, vale a dire come spazio del non-ancora, né come semplice “prodotto” - o sottoprodotto – di esso, per lo meno non “secondo un modo statico”. Il sottosviluppo del Sud era da intendersi, invece, come funzione dello sviluppo del Nord, cioè del compimento dell'”unificazione capitalistica del paese, nel suo senso più proprio di dominio totalizzante di uno specifico rapporto sociale e politico” (Ferrari Bravo-Serafini, 2007: 25).

La progressiva integrazione del Meridione in tale progetto non avveniva, naturalmente, mediante un processo che avrebbe portato le due aree del paese ad un simile livello di benessere socio-economico; al contrario, la funzione specifica del Sud consisteva nel costituire il bacino di offerta di risorse naturali e soprattutto umane da mettere a disposizione dello sviluppo industriale del nord: un capitalismo industriale compiutosi mediante l'espropriazione dei beni di un territorio altro e la produzione violenta di una massa di individui spossessati e liberi, ma solo di vendere la propria forza-lavoro, per di più su un mercato geograficamente situato altrove.

Possiamo dunque facilmente assumere come tale trasformazione abbia costituito un violento processo di accumulazione originaria – di stampo marcatamente coloniale – che è alla base della trasformazione capitalistica del Paese, che riguarda due diverse aree integrate in maniera ben differenziata nel procedimento: una in quanto luogo dello sviluppo, l'altra in quanto campo di possibilità dello stesso; centro e periferia dello sviluppo, in altri termini.

3. Il “lavoro fantasma” nelle campagne pugliesi

Chiarito il quadro di riferimento teorico in cui siamo intenzionati a muovere la nostra proposta metodologica, vorremmo proporre un esempio specifico, situato nello spazio e nel tempo, dell'utilizzo di tale strumentazione.

Non si pretende affatto, in questa sede, di affrontare ed esaurire una analisi complessa che richiederebbe, in futuro, una raccolta qualitativa – e quantitativa – di dati ben diversa e un ben diverso approfondimento; l'obiettivo, invece, è quello di proporre un campo di applicazione della strumentazione marxista e post-coloniale che abbiamo ricostruito fin qui, dentro ad una specifica caso che riteniamo emblematico di eterogeneità dell'organizzazione del lavoro contemporaneo, ovvero quello dell'agricoltura capitalista contemporanea.

In primo luogo, consideriamo il lavoro agricolo di per sé come uno spazio di esercizio di forme di sfruttamento non lineari.

Facciamo qui riferimento a quanto esaurientemente scritto da Avallone (2017: 32):

Questa storia non parla solo del passato. Il ritorno e l’attualizzazione di specifiche forme di sfruttamento, cioè di modalità di estrazione di ricchezza dal lavoro sociale per fini e vantaggi privati, funzionali all’incremento dei profitti e, con esso, all’ampliamento della base dell’accumulazione capitalistica, mostrano che le forme del lavoro e della produzione ed appropriazione di plusvalore non seguono una linearità storica. Forme diverse possono convivere non solo nello stesso momento storico, come la schiavitù ha vissuto e continua a vivere con i più alti livelli tecnologici a livello mondiale, ma anche nello stesso spazio, come accade nell’agricoltura di diverse enclave, in cui l’ipertecnologia si combina con – o, semplicemente, vive accanto a – l’ampia presenza di lavoratori poveri o lunghi orari di lavoro.

Il tema del lavoro agricolo, e in particolar modo della sua stretta connessione con i recenti fenomeni migratori da cui è interessata l'Italia, sta ricevendo negli ultimi anni una attenzione nel campo degli studi di sociologia del lavoro, nonché dell'attivismo politico (Molinero e Avallone, 2016).

Ben lungi dall'essere un semplice residuo di un passato sistema di produzione, l'agricoltura continua ad essere – soprattutto in alcune aree, non a caso, appartenenti ai Sud, come vedremo meglio – un campo di accumulazione violentissimo nell'Europa contemporanea. L'agricoltura capitalista, come ampiamente inchiestato in tempi recenti da Francesco Caruso (2013), si struttura mediante la concentrazione della produzione in alcune aree specifiche ad altissima densità, in cui i lavoratori – strutturalmente in buona parte migranti – vengono dislocati in quelli che l'autore definisce “distretti rururbani della clandestinità”.

Una caratteristica fondamentale di questo settore produttivo e della sua forza-lavoro fortemente razzializzata è esattamente la compresenza costante di regimi lavorativi differenti, differenziati, per esempio, a seconda della provenienza razziale. In riferimento alla clandestinizzazione strutturalmente connotante il lavoro agricolo migrante, non ci riferiamo solo all'enorme presenza di lavoro in nero, ma ad una molteplicità di situazioni e status della soggettività lavoratrice, che si articolano nel lavoro in grigio, nelle molte forme contrattuali intermittenti, nel lavoro gratuito.

Come è già stato ampiamente chiarito nel recente e già citato testo di Avallone, questo settore della produzione e la sua specifica articolazione razziale della forza-lavoro, sono strettamente connessi, oggi, a qualsiasi possibile riflessione sull'attualità – tutt'altro che antiquaria – della Questione meridionale. L’inserimento di forza lavoro immigrata nelle agricolture dell’Europa meridionale è parte di una tendenza più generale di rilievo mondiale. L’analisi di ricerche ed inchieste disponibili su molteplici contesti geografici mostra che il lavoro agricolo si sta trasformando sempre più nel lavoro dei migranti, nazionali o internazionali, secondo una progressione che si è intensificata negli ultimi tre decenni. Registrare questa tendenza non significa affermare che tutti i migranti sono lavoratori agricoli né che tutti i lavoratori agricoli sono migranti, ma vuol dire riconoscere un processo strutturale in atto a livello globale (Molinero e Avallone, 2016).

Sottolineiamo questo aspetto non solo sulla base di una mera constatazione geografica – il Sud Italia è storicamente e continua ad essere definito come il territorio a maggiore “vocazione agricola” della penisola; ma, soprattutto, a partire dalla indicazione di tale area geografica come una specifica – e specificamente emblematica – periferia, nella quale, mediante una vera e propria attitudine coloniale, si verifica quella specifica figura dello sfruttamento capitalistico contemporaneo che è l'articolazione relazionale di sviluppo e sottosviluppo. Riprendendo una formulazione di Ivan Illich (1985), più precisamente lo spazio coloniale si caratterizza come quello della compresenza – indotta e costruita dall'esterno – di sottosviluppo e ipersviluppo.

Per “ipersviluppo” intendiamo, in questo caso, una sorta di retorica della modernizzazione “gioiosa e colorata” – intrisa di “orientalismi” ed esotismi – che ha accompagnato, negli ultimi 15 anni, la presunta transizione fuori dalla preistoria del Mezzogiorno – o per lo meno di alcune sue aree: una brandizzazione del territorio che, come vedremo, va di pari passo con l'esplosione del fenomeno del turismo.

L'ipotesi è che questa sia connessa, in maniera strutturale, ad un meccanismo di constante invisibilizzazione di un intero comparto della produzione – quello agricolo - che continua ad essere centrale, benché costantemente descritto come appartenente ad un grado di sviluppo ormai superato – e che tale deve essere mantenuto per permetterne lo sfruttamento massimo (il sottosviluppo). La conseguenza fondamentale e voluta di tale processo di invisibilizzazione è di eliminare dallo spazio pubblico – persino da quello delle figure classiche dell'antagonismo – gli uomini e le donne che di questo sistema produttivo sono condizione e vittime.

Abbiamo scelto di rappresentare questa complessa relazione di eterogeneità – sviluppo/sottosviluppo – nell'epoca contemporanea e dentro una prospettiva meridiana, all'interno del binomio agricoltura/turistificazione, poiché consideriamo questi due termini, apparentemente contraddittori, come due campi in cui si articola in maniera particolarmente evidente una relazione di domino e esercizio di potere di stampo prettamente coloniale, nei termini in cui abbiamo definito in precedenza; sosteniamo cioè questi due sistemi interconnessi siano esattamente il modo in cui si compia oggi un nuovo processo di accumulazione originaria, ovvero di espropriazione e spossessamento di territori definiti - epistemologicamente ancor più che geograficamente - come Sud.

Prendiamo come esempio una regione del Meridione in cui la coesistenza di tali regimi di sviluppo – e quindi, nella traduzione che più ci interessa, regimi di lavoro e di sfruttamento – è stata talmente strutturante da incarnare, a nostro parere, le condizioni effettive di esistenza di uno spazio proteiforme: la Puglia.

La Puglia è una regione dalla storica vocazione agricola, nella quale tale comparto produttivo continua ad avere una rilevanza centrale, per quanto tale realtà risulti variamente invisibilizzata dal recente sviluppo del settore dei servizi – strettamente connessi, appunto, al boom turistico.

Altrettanto storica, però, risulta la presenza della manodopera migrante più o meno clandestinizzata; come fa notare ancora Avallone (2017), già nel 1989 il quotidiano Repubblica scriveva:

Oggi sono alle prese con la raccolta del pomodoro, l’oro rosso, tra un mese con la raccolta dell’uva. Nella terra di Di Vittorio, il lavoro nero è di casa. Con la Campania, la Puglia è l’altra regione ad alta densità di immigrati clandestini, la gran parte nordafricani. [...] Stornara, Orta Nova, Ordona, Carapelle, Cerignola, Stornarella, il ‘Mezzanone’: sono questi i punti dove l’operazione è scattata più massicciamente. In poche ore sono stati un centinaio gli immigrati nordafricani risultati clandestini e per i quali è scattato il provvedimento di rimpatrio.

Una delle caratteristiche fondamentali del lavoro agricolo, che in questo territorio assume connotati ancora più marcati, è la continua mutazione stagionale, ovvero il cambiamento continuo a cui la forza-lavoro va incontro – a seconda dei prodotti da raccogliere – che corrisponde, spesso, ad una continua mobilità della stessa. La stagione dei pomodori e quella dell'uva, quella delle angurie in alcune parti della regione, sono quelle che richiedono un maggior importo di lavoratori, i quali, il più delle volte, completata una stagione si spostano per la successiva in altre aree della penisola o del Sud Europa –– la piana del Volturno o la provincia di Almería in Spagna, entrambi “distretti rururbani di clandestinità” in cui si produce la grande maggioranza dei prodotti ortofrutticoli del mercato europeo.

L'irruzione di questa soggettività invisibilizzata al centro del dibattito italiano è strettamente collegata ad un evento da tutti ricordato come la “rivolta di Nardò” (Leogrande, 2011): era l'estate del 2011 quando, all'improvviso, a seguito dello sciopero della raccolta delle angurie – e dei conseguenti blocchi stradali, cortei, manifestazioni – organizzati dai lavoratori migranti, quello della Masseria Boncuri - in provincia di Lecce - divenne il nome che faceva scoprire a tutta Italia il volto nascosto della “Puglia migliore”. Nel bel mezzo della “parabola vendoliana dello sviluppo” (Amendola, De Michele e Festa, 2013), fatta di start up, energie rinnovabili e folklorizzazione del patrimonio culturale, si scopriva improvvisamente una immensa zona grigia dai tratti inspiegabilmente “premoderni”. Una linea del colore percorreva silenziosa la penisola, separando abissalmente le località costiere – popolate dai turisti - dalle campagne, abitate dai migranti invisibili, distanti solo pochi chilometri ma pressoché irraggiungibili.

Un'ondata di indignazione – e, fortunatamente, anche di solidarietà – percorse il dibattito nazionale, culminata nella istituzione, nello stesso anno, del reato penale di caporalato – ovvero, di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”. Una misura senza dubbio necessaria, ma che sostanzialmente concentrava il problema dello sfruttamento dei lavoratori (migranti e non) solo sulla responsabilità legale delle figure dell'intermediazione, assolvendo, di fatto, un intero sistema economico e politico strutturalmente costruito su quella specifica forma di organizzazione – e razzializzazione – della forza-lavoro.

A riprova di tale ulteriore invisibilizzazione, sta la successiva emersione del tema nel dibattito pubblico, avvenuta, di fatto, solo quattro anni dopo, in una torrida estate che portò alla morte – nel giro di pochi mesi – di ben 3 lavoratori (di cui due migranti) nelle stesse campagne pugliesi6.

La situazione fotografata, di conseguenza, nel III Report Agricoltura e Lavoro migrante in Puglia, pubblicato dalla CGIL proprio del 2015, emetteva dei dati la cui interpretazione non poteva che risultare evidente - persino nonostante lo storico ritardo dei sindacati tradizionali rispetto al tema del lavoro agricolo migrante (Caruso, 2013). Secondo le registrazioni ufficiali all'Inps, i braccianti assunti in Puglia nel corso del 2014 erano 180.000 ( un quinto dell'intero Paese ); di questi, gli stranieri registrati risultavano essere solo 40.000, corrispondenti al 29% del totale - cioè addirittura meno della media nazionale (35%). Di questi 40.000, 19.000 erano provenienti dalla Romania e altri 9.000 tra Albania e Bulgaria.

Ciò che risulta evidente dai dati che abbiamo voluto qui riportare, è la sostanziale cancellazione - razzialmente determinata – dei lavoratori non bianchi; ovvero la presenza quasi integralmente clandestine e invisibile tutti quei lavoratori e quelle lavoratrici – in pratica non quantificabili – provenienti dal Nord Africa, che, al contrario, costituiscono visibilmente una parte maggioritaria della forza-lavoro migrante impiegate nei campi pugliesi.

In buona sostanza, a quattro anni dalla rivolta di Nardò, le campagne pugliesi erano popolate di lavoratori e lavoratrici migranti che non esistevano e che pure si ostinavano a morire di fatica.

Quello che ci interessa sottolineare, in questa sede, al netto delle molte valutazioni sociologiche e politiche che la questione richiederebbe nel suo complesso, è che una parte importante di questo meccanismo di invisibilizzazione – questo, in altre parole, colonialismo epistemico – che sempre è presente nel caso del lavoro migrante, in questo specifico territorio si articola in maniera iperconnessa alla eterogeneità differenziale che il concetto di sviluppo si porta dietro. In particolare, cioè che sosteniamo è che il lavoro agricolo migrante, in misura ancora più strutturale che negli altri distretti rururbani della clandestinità, in Puglia sia stato connotato come una sacca – accidentale quanto inspiegabilmente persistente - di sottosviluppo dentro ad un paradigma di ipersviluppo. Naturalmente, al contrario di tale rappresentazione, funzionale al mantenimento di determinati rapporti di potere economici e politici, sosteniamo che l'articolazione complessiva di tale ipersviluppo – il “miracolo economico” della Puglia vendoliana – si basi e si sostenga sulla base della sua stretta connessione con lo sfruttamento costante e sistematico della forza-lavoro migrante nello stesso territorio – all'interno di una struttura capitalista dell'eterogeneo, e quindi, appunto, proteiforme.

4. Spettri di sviluppo: la turistificazione come nuova colonizzazione?

Vorremmo, a questo punto, per meglio chiarire quanto detto, intersecare il ragionamento sul lavoro agricolo migrante con un altro tema, che abbiamo già citato nel corso di questo testo: quello della cosiddetta “turistificazione” (Crick, 1989).

Questo termine fa riferimento ad un filone di studi che nell'ultimo decennio si è ampiamente sviluppato – in particolare nell'Europa Meridionale – intorno alle trasformazioni urbane e territoriali prodotte nei luoghi che divengono al centro di nuove rotte turistiche e che non erano stati – se non in maniera marginale – precedentemente interessati da questo fenomeno. Cioè che si produce è una trasformazione della relazione tra territorio e abitanti – intesi qui non solo come cittadini giuridici, ma come insiemi di comunità che insistono sui territori stessi – mediata, genericamente, da una nuova componente: i turisti. Con l'entrata in scena di questo attore, si verifica un tendenziale aumento del reddito medio del territorio interessato – la cosiddetta gentrification – ma anche una serie di mutazioni ambientali e sociali ad essa collegate.

Ci interessiamo di tale fenomeno, in questa sede, per due ragioni strettamente connesse: in primo luogo, poiché negli ultimi dieci anni esso ha contraddistinto in maniera marcata la trasformazione delle economie dei “sud” interni all'Europa - causando, è bene ricordarlo, una ondata di nuovi movimenti sociali di opposizione; in secondo luogo, perchè, come vedremo, riteniamo che tale fenomeno abbia molto a che fare con una forma contemporanea di esercizio di potere e organizzazione produttiva dei territori di stampo prettamente coloniale. Non a caso, lo spazio e il tempo in cui insiste il fenomeno è il Sud Europa nel decennio dall'inizio della crisi economica.

Nel quadro di un complessivo aumento del turismo in Europa – a partire, appunto, dalla crisi economica e dalle tensioni geopolitiche internazionali – l'Europa del Sud o Mediterranea risulta l'area in cui si registra l'incremento più sostanzioso e costante (tra il 2014 e il 2015 l'aumento è stato del 4,8%, ovvero di 10,4 milioni di arrivi in più in un anno7).

Il Sud Italia è risultato sicuramente al centro di questo trend, con un aumento costante del numero di turisti dal 2005 ad oggi, caratterizzandosi come una delle aree più visitate d'Italia (19,4% del totale); dobbiamo considerare questo dato alla luce del carattere meramente stagionale – balneare del turismo in questa area: la presenza di turisti è concentrata quasi integralmente nell'arco dei mesi estivi durante i quali, dunque, l'impatto del fenomeno è enorme, se consideriamo che esso copre quasi il 20% del turismo nazionale ben diversamente distribuito nel corso dell'anno.

Non a caso, questo dato va incrociato con quello della presenza di strutture ricettive sul territorio meridionale: il Mezzogiorno è ben al di sopra della media nazionale per il numero di posti letto garantiti per il settore turistico - gli alberghi nel 2015 sono 6.917 pari al 20,8% dell’Italia e rappresentano il 23,8% delle strutture ricettive meridionali, percentuale superiore al dato nazionale (19,8%). I posti letto alberghieri sono 636.015, il 28,3% del dato italiano.

Per quanto riguarda la Puglia, l'aumento del flusso di turisti in questa regione risulta particolarmente intenso:

Nello specifico, nel lungo periodo (2005/2015) si registra un trend positivo della domanda turistica pugliese più intenso rispetto a quello nazionale con una crescita degli arrivi del 38,2% (+28,4% Italia) e delle presenze del 24,9% (+10,6% Italia). Ancora più evidente è la crescita dei flussi turistici nella provincia di Lecce: arrivi +61,3%, presenze +39,1%. La tendenza positiva viene confermata nell’ultimo biennio 2014/2015 e si presume ancor più nel 2016 ( già i risultati dei primi mesi del 2016 lo confermano).

Il 70 % di questi turisti si concentra nei mesi estivi, e questa tendenza alla “concentrazione” del fenomeno in intervalli stagionali sempre più ristretti appare in costante crescita. A fronte di questa presenza massiccia quanto stagionale, le strutture per la ricezione dei turisti – che hanno, invece, un tendenziale carattere stabile sul territorio – sono cresciute in maniera esponenziale. Sempre nello stesso intervallo di tempo esaminato, si registra nella regione una crescita degli esercizi commerciali collegati al turismo del 142,4% (nella provincia di Lecce la percentuale è del +129%, mentre la media nazionale è del 29,1%). Ad essere in costante crescita sono i posti letto offerti ai turisti (+40%), con una tendenza che possiamo sintetizzare dicendo che i dati mostrano sempre più alberghi, sempre più grandi e sempre più di lusso.

Accanto a questi ultimi, ad essere particolarmente notevole è la crescita della offerta extra alberghiera di posti letto: +207,9% (+39,5% Italia).

Cerchiamo di commentare i dati che abbiamo qui riportato al fine di proporre una visione complessiva del fenomeno turistico. Ciò che risulta evidente è che questo settore sia diventato centrale nella accelerata produzione di un “boom economico” tardivo nel Sud Italia, in particolare in alcune sue regioni – quali, appunto, la Puglia.

La valutazione che ci pare importante fare, tuttavia, è che tipo di sistema di produzione è connaturato a questo miracolo dello sviluppo e, soprattutto, quale tipo di rapporto col territorio esso preveda: non si può evitare di notare che lo sviluppo del Mezzogiorno collegato al turismo parla soprattutto la lingua di una massiccia liberazione di una certa quantità di risorse economiche, territoriali e umane che hanno lo specifico obiettivo di rispondere ad esigenze e necessità esterne al territorio stesso. La “turistificazione” del Sud Italia assume, in buona sostanza, i tratti della trasformazione di questa specifica area geografica in una enorme “casa delle vacanze” di turisti provenienti dai Nord – esterni ma soprattutto interni all'Italia stessa. Per la strutturale stagionalità del fenomeno – che, come abbiamo indicato, tende ad interessare intervalli di tempo sempre più brevi, di anno in anno – l'investimento sulla creazione di esercizi commerciali, luoghi di intrattenimento e soprattutto edilizia alberghiera e di più generica ricezione – nell'affermarsi globale del paradigma airb&b – risponde ad una logica di trasformazione del territorio direttamente vincolata all'utilizzo che di esso viene fatto per circa 3 mesi all'anno.

Ciò che “resta” per gli ulteriori 9 mesi, su un piano territoriale, è sostanzialmente il sottoprodotto di questo sviluppo: inquinamento, lavoro in nero e precario – anche quello che la stessa industria del turismo produce stagionalmente - cementificazione di intere aree che restano disabitate per la maggior parte dell'anno.

Tutto ciò dentro la narrazione di uno sviluppo a senso unico, che poco o niente ha a che fare con “il risarcimento dei luoghi” e con l'emancipazione di chi li abita: il Mezzogiorno del miracolo economico rimane quello del radicale disinvestimento sui servizi e il sociale, su salute, istruzione e welfare.

Mentre “un ruolo rilevante nel sistema d’offerta turistica è attribuito alle infrastrutture per l’accessibilità e la fruibilità del prodotto turistico”8, l'annuale rapporto “Pendolaria” di Legambiente9 fotografa, ancora, l'acuirsi di un drammatico divario nel sistema del trasporto pubblico interno alle regioni: nel periodo 2011-2017 l'aumento costante di passeggeri e investimenti statali nelle regioni del Nord corrisponde alla decrescita di quelle del Sud, arrivando al paradosso per cui l'intero Mezzogiorno, complessivamente, è attraversato da meno treni regionali della sola regione Lombardia. La Puglia, anche in questo campo, si fregia di una “eccellenza locale”, essendo la regione che ospita una di quelle che il report definisce le dieci “linee da incubo” - le peggiori linee per pendolari per costi, numero, frequenza, dimensione e età dei treni – ovvero quella Bari-Corato-Barletta che, il 12 Luglio 2016 fu protagonista di un incidente che causò la morte di 23 persone e il ferimento di oltre 50.

Su un piano epistemologico, oltre che politico, il conto da pagare per questo sviluppo accelerato è forse ancora più salato.

Come hanno ben descritto Gerry Kearns e Chris Philo (1993), la stessa logica di “vendita dei luoghi” - su cui si basa il meccanismo delle turistificazione - affonda le radici nell'esperienza coloniale di percezione e rappresentazione dello spazio: “vendere” un luogo significa, innanzi tutto, essere in grado di parcellizzarlo, di dividerlo in parti sulla base delle differenti identità culturali che lo compongono e che è necessario segregare, simbolicamente e fisicamente.

Secondo i due autori, è la lezione appresa della geografia coloniale ad aver fatto da base alla stessa conformazione urbana delle metropoli sulla base della razzializzazione dello spazio cittadino – la “metropoli post-coloniale” - che è innanzi tutto lo spazio organizzato sulla base delle creazione di unità culturali omogenee e separate - come, ad esempio, i quartieri-ghetto.

Ma come si arriva alla turistificazione? Proseguono i due studiosi: per “vendere” un luogo è necessario investire sulla creazione di una identità culturale del luogo stesso, una identità che, per essere vendibile, deve sottostare ad alcune caratteristiche: essere omogenea, essere legata alla “tradizione” - anche quando si tratta di tradizioni re-inventate o inventate ad hoc -, essere immediatamente identificabile e distinguibile dalle altre.

Ecco, dunque, la necessità di “separare”, di tracciare linee di confine insita nella creazione di un brand territoriale turistico: ecco come nuove geografie coloniali percorrono, oggi, i luoghi “dello sviluppo”.

In relazione al caso del Mezzogiorno italiano, è difficile non individuare la riproduzione costante di tale meccanica di potere coloniale nella continua ricostruzione – ai fini del consumo turistico – di una immagine stereotipata, essenzialista e immobile del territorio e del suo patrimonio culturale; rappresentazione omogenea all'interno della quale non può trovare spazio la complessa sovrapposizione umana e sociale, la storia mobile e, spesso, dolorosa, di territori costantemente espropriati e storicamente raccontanti nelle lingue di altri.

Ecco che, nel caso pugliese, abbiamo assistito alla creazione di una immagine folklorizzata del patrimonio culturale e mitico-rituale della regione, fissato all'interno di un quadro stereotipato in cui il concetto di cultura popolare smette di essere mobile e plurale – un campo di battaglia e di trasformazione, per dirla in termini gramsciani; paradossalmente – se consideriamo la grammatica dello sviluppo in cui tutto ciò si inserisce – il concetto di tradizione si è trasformato, invece, in un mantra da ripetere e celebrare in maniera acritica, invece che una nozione – è bene ribadirlo, storicamente reazionaria - da mettere costantemente in discussione.

Come già ampiamente ricostruito Giovanni Pizza (2014), uno dei tratti più specifici ed evidenti di tale “ritorno del folklore” si può individuare nella riplasmazione dell'ampio e complesso fenomeno sociale ed etno-psichiatrico del tarantismo, che negli ultimi 15 anni è stato al centro della costruzione del brand turistico pugliese: la reinvenzione di una tradizione che affonda le radici in un complesso fenomeno sociale – sulla cui ricostruzione non ci soffermiamo in questa sede – e la trasformazione dello stesso in una enorme macchina dell'intrattenimento ad uso e consumo dei turisti, in grado di soddisfare uno sguardo esterno esotizzante e di produrre duraturi stereotipi e auto-stereotipi. Dalla politica del grande evento – la Notte della Taranta – alla riproduzione costante di un immaginario compatto fatto di fiction, costumi, gadget, questa operazione è stata fondamentale alla creazione di una narrazione pacificata e identitaria di una identità culturale – che diventata l'unica identità culturale possibile, fuori dai conflitti di cui essa dovrebbe essere campo costante.

La “Puglia dello sviluppo” si è dunque raccontata – prima all'osservatore esterno, poi con tanta insistenza da auto-convincersi del proprio stesso stereotipo, con un vero e proprio processo di mimicry – come un allegro calderone di musica e bei paesaggi, di sviluppo e folklore; un'immagine culturale omogenea quanto vendibile, dietro e dentro la quale risultano perfettamente invisibilizzati numerosi livelli dello sfruttamento di persone e territorio, molteplici gradi dello spossessamento e della messa a valore dell'eterogeneo.

5. Conclusioni

Quello che abbiamo provato a proporre in queste pagine, è una prospettiva interpretativa e di analisi sopra una specifica articolazione in cui si propone, nell'epoca contemporanea, ciò che con scelta deliberata vogliamo continuare a nominare come Questione Meridionale.

In particolar modo, nel proporre una strumentazione di analisi esplicitamente tratta dagli studi postcoloniali, non scegliamo solo di situarci all'interno di un proficuo filone di studi che, negli ultimi anni, sta rileggendo il tema del meridionalismo alla luce di tale cassetta degli attrezzi (Orizzonti Meridiani, 2014); partendo, non a caso, dalla attualissima questione del lavoro agricolo migrante, che consideriamo come uno dei punti di esplosione ed evidenza delle contraddizioni insite in un determinato modello di sviluppo che è stato storicamente imposto al meridione, vogliamo affermare un'attitudine più generale: quella secondo la quale non si possano affrontare, oggi, i problemi del Mezzogiorno dentro uno sguardo meramente localista né all'interno del quadro di significazione dello Stato-nazione. Oggi il Sud – il nostro Sud interno, per cominciare – ci racconta tanto - e ancora tanto - di una maniera di articolarsi del potere, di una forma dello sfruttamento che è la forma stessa della accumulazione contemporanea. E se davvero si può dire che la Questione meridionale è sempre stata, innanzi tutto, questione migratoria – questione di chi partiva e di chi non tornava – quella che ci troviamo ad affrontare - nell'economia globale e postcoloniale dei flussi migratori - è, oggi, anche questione di chi arriva.

Ciò che abbiamo provato ad indicare, in queste pagine, è che l'impiego massiccio – e lo sfruttamento massacrante – di forza-lavoro migrante nelle campagne del Sud Italia non è altra cosa dalla complessiva organizzazione del lavoro e dello sfruttamento in questa stessa area geografica né dalla disoccupazione strutturale che costringe, ogni anno, decine di migliaia di giovani – dalla pelle bianca, in questo caso - a migrare, a loro volta; non è, infine, il sottoprodotto dello sviluppo che, in maniera differenziale, si presenta come la vera cifra di alcune – e comunque solo alcune – aree del Sud Italia.

Al contrario, ciò a cui ci troviamo davanti è una complessiva articolazione – come abbiamo provato a mostrare, di squisita matrice coloniale – del potere, all'interno della quale il costante dosaggio di sviluppo e sottosviluppo corrisponde ad una moltiplicazione delle possibilità di accumulare plusvalore a discapito delle vite e della terra.

Per questa ragione ci è sembrato opportuno proporre la definizione fanoniana di spazio proteiforme, non per mero vezzo definitorio, ma poiché essa ci sembra funzionale a mettere in luce una grande varietà di livelli di azione del Capitalismo globale, molti dei quali risultano strutturalmente invisibilizzati, nella misura in cui tale processo di invisibilizzazione è la condizione stessa di esistenza di tale sistema multistrato.

Possiamo concludere dicendo che, storicamente, il concetto e la narrativa dello sviluppo agiscono sul mondo – su di un mondo coloniale e postcoloniale – con la funzione di linee abissali (Sousa Santos, 2007); questo significa che la coppia sviluppo/sottosviluppo traccia costantemente un sistema di distinzioni visibili ed invisibili:

le distinzioni invisibili sono stabilite attraverso linee radicali che dividono la realtà sociale in due regni, il regno “da questo lato della linea” e il regno “dall'altro lato della linea”. La divisione è tale che “l'altro lato della linea” svanisca come realtà, diventando non esistente, e dunque è prodotto in quanto non esistente (Sousa Santos, 2007)10.

In questo caso, tale relazione di invisibilizzazione costituisce una parte strutturale della nuova articolazione della Questione meridionale. Senza uno sguardo critico che punti ad individuare la traccia di tali, molteplici linee abissali, rischiamo di rimanere incantati dalle sirene dello sviluppo, intente a prometterci, ancora una volta, il miracolo della modernità, giunto a redimere il Mezzogiorno arretrato e colpevole - a patto che esso sia disposto a farsi raccontare, ancora una volta, nella lingua di qualcun altro che parla al suo posto.

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Nota

2 Marx, K, I, p.881
3 Fanon (2015: 197), “sputando su Hegel”, aveva già riscontrato che, nel contesto coloniale, la dialettica servopadrone, caposaldo del pensiero bianco occidentale, si sgretola, proprio perché delinea una relazione che non produce riconoscimento; tra il dominatore bianco e il dominato nero non c’è sintesi dialettica mediata dalla sfera della produzione, quello che si dispiega è puro dominio senza egemonia: “Il padrone (bianco) qui differisce essenzialmente da quello descritto da Hegel. Per Hegel vi è reciprocità, qui il padrone se ne frega della coscienza dal servo. Non reclama il riconoscimento di quest’ultimo, ma il suo lavoro. Allo stesso modo, il servo non è per niente assimilabile a colui che, perdendosi nell’oggetto, trova nel lavoro la fonte della sua liberazione”. .
4 Corsivo mio
5 La bibliografia di riferimento su questo tema sarebbe molto ampia. Ci limitiamo qui a segnalare Festa (2013), che ricostruisce opportunamente una buona parte del dibattito, e il classico di Petrusewicz (1998)
6 Vedi: Tre braccianti agricoli morti in Puglia mentre raccoglievano frutta e verdura. Anche questo è il Sud, pubblicato su Huffingtonpost.it il 07/08/2015
7 Per i dati riportati, qui è più avanti, si faccia riferimento a IL TURISMO IN SALENTO. Una importante leva per lo sviluppo del territorio, Team di ricerca SRM, Novembre 2016 e a "Turismo in provincia di Lecce: prospettive ed opportunità di sviluppo" realizzato su iniziativa del Gruppo di lavoro permanente in materia statistica istituito dalla Prefettura di Lecce, Dicembre 2016.
8 IL TURISMO IN SALENTO Una importante leva per lo sviluppo del territorio, Team di ricerca SRM, Novembre 2016
9 Pendolaria 2017, pubblicato in legambiente.it il 07/01/2018


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