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Dalla città verso la campagna: crisi e agrarizzazione del lavoro migrante in Spagna
Theomai, no. 38, pp. 25-36, 2018
Red Internacional de Estudios sobre Sociedad, Naturaleza y Desarrollo

Trabajo y migraciones postcoloniales en la agricultura capitalista global



Revista THEOMAI / THEOMAI Journal Estudios críticos sobre Sociedad y Desarrollo / Critical Studies about Society and Development



Número 38 (segundo semestre 2018) - number 38 (second semester 2018)
Theomai

1. Introduzione

La crisi che ha investito i paesi occidentali nel corso dell’ultimo decennio ha avuto una ricaduta particolarmente significativa dal punto di vista economico e sociale nei paesi mediterranei dell’Unione europea, in primo luogo Grecia, Italia, Spagna e Portogallo.

Di fronte agli squilibri e alle asimmetrie socioeconomiche che si sono articolate e ampliate su scala continentale durante questa fase di recessione, alcuni economisti come Brancaccio e Realfonzo (2008) hanno richiamato quel processo di mezzogiornificazione dell’Europa già paventato nei primissimi anni di strutturazione dello spazio comune di libero mercato da Paul Krugman (1995), secondo il quale la nascente Unione europea rischiava di articolarsi attraverso il medesimo dualismo economico che ha caratterizzato il processo di unificazione dell’Italia. Riprendendo gli studi classici sulla «questione meridionale» italiana (Gramsci, 1974), ci è sembrato utile guardare non solo alle asimmetrie delle bilance commerciali, ma anche al movimento, inverso alle merci, della forza lavoro.

La crisi economica si è infatti tradotta nel sud Europa – a differenza dei paesi dell’Europa settentrionale - in una crescita sostanziale dei tassi di emigrazione e in un affievolimento costante dei flussi migratori in entrata.

Si tratta di una tendenza che accentua per alcuni aspetti una tratto tipico del «modello mediterraneo delle migrazioni» (Baldwin-Edwards e Arango, 1999; King, Lazaridis e Tsardanidis, 2000), cioè la coesistenza negli stati dell'Europa meridionale di tassi significativi sia di emigrazione che di immigrazione.

Il modello mediterraneo delle migrazioni era andato plasmandosi sulle basi della ristrutturazione postfordista e delle specificità dei contesti socio-economici sud-europei, in particolare in funzione della domanda crescente di lavoro dequalificato, a basso costo e flessibile, espressa dai settori in espansione del turismo, dei servizi alla persona, dell’agricoltura e delle costruzioni, in un contesto di miglioramento dei livelli di istruzione, di crescita dell’occupazione femminile, di carenza dei servizi di welfare e di relazioni economiche e lavorative caratterizzate dall’informalità, dallo sfruttamento e dall’evasione fiscale.

In queste trasformazioni hanno trovato inserimento migrazioni dalle nazionalità estremamente eterogenee, progressivamente caratterizzate anche dal crescere della componente femminile.

La crisi mondiale del 2008 ha rappresentato, però, un forte momento di rottura anche dal punto di vista demografico-migratorio: il rovesciamento in negativo dei rispettivi saldi migratori in Grecia, in Spagna e in Portogallo sono il segnale più eloquente, sebbene oggi, a distanza di dieci anni, questo indicatore abbia ripreso in Spagna, seppur in modo labile, il segno positivo.

Il presente contributo intende decifrare i cambiamenti in atto focalizzando in particolare l’attenzione sulla componente della migrazione straniera che trova impiego nel lavoro agricolo. In questa sede intendiamo verificare l’impatto che la crisi economica ha avuto sulle tradizionali traiettorie migratorie che hanno interessato nel corso degli ultimi anni le campagne del Sud Europa: l’analisi del rapporto tra migrazioni, lavoro agricolo e crisi economica ci permette infatti di cogliere la natura anticiclica e di rifugio dell'agricoltura contro la disoccupazione che ha colpito in maniera particolare la popolazione straniera, e i processi di ristrutturazione che stanno interessando il mondo rurale, nelle sue componenti produttive ma anche residenziali, dunque sociali e di insediamento a livello territoriale.

Le ipotesi da cui muove l’analisi che qui presentiamo sono due: se, da un lato, appare dispiegarsi un processo di rurubanizzazione, ovvero un movimento insediativo dai centri urbanizzati in direzione delle periferie rurali, semi-rurali o nello spazio periurbano, in prossimità della campagna, dall’altro stiamo assistendo a una sorta di «agrarizzazione del lavoro migrante» (Pugliese 2012), ovvero all’ingresso progressivo o a una emersione del lavoro straniero in agricoltura.

Per comprovare la prima ipotesi abbiamo interrogato le statistiche demografiche, le iscrizioni e cancellazioni presso gli uffici anagrafici e fatto ricorso ai dati dell’Instituto Nacional Estadistico (Ine). La seconda ipotesi è invece corroborata dai dati forniti dai rapporti del’Observatorio Mercado Trabajo (Omt) e dell’Observatorio Permanente de la Inmigración (Opi).

Il lavoro è suddiviso in quattro parti. Nella prima parte ricostruiamo il dibattito accademico sul rapporto tra migrazioni e agricoltura mediterranea; nella seconda parte focalizziamo l’attenzione sulle trasformazioni delle dinamiche residenziali dei migranti stranieri; nella terza parte ci soffermiamo ad analizzare le trasformazioni nel mercato del lavoro, ed in particolare il rapporto inversamente proporzionale tra la crescita della componente migrante in agricoltura e la diminuzione negli altri contesti produttivi spagnoli.

Nell'ultimo paragrafo avanziamo alcune considerazioni finali sull'agrarizzazione del lavoro migrante e sul ruolo delle migrazioni nelle trasformazioni del mondo rurale.

2. Lavoro, migrazioni e agricoltura mediterranea: analisi e piste di ricerca

Negli ultimi anni diversi studi hanno posto in evidenza il ruolo centrale del lavoro migrante nell'agricoltura mediterranea: ai primi studi pionieristici (Calvanese e Pugliese, 1991; Giménez, 1991) è seguita una molteplicità di ricerche anche molto recenti sul rapporto tra migrazioni e agricoltura mediterranea (Gertel e Sippel, 2014; Pedreño, 2014; Caruso, 2015; Corrado et al., 2016) che condividono per molti aspetti le osservazioni di Max Weber (2005: 21) sui lavoratori polacchi nell'agricoltura prussiana di fine Ottocento, per il quale “la ragione dell'impiego dei migranti risiede nei salari inferiori in termini assoluti (...), nella maggiore docilità di questi stranieri in condizioni precarie (…), senza doversi fare carico degli obblighi di diritto amministrativo e di altro genere che sussistono nei confronti dei lavoratori autoctoni”.

I lavoratori migranti con la loro accentuata mobilità territoriale hanno di fatto depotenziato quella che in passato era considerata come la principale minaccia per l'agricoltura mediterranea e cioè “la costante diminuzione della popolazione attiva agraria, che potrà arrivare ad essere insufficiente nei periodi di punta della raccolta (...). In relazione a questo ipotetico futuro, si è iniziato a discutere della possibilità di poter utilizzare manodopera stagionale immigrata per garantire il sistema di produzione" (Arnalte, 1979: 84).

Non a caso le politiche migratorie in Europa, anche nei periodi di maggiore chiusura formale, hanno sempre tenuto in considerazione questo aspetto specifico, promuovendo interventi legislativi di sostegno alle migrazioni stagionali e circolari per il settore agricolo.

Le statistiche sull'incidenza occupazionale, per quanto sottostimate dalla duplice distorsione del lavoro nero e del lavoro fittizio, sono abbastanza eloquenti sul ruolo rilevante del lavoro migrante nell'agricoltura spagnola: se nel 1991 risultavano impiegati in agricoltura 19.587 immigrati , cioè l' 1,9% dei lavoratori agricoli, nel 2016 diventano 393.183, cioè quasi la metà dell'intera forza-lavoro agricola.

In diversi contesti questo eccezionale “ricambio etnico” è avvenuto senza particolari clamori, garantendo nel contempo la tenuta economica del settore e la sopravvivenza demografica, soprattutto nelle aree più interne e marginali dell'Europa meridionale (Kasimis, 2006). Invece nella fascia costiera mediterranea, l'intensivizzazione dell'agricoltura e la sua proiezione diretta all'interno del corporate food regime (McMichael, 2016), ha comportato una riorganizzazione monocolturale della produzione basata sullo sfruttamento intensivo delle risorse naturali ma anche della forza-lavoro, in particolare attraverso la flessibilità, il sottosalario e la mobilità stagionale di quote significative di manodopera immigrata e non qualificata.

Sulle condizioni di lavoro e di mobilità di questo segmento sociale si è recentemente concentrato un rinnovato interesse scientifico, con una molteplicità di studi empirici e ricerche sul campo volte ad analizzare in particolare le dinamiche di inserimento socio-lavorativo nei differenti contesti rurali della Spagna, dell'Italia e della Grecia (Garrapa, 2017; Avallone, 2017; Gadea e Torres, 2017; Papadopoulos e Fratsea, 2016): queste ricerche, pur condividendo quanto già emerso sul tema della etno-stratificazione del mercato del lavoro, individuano nel settore agricolo l'accentuazione degli elementi di vulnerabilità del lavoro migrante, in quanto “la forma predominante della stagionalità e dell’informalità del lavoro, l’inesistenza di vincoli diretti tra lavoratore e imprenditore impediscono lo sviluppo di sistemi di negoziazione collettiva e determinano una gestione individualizzata dei conflitti dove il potere dei lavoratori è molto debole” (Moraes et al., 2012: 24).

3. Ancora più mobili: l'impatto della crisi economica nelle dinamiche migratorie in Spagna

Tra gli anni Ottanta del secolo scorso e gli anni duemila, la Spagna hanno registrato un tasso impetuoso di crescita dei tassi di immigrazione: se nel 1991 erano presenti 360.655 immigrati (lo 0,91% della popolazione), nel 2009 si raggiunge il picco storico di 5.598.69, fino ad arrivare agli attuali 4.418.157.

Nella fase iniziale di sviluppo dei processi di immigrazione, la mancanza di politiche di regolamentazione e gestione dei flussi aveva contribuito alla strutturazione di un sistema autogestito e informale di mobilità e inserimento lavorativo, che prevedeva un periodo più o meno lungo di permanenza nelle regioni agricole, dove più facile era l’accesso irregolare al mercato del lavoro, ai servizi minimi e a un alloggio. La permanenza in queste aree avveniva spesso in attesa di un provvedimento di sanatoria che permettesse di regolarizzare la propria posizione e dunque di realizzare il trasferimento nelle regioni del nord della Spagna o anche dell’Europa, dove era possibile trovare nuove opportunità di lavoro, spesso in fabbrica o nei servizi, in condizioni regolari, remunerate e meno faticose.

L’Andalusia, così come la regione di Murcia e le altre province mediterranee, si sono per anni configurate come «area di transito», tappa intermedia di una «migrazione nella migrazione» (Pugliese, 2002). Successivamente, già a partire dai primi anni del nuovo millennio, si è progressivamente affiancato un processo lento, di sedentarizzazione o stabilizzazione dei migranti anche nelle regioni meridionali.

L’avvento della crisi economica si inserisce in questo quadro di migrazioni interne, rovesciando alcune traiettorie e rinforzandone nuove. Il dato più rilevante è stato ovviamente il crollo, quasi il dimezzamento, del numero degli ingressi annuali di immigrati: dai 599.074 immigrati entrati nel 2008 si passa ai 280.772 del 2013, per poi arrivare ai 380.926 nel 2016. Nello stesso periodo, a fronte del dimezzamento del numero degli ingressi, si registra il raddoppio del numero di trasferimenti all’estero: dai 288.432 del 2008 si passa ai 532.303 del 2013, fino ad arrivare ai 327.324 del 2016.

Gli emigranti sono prevalentemente vecchi immigrati o spagnoli di origine straniera: si tratta della cosiddetta migrazione neo-ispanica ( Domingo et al., 2014). Nel 79% dei casi, infatti, sono cittadini stranieri che in parte scelgono di trasferirsi nei paesi del Nord dell’Europa, ma soprattutto, nella stragrande maggioranza dei casi (258.113 nel solo 2016), decidono di abbandonare temporaneamente o definitivamente il proprio percorso migratorio, rientrando nei propri paesi di origine, in particolare in Marocco, Romania e nei paesi dell’America Latina (Torres Pérez, 2013; Viruela, 2013; Viruela e Torres Pérez 2015).

Le ragioni di questo cambiamento così radicale dei flussi migratori sono da ricercare ovviamente nella mancanza e nella perdita delle opportunità lavorative. Diversi studi e ricerche sull’impatto sociale della crisi hanno già posto in evidenza come le conseguenze negative in termini occupazionali abbiano riguardato in primo luogo la componente migrante (Esteban, 2011; Fullin e Reyneri, 2013; Torres e Gadea, 2015). L’aumento considerevole dei licenziamenti tra le fila dei lavoratori migranti è da correlare con la stratificazione su base etnica del lavoro, con una forte concentrazione del lavoro migrante nelle mansioni con più bassa qualificazione – si parla in proposito di etnostratificazione o etnoframmentazione del mercato del lavoro (Camarero, Sampedro e Oliva, 2013; Pedreño, 2005) – appunto la fascia maggiormente colpita dalla crisi.

I dati statistici sono abbastanza eloquenti da questo punto di vista: se il tasso di disoccupazione per i lavoratori spagnoli è aumentato dal 8,9% del 2008 al 25,1% del 2014 per poi riscendere al 17,8%, per gli immigrati è più che triplicato, passando dal 12,6% al 39,1%.

Come alternativa al compimento di una nuova migrazione verso nuove destinazioni o verso i paesi di origine, la strategia adottata è quella di spostarsi in altre località interne ai contesti nazionali. In molti casi questo movimento si configura come una «migrazione di retrocessione»: maggiormente colpiti dalla crisi, i migranti ripiegano nelle regioni meridionali e nell’agricoltura per non azzerare il proprio percorso migratorio.

Già alcuni autori (Valero-Matas et al., 2014) hanno individuato, nelle traiettorie delle migrazioni interne spagnole, una tendenza molto più accentuata tra i cittadini neocomunitari – e meno tra i latinoamericani – ad abbandonare le grandi città del Nord della Spagna per riposizionarsi sul litorale mediterraneo, dove il minor costo della vita è controbilanciato dalla presenza, seppur discontinua, di offerte di lavoro nel settore agricolo. I dati sulla mobilità interprovinciale dei lavoratori in Spagna ci descrivono infatti non solo un tasso di mobilità doppio dei lavoratori immigrati rispetto agli autoctoni (21,68% contro 11,51%), ma anche un aumento costante nel corso degli ultimi anni, con le punte più alte tra i migranti provenienti da Mali, Senegal e Marocco. Sono soprattutto i migranti nativi dei paesi africani che registrano il più alto tasso di mobilità, avendo cambiato residenza in Spagna nel 42,4% dei casi per più di una volta e nel 20,7% avendola cambiata da due a cinque volte dal loro arrivo nella penisola iberica (Arroyo et al., 2014).

Se nei contesti metropolitani la mobilità interprovinciale dei lavoratori stranieri è particolarmente bassa – Madrid e Barcellona si aggirano intorno all’11% – nelle province andaluse dell’agricoltura intensiva stagionale, e ovviamente nelle province circostanti, si arriva sfiorare anche il 50%, con punte del 55% a Jaen, del 50% ad Albacete, percentuali che confermano come l’agricoltura rappresenti, con il 36,27%, il settore con il più alto tasso di mobilità per i lavoratori stranieri. Si tratta infatti di una mobilità interna del bracciantato migrante che si sviluppa lungo l’intero arco mediterraneo, «dove si localizzano tre fulcri. Uno tra le province limitrofe della zona orientale: Murcia, Alicante, Albacete e Almería. Un altro tra Barcellona e le provincie catalane di Tarragona e Girona. E un terzo rappresentato dai flussi tra Valencia, Alicante, Castellón e Barcellona» (Sepe, 2014: 19).

Migliaia di immigrati svolgono in queste aree «una migrazione circolare del bracciantato migrante vincolata alla concatenazione, nel tempo e nello spazio, delle campagne agricole di raccolta più importanti» (Viruela e Torres Pérez, 2015: 49); nel caso dell’Andalusia, questa migrazione circolare si concentra nella raccolta invernale nei 600.000 ettari di uliveti nella provincia di Jaen e nella raccolta primaverile delle fragole nella provincia di Huelva, mentre nel caso di Almerìa la produzione a ciclo continuo della sericoltura richiede un apporto molto limitato di lavoratori stagionali, essendo necessaria per quasi tutti i mesi dell’anno una forza lavoro maggiormente stanziale. In termini statistici, nel 2013, su 39.880 migranti contrattualizzati in provincia di Jaen, 24.271 erano i migranti residenti in altre province della Spagna, cioè il 54%, mentre ad Almerìa erano 19.512 i migranti residenti in altre province reclutati per il lavoro in agricoltura e a Huelva 24.990. Per fronteggiare la discontinuità del lavoro, molti immigrati aumentano la disponibilità alla mobilità, inseguendo le differenti stagioni di raccolta. L’agricoltura si trova così a beneficiare di un «esercito di riserva» che si muove in relazione ai picchi di fabbisogno di forza lavoro.

Alcuni studi hanno prefigurato una diffusione delle dinamiche di mobilità circolare (Pedreño 2014) all’interno degli scenari di «californizzazione» dell’agricoltura spagnola – ovvero di trasformazione secondo un modello di produzione, di frutta e verdura in particolare, che fa del lavoro migrante flessibile e a basso costo una componente strutturale per uno sviluppo intensivo dell’agricoltura (Berlan, 1987). Tuttavia, come vedremo, oltre ad accentuare le dinamiche di mobilità interna, estrema e circolare per le fasce più deboli e marginali del mercato del lavoro agricolo, vi è al tempo stesso un processo di rururbanizzazione e agrarizzazione che investe questo universo sempre più significativo di lavoratori agricoli immigrati.

3.1. L’agrarizzazione del lavoro migrante

Nel periodo di riferimento 2007-2017, l’analisi dei dati occupazionali su base settoriale evidenzia come, a fronte dei segni negativi presenti in ogni comparto, a prescindere dall’origine autoctona o migrante dei lavoratori, con punte estreme di vero e proprio crollo nell’edilizia, il solo segno positivo che inevitabilmente balza agli occhi è il numero dei lavoratori stranieri impiegati nel settore primario.

In termini assoluti si tratta di migliaia di migranti che hanno trovato «rifugio» nell’agricoltura, a dimostrazione del fatto che se «nei paesi industrializzati esiste un meccanismo polmonare che attira ed espelle i lavoratori migranti a seconda della congiuntura economica» (Perocco, 2003: 407), l’agricoltura con un meccanismo inverso assolve una funzione anticiclica, anche per quanto riguarda la componente del lavoro migrante. Diversi autori hanno evidenziato l’emergere di un «ritorno alla campagna» (Barberis, 2009) o dinamiche di trasformazione e di innovazione significative in agricoltura (Sivini e Corrado, 2013); tuttavia, se la componente autoctona trova inserimento nel lavoro autonomo o in nicchie produttive ad alto valore aggiunto, è il lavoro agricolo non qualificato ad assorbire la stragrande maggioranza dei lavoratori stranieri. Non è un caso che nel lavoro agricolo permane l’ormai storico rapporto inversamente proporzionale tra l’aumento del lavoro migrante e la diminuzione del lavoro autoctono, che trova ulteriore conferma anche all’interno del ciclo attuale di recessione economica.

Nei primi anni Novanta, nella fase embrionale dell’inserimento del lavoro migrante nell’agricoltura mediterranea, alcuni studi e ricerche scientifiche avevano già posto in evidenza il crescente ruolo degli immigrati nella tenuta e nello sviluppo del settore primario in Spagna (Gimenez, 1992). Tuttavia, le cifre raggiunte negli ultimi anni sono particolarmente significative: a livello nazionale, c’è un rapporto inversamente proporzionale tra la diminuzione del numero complessivo dei lavoratori agricoli, che passano dalle 888.969 Unidades de Trabajo (UTA) rilevate nel censo agrario del 2009 alle 800.213 del 2016, e l’aumento della componente migrante che passa nel corso degli ultimi dieci anni dal 19,1% al 28% della forza lavoro totale in agricoltura.

In tutti i settori lavorativi, il numero dei contratti di lavoro stipulati a lavoratori stranieri diminuisce in maniera significativa: in particole nel settore edilizio dagli 874.849 contratti del 2007 si arriva ai 191.315 del 2016, ma anche nel settore industriale si passa dai 170.158 ai 122.326 e nei servizi da 1.224.004 ai 899.941 del 2016. Al contrario il settore agricolo triplica il numero di contrattazioni, passando dai 338.848 del 2007 ai 943.36 del 2016, diventando il settore con il maggior peso di contratti per lavoratori stranieri. Il dato disaggregato su scala provinciale presenta in modo ancor più chiaro questa tendenza verso l'agrarizzazione: se la crisi economica si è tradotta a livello nazionale nel «ritorno a casa» in massa dei migranti soprattutto latinoamericani, nel licenziamento di massa – con una forte caratterizzazione etnica – di quasi un milione di lavoratori nel solo settore edilizio, nelle province di Almerìa, di Jaen, di Huelva, la tenuta e la crescita del comparto agricolo – immune dalla crisi anche e soprattutto perché orientato all’esportazione verso i paesi del centro e del Nord Europa – ha portato ad un aumento esponenziale dei contratti di lavoro per i lavoratori migranti.

È il caso di Huelva, dove, a fronte dei 69.642 contratti nel 2012, si passa a 112.321 contratti a lavoratori stranieri in agricoltura stipulati nel 2016, così come nella provincia di Jaen dove i contrattualizzati passano nello stesso periodo da 27.539 a 48.524 oppure Almerìa, dove i contratti passano da 43.023 a 74.405, fino ad arrivare al caso più significativo della regione di Murcia dove, a fronte dei 58.785 contratti stipulati nel settore agricolo a lavoratori immigrati nel 2012, si passa alla cifra record di 319.962 contratti nel 2016, una cifra che quasi equipara la totalità dei contratti di lavoro stipulati per i lavoratori immigrati nelle grandi aree metropolitane spagnole. Infatti, se la contrattazione di lavoratori stranieri in agricoltura conosce una crescita impetuosa, si assiste invece ad una stagnazione e una diminuzione della contrattazione di lavoratori stranieri nei contesti metropolitani: nello stesso periodo di riferimento, nella provincia di Barcellona si passa dai 392.844 contratti stipulati nel 2012 ai 351.029 del 2016, così come a Madrid, dove dai 421.524 contratti del 2012 si passa ai 401.059 contratti stipulati principalmente nel settore dei servizi.

3.2. Un processo di rurubanizzazione

Il crescente peso del lavoro migrante in agricoltura ha evidentemente un impatto non solo nella struttura del mercato del lavoro, ma anche nei processi di insediamento e stanzializzazione dei processi migratori. Si tratta di migliaia di persone che lasciano contesti urbani e metropolitani per trasferirsi in contesti rurali e rururbani o periurbani, dove i costi della vita sono più contenuti o l’offerta di lavoro nel settore agricolo garantisce una tenuta seppur rimodulata del proprio progetto migratorio (Osti e Ventura, 2012). Questo processo ha profonde implicazioni sociologiche poiché, in controtendenza rispetto alle tendenze tradizionali di urbanizzazione e industrializzazione che hanno caratterizzato la storia contemporanea, investono e destrutturano l’antica dicotomia città-campagna.

Rispetto al 2008, la percentuale di popolazione migrante residente nelle grandi città con oltre 100.000 abitanti diminuisce del 5,8% sul totale dei migranti presenti in Spagna, mentre aumenta del 9,3% nei comuni al sotto dei 20.000 abitanti. Questa tendenza è possibile coglierla anche attraverso una analisi comparativa tra le tendenze demografiche degli ultimi dieci anni tra le aree metropolitane e le province con una più accentuata vocazione agricola: se infatti la popolazione delle province di Madrid e Barcellona registra una crescita seppur contenuta (Barcellona passa dai 5.416.447 del 2008 ai 5.576.0376 del 2017, mentre Madrid dai 6.271.638 nel 2008 ai 6.507.184 nel 2017), in entrambe le aree nello stesso periodo la componente straniera diminuisce in modo abbastanza evidente, con -20% nell'area metropolitana di Madrid (da 1.005.381 a 795.271) e -5% in quella di Barcellona (da 745.261 a 711.314). Al contrario, nelle province andaluse di Huelva ed Almerìa si registra nel corso degli stessi anni un aumento della popolazione straniera, che passa da 37.110 a 40.393 nel caso di Huelva e da 131.330 a 137.561 nel caso di Huelva.

Ma per comprendere il peso crescente di questo processo di rurubanizzazione dei percorsi migratori bisogna disaggregare i dati su scala interprovinciale, focalizzando l'analisi intorno alle «enclave globali agricole» (Moraes et al., 2012), come ad esempio i pueblos freseros di Huelva o il poniente almeriense e porli in comparazione con i contesti urbani limitrofi.

In queste enclave globali l’industrializzazione e intensivizzazione della produzione agricola diretta all'estero hanno favorito insediamento semistanziale e stanziale di una quota sempre più rilevante di popolazione migrante. Il paesaggio rurale di queste aree si è repentinamente trasformato in confuse conurbazioni periurbane nelle quali l’incidenza e il peso crescente dell’industrializzazione agroalimentare e del boom demografico convivono nel medesimo spazio, con un’occupazione a chiazze e disordinata di ogni lembo di terra disponibile, tanto per l’edificazione edilizia quanto per l’installazione di nuove serre o piantagioni.

Il «mare di plastica» del Poniente Almeriense è abbastanza emblematico: nelle serre che si estendono per oltre trentamila ettari, nei quali vengono prodotte tre milioni di tonnellate di ortofrutta a ciclo continuo per tutto l’anno, decine di migliaia di rumeni e marocchini portano avanti questa vera e propria catena di montaggio agroalimentare. Campagne semidesertiche e piccoli villaggi rurali costruiti sul finire degli anni cinquanta dal regime franchista per la colonizzazione dell’area si sono oggi trasformati in nuclei urbani di decine di migliaia di abitanti. Per fare un esempio, ai tempi della «caccia al moro» durante gli scontri etnici nel febbraio del 2000, ad El Ejido su 53.008 residenti 4.317 erano immigrati, cioè meno del 10% della popolazione locale, ma un numero sproporzionato secondo l’allora sindaco Juan Enciso Encriso che aizzò la popolazione autoctona contro i migranti; a distanza di diciassette anni la città ha conosciuto un vero e proprio boom demografico, dovuto essenzialmente all’immigrazione, con 29.046 residenti stranieri nel 2107, cioè il 30% circa degli attuali 88.096 abitanti.

Lo stesso significativo aumento si registra nelle altre località circostanti del Poniente, come Roquetas de Mar (93.363 abitanti dei quali 24.948 stranieri), Vicar (7.162 stranieri su 25.149 abitanti, con una crescita del 18%) ma anche Nijar, altro polo agricolo almeriense, dove circa il 40% dei 28.996 abitanti è di origine straniera. Questo dato va comparato con la capitale della provincia, Almerìa dove la popolazione straniera è rimasta sostanzialmente invariata in termini assoluti (18.554 nel 2017 e 18.742 nel 2008), aggirandosi sempre intorno al 10% della popolazione. In una fase storica nella quale tutti gli indicatori sull’immigrazione in Spagna registrano segni negativi, la componente straniera di Almerìa si consolida attraverso le migrazioni interne dalle altre province spagnole, come testimonia anche il crollo dei flussi provenienti dall'estero su scala provinciale (dai 17.763 del 2008 ai 6.874 del 2017).

Nella provincia di Huelva, la situazione è sostanzialmente simile. In quest’area la necessità di braccia per la la raccolta di circa 300.000 tonnellate annue di fragole, ha determinato un flusso di lavoro temporaneo inizialmente regolato in via istituzionale attraverso il sistema della contratación en origen, che prevedeva il reclutamento dei lavoratori stranieri direttamente nei paesi di origine, da parte delle associazioni imprenditoriali locali, e l’obbligo per i lavoratori di rientrare nel proprio paese di origine al termine della stagione lavorativa. Malgrado il modello della contratación en origen di Huelva è stato poi ripreso e rilanciato a livello europeo dalla direttiva dell’Europarlamento del 26 febbraio 2014 sulle «condizioni di ingresso e di soggiorno dei cittadini di paesi terzi ai fini di un impiego stagionale», questo sistema – dopo aver raggiunto il suo apice nel 2007 con l’ingaggio di 43.234 lavoratori stagionali provenienti principalmente dal Marocco e dalla Romania – è praticamente scomparso sotto i colpi della crisi economica e della retorica politica della cosiddetta «preferenza nazionale» (Cebolla e Gonzales, 2013).

Ma l'azzeramento della contratación en origen si è tradotto nell'accentuazione di un processo di sedentarizzazione dei flussi migratori nell’area, con un «impiego multifunzionale» della forza lavoro migrante anche fuori dalla stagione della raccolta e un nuovo processo di sostituzione etnica, per effetto del ritorno in agricoltura dei migranti africani maschi, prevalentemente marocchini, in sostituzione delle lavoratrici dell’Est Europa (Gualda, 2012; Viruela, 2013).

Possiamo verificare questa tendenza attraverso l’andamento demografico del Comune di Cartaya: si tratta di un dato particolarmente significativo perché proprio l’amministrazione comunale di Cartaya si propose nel 2006 come capofila di un progetto europeo Aeneas sulla «gestión integral y ética de flujos de migración circular entre Marruecos y Huelva» da cui prese origine la contratación en origen. A Cartaya, nel 2008 su 17.427 abitanti la componente migrante era del 16,6%, mentre nel 2017 i migranti hanno raggiunto le 3.702, cioè il 22% della popolazione, aumento rilevato anche negli altri comuni freseros di Moguer (dove si passa da 2.905 migranti a 5.533, cioè dal 15,4% al 26,1% dell'intera popolazione) e Almonte (dal 10,2% al 17,2%). Per comprendere il valore di questi aumenti percentuali, bisogna considerare che, nel decennio di riferimento, nella capitale Huelva, il numero di migranti presenti diminuisce del -23%, passando da 7.542 a 5.797 abitanti di origine straniera.

4. Conclusioni: una nuova trasformazione del mondo rurale?

Negli ultimi anni sono cresciuti l’attenzione e l’impegno da parte della società civile per denunciare le condizioni di vita e di lavoro drammatiche nelle quali sono costretti a vivere migliaia di migranti coinvolti nelle attività stagionali della raccolta. L’importanza di tale impegno emerge ancor di più nel vuoto o a fronte della debolezza degli interventi istituzionali, delle organizzazioni sindacali e di politiche locali inadeguate a confrontarsi con quelli che non possono considerarsi come «fenomeni emergenziali», ma con processi di trasformazione dei territori di cui oramai le migrazioni sono componenti strutturali, anche nelle aree rurali meridionali. Pertanto, invece che segnalare i «casi estremi» di iper-sfruttamento, proprio alla luce dei dati esaminati, è importante riuscire a cogliere la complessità e la profondità dei processi sociali di trasformazione delle campagne. Il dato più significativo è senza dubbio la crescita impetuosa della componente del lavoro migrante nell’agricoltura negli anni della crisi economica, un dato ancor più rilevante perché in netta controtendenza rispetto a tutti gli indicatori occupazionali ed economici.

La crisi economica ha riversato migliaia di migranti nelle campagne meridionali e andaluse, accentuando un lento processo di emersione in grigio e di sedentarizzazione. Agrarizzazione e rurubanizzazione dei processi migratori sono trasformazioni che invertono le dinamiche migratorie e di trasformazione territoriale degli ultimi cinquanta anni, inducendo dunque a questionare i paradigmi interpretativi classici dello sviluppo. Tuttavia è opportuno non cedere a facili generalizzazioni o comunque rilevare la specifica collocazione spaziotemporale di questi processi, anche se i segnali degli ultimissimi anni di allentamento della recessione, non sembrano determinare l’affievolimento di queste tendenze.

Emerge oramai come dato incontrovertibile, a fronte dei processi di espansione e intensificazione agraria (ma anche di diversificazione) da un lato, e di «individualizzazione» o «de-familizzazione» (Gómez e González, 1997) dell’agricoltura dall’altro, l’insufficienza della manodopera familiare e la dipendenza strutturale dalla forza lavoro salariata, oggi prevalentemente immigrata. È questo un elemento sempre più chiaro nel contesto dell’Europa mediterranea, ma anche altrove, in virtù di una ristrutturazione del sistema agro-alimentare che fa leva anche sul genere e sulla razza. Un altro elemento che emerge con evidenza dall’analisi dei dati e sul campo è la sostituzione etnica come strategia – spesso sostenuta dalle politiche di immigrazione – per annullare o indebolire le resistenze sul lavoro o sostenere la riorganizzazione della produzione, che, nel periodo di crisi, si incrocia con i processi di retrocessione di alcuni gruppi o di ritorno di altri, ma anche con i processi di femminilizzazione che sempre di più caratterizzano alcune produzioni. La globalizzazione agro-alimentare opera non solo come principio ordinatore dei territori, ma gestisce anche la mobilità e la diversità in funzione della riorganizzazione delle catene del valore.

L’accento posto sull’emersione di processi di stabilizzazione e contrattualizzazione del lavoro in agricoltura o sull’aumento della residenzialità nelle aree rurubane non nega certo l’incidenza del lavoro grigio, l’esistenza di sacche importanti di lavoro sommerso o semisommerso, di condizioni precarie, di pratiche di sfruttamento e di negazione di diritti. Negli ultimi anni, la crisi economica ma anche le crisi umanitarie, le nuove guerre, l’irrigidimento delle politiche migratorie hanno poi determinato la presenza nelle campagne di migranti con permessi temporanei per motivi umanitari, rifugiati, denegati o irregolari (Dines e Rigo 2015), proiettati verso altri progetti e destinazioni diverse, ma «confinati» o «intrappolati» nella condizione di manodopera casuale ed estremamente mobile nelle campagne. È evidente il bisogno di nuovi studi per decifrare la definizione possibile di un «nuovo modello mediterraneo delle migrazioni», in funzione della governance europea, ma anche delle politiche agricole e di partenariato economico, dei cambiamenti geopolitici (in particolare in Medio Oriente e Africa) e di una riorganizzazione dei processi produttivi e del lavoro, che collega enclave produttive, territori e reti a livello transnazionale.

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