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Colonialità e decolonialità nell'agricoltura mediterranea: lavoro, migrazioni e contadini
Colonialità e decolonialità nell'agricoltura mediterranea: lavoro, migrazioni e contadini
Theomai, no. 38, pp. 246-260, 2018
Red Internacional de Estudios sobre Sociedad, Naturaleza y Desarrollo
Revista THEOMAI / THEOMAI Journal Estudios críticos sobre Sociedad y Desarrollo / Critical Studies about Society and Development

Introduzione2
Questo contributo intende proporre un’analisi delle dinamiche di trasformazione dell’agricoltura e del mondo rurale nell’area del sud dell’Europa. La prospettiva dell’economia politica ha messo in evidenza processi di sviluppo e tendenze comuni all’interno della regione nel processo di integrazione nell’economia mondo come zona “semiperiferica”, a partire dal diciannovesimo secolo, così descrivendo la specificità delle relazioni centro-periferia e dei processi politici che interessano particolari stati. A distanza di quasi quarant’anni, oggi, tale analisi risulta estremamente utile, al fine di comprendere le problematiche specifiche dell’area, in una prospettiva di lungo periodo e all’interno delle dinamiche di sviluppo del mercato globale, ovvero dei processi di accumulazione del capitale e di divisione internazionale del lavoro. Le dinamiche di colonialismo interno hanno condizionato lo sviluppo e le dinamiche di accumulazione, all’interno di singoli stati - si veda l’analisi riferita all’Italia di Gramsci (1977) - e poi anche dell’Unione Europea (si vedano Arrighi 1985; Halperin 1997; Pedaliu 2013). I processi di trasformazione agraria si sono iscritti in più ampi processi di ristrutturazione economica e di accumulazione di capitale, in maniera funzionale allo sviluppo prima dell’industria e poi dell’economia dei servizi, delle reti di impresa e del sistema finanziario. Da una parte la proletarizzazione dei contadini e la formazione del lavoro salariato, le trasformazioni di classe, le migrazioni, interne ai singoli stati e al continente europeo prima e poi su scala internazionale, e dall’altra le trasformazioni dell’agricoltura e dei territori, la ristrutturazione dei mercati e delle filiere produttive: lungo queste direttrici a geografie variabili si è data la combinazione dei fattori di produzione e la ridefinizione dei rapporti e delle lotte di classe. L’analisi della trasformazione del sistema agro-alimentare va collocata all’interno della ristrutturazione capitalistica e guardando alla trasformazione del ruolo dello Stato, nel lungo periodo. Tuttavia, è importante portare alla luce ed evidenziare le resistenze che si sono date e si vanno ridefinendo all’interno di questi processi. Queste resistenze sono quelle che oppongono i diversi attori ai processi di “periferizzazione” all’interno del sistema capitalistico (Arrighi e Piselli 2017), attivando di volta in volta lotte e conflitti, che si caratterizzano per una dimensione socio-economica ma anche epistemica.
L’apporto della prospettiva della colonialità del potere (colonialided del poder) è utile per mettere a fuoco elementi che attengono alla nuova composizione della forza lavoro e delle lotte di classe, ma anche e apprezzare, “come parti del processo eterogeneo strutturale le multiple relazioni in cui i processi culturali, politici ed economici sono imbricati all’interno del capitalismo come sistema storico” (Quijano 1993). Quijano introduce la nozione di “colonialità” (diversa da quella di “colonialismo”) essenzialmente per due ragioni: evidenziare la continuità storica tra i periodi del colonialismo e del post-colonialismo e poi rilevare come le relazioni coloniali di potere non si limitino al solo dominio economico-politico e giuridico-amministrativo dei centri sulle periferie, ma si caratterizzino anche per una dimensione epistemica e culturale (Castro-Gómez e Grosfoguel, 2007). La colonialità del sapere (colonialidad de saber) implica la superiorità di un sapere, quello europeo moderno, nel sistema mondo moderno/coloniale, con l’esclusione e il silenzio della conoscenza subalterna (Lander 2000), ciò si collega ad una colonialità dell’essere (colonialidad del ser) che riguarda l’impatto dell’esperienza coloniale sull’esperienza vissuta, sull’essere, sull’autoidentificazione, sull’ontologia (Mignolo 2007).
Il concetto di decolonialità sottolinea come la divisione internazionale del lavoro tra centro e periferia e la gerarchizzazione epistemica, etnico-raziale, di genere/sessuale tra gruppi e popolazioni, originata dall’espansione coloniale, permangano anche oltre la fine del colonialismo e la formazione degli Stati-nazione nella periferia, ovvero in quella che è descritta come una “transizione dal colonialismo moderno alla colonialità globale” (Grosfoguel, 2007: 14-15). La prospettiva decoloniale ridefinisce dunque le forme di esclusione e di gerarchia sviluppate dalla modernità (Quijano 2007).
Questo contributo intende analizzare i processi di trasformazione agraria del sud Europa, individuandone la specificità e mettendo a fuoco le attuali forme di lotta e resistenza e vuole anche riflettere sul ruolo che hanno in essi i processi migratori che attraversano il bacino del Mediterraneo, che si costituisce, all’interno dei regimi di mobilità, in “confine” (border), che può essere pensato – richiamando l’espressione utilizzata in riferimento al confine tra Messico e Stati Uniti d’America - come una “ferita coloniale” che è “ferita aperta in cui il Terzo Mondo si sfrega contro il primo e sanguina” (Anzaldúa cit. in Mignolo 2007). Questa immagine può essere attualizzata nel mondo post guerra-fredda e della colonialità globale.
L’articolo è organizzato in tre parti: la prima ricostruisce le dinamiche di periferizzazione e di formazione di una forza lavoro salariata attraverso i processi di trasformazione agraria scanditi in fasi dall’analisi dei regimi alimentari, la seconda illustra la ristrutturazione dei processi e delle relazioni di produzione, in cui trovano inserimento le migrazioni, a partire dagli anni ’80, attraverso l’organizzazione di gerarchie razzializzate di classe e genere; infine, la terza parte conclusiva presenta una riflessione sui movimenti per la sovranità alimentare per illustrare le forme di lotta “anti-coloniali” o “de-coloniali”, contro l’oppressione e lo sfruttamento all’interno del sistema agro-alimentare.
Periferizzazione e colonialismo interno: l’economia politica del sud Europa
Analizzando il processo di progressiva integrazione nell’economia-mondo, Arrighi ed al. (1985) hanno evidenziato una convergenza socio-economica e politica nei paesi del sud Europa, soprattutto in seguito alla seconda guerra mondiale. Il Sud Europa è identificato come zona semiperiferica (Arrighi 1985a)3. Le relazioni centro-periferia non collegano le economie nazionali o regionali bensì attività economiche strutturate in commodity chains che oltrepassano i confini statali. Le attività centrali sono quelle che comandano un’ampia porzione del surplus totale prodotto all’interno di una commodity chain mentre le attività periferiche sono quelle che comandano una parte ridotta o nessun surplus, (Arrighi e Drangel, 1986: 11-12). Gli stati semiperiferici sono quelli che racchiudono nei propri confini un insieme di attività centrali e periferiche. Per questo si assume la loro “resistenza” alla periferizzazione, sebbene senza un sufficiente potere di movimento verso il centro (Arrighi 1985a p. 34).
Nella regione si sono dati processi di trasformazione agraria diversi, all’interno del processo di periferizzazione dello sviluppo capitalistico. Analizzando le differenze tra le tre vie di trasformazione esperite da una regione del Mezzogiorno d’Italia, la Calabria, tra il XIX e il XX secolo, Arrighi e Piselli costruiscono un modello di tre percorsi ideal-tipici verso lo sviluppo capitalistico: la via «prussiana» (quella dell’area del crotonese), la via «americana» (nella Piana di Gioia tauro) e la via «svizzera» (nell’area del cosentino). La via «prussiana» o degli Junker produce una borghesia terriera detentrice dei mezzi di produzione e un proletariato senza terra; la via «americana» o dei farmers produce una struttura stratificata semi-proletarizzata; infine, la «via svizzera» o del contadino-migrante produce un livellamento della struttura sociale, come quella dei pastori alpini analizzata da Casparis. Ciascuna via è caratterizzata da una diversa forma di conflitto sociale. Gli autori scrivono: “[p]er «periferizzazione» si intende un processo attraverso cui alcuni attori o zone, che partecipano direttamente o indirettamente alla divisione mondiale del lavoro, sono progressivamente privati dei benefici di tale partecipazione, a vantaggio di altri attori o zone. Questa redistribuzione dei benefici può assumere forme differenti, ed ognuna delle nostre tre via al lavoro salariato – così come si sono sviluppate in Calabria – illustra una forma specifica di periferizzazione: trasferimento di surplus [mobilità del capitale], scambio ineguale [mobilità ei beni] e appropriazione diretta di surplus [mobilità del lavoro]” (Arrighi e Piselli, 2017: 56).
La periferizzazione dell'agricoltura del sud Europa nell'economia mondo si è determinata come tendenza comune a partire dalla seconda metà del XX secolo ed in particolare negli ultimi trent’anni, in seguito al processo di integrazione nell’Unione Europea. Hanno contribuito a questo processo l’appropriazione di surplus prodotto all’interno della catene del valore, l’isolamento temporaneo attraverso il lavoro migrante, la crescente competizione dagli altri Sud (Arrighi 1985a).
Si possono leggere le specifiche trasformazioni dei processi di accumulazione e comprendere gli aspetti politici e sociali derivanti dalle relazioni di valore storiche a livello mondiale, ricorrendo all’analisi dei regimi alimentari su scala regionale, ovvero guardando all’area del Mediterraneo nel suo insieme4. L'analisi dei regimi alimentari, permette di capire gli aspetti politici e sociali (McMichael 2016). In questa prospettiva, si possono identificare tre momenti o fasi. Una prima fase tra l’800 e la prima metà del 900, vede lo sviluppo di un’agricoltura moderna orientata ai mercati esteri, caratterizzata dalla trasformazione del latifondo, dallo sfruttamento del lavoro bracciantile e dalla miseria contadina. É la fase liberale-mercantile: insieme di contadinizzazione, commercializzazione forzata e colonialismo interno. Dalla seconda metà dell‘800, con la crescita della popolazione, l’ampliamento dei mercati internazionali, le innovazioni nei trasporti via mare su lunghe distanze, si assiste all’invasione del mercato europee con grani russi, americani e argentini e alla progressiva marginalizzazione della cerealicoltura continentale. La grande proprietà capitalista è la più pregiudicata. Ma i paesi mediterranei cercarono altre vie per incrementare la produzione e la produttività dell’agricoltura, facendo soprattutto leva sulle proprie comuni ricchezze ambientali e agronomiche, sfruttandole ora nella prospettiva della massimizzazione delle quantità prodotte. Nelle aziende incominciano a imporsi le vaste monoculture, le specializzazioni funzionali, l’uniformità e la serialità delle coltivazioni e delle produzioni, il criterio produttività del lavoro. Si sceglie di investire in colture arboree, valorizzando anche le terre più difficili, piantando ulivi, mandorleti, la vite, agrumi, produzioni orientate all’industria di trasformazione nord europea o al commercio internazionale (Bevilacqua, 1989, Garrabau, 1993; Pinilla, Ayuda 2006). Aspetto chiave delle regioni mediterranee è la fragilità di un vantaggio comparato di continuo minacciato dalla concorrenza di nuovi produttori, per l’’ampliamento del mercato e per la “democratizzazione del consumo”. La debolezza dell’industria locale aggiunge suoi effetti a quelli di una dipendenza rispetto a economie più avanzate e al peso di una struttura economica e sociale che privilegia la rendita fondiaria e la speculazione commerciale (Aymard, 1995; Rhode and Olmstead, 1995).
I processi di riforma agraria, nell’ambito dei processi di rivoluzione borghesi, trasformano intanto il latifondo e danno origine ad una classe di piccoli produttori minifondisti, contadini e familiari, per il mercato5. La mercantilizzazione accelerata del settore, ovvero la pressione della domanda tanto interna quanto esterna, ancora più sentita in seguito al cambio istituzionale, ai mezzi di trasporto moderni, ma anche al crescente peso tributario che induce un processo di “commercializzazione forzata” per conseguire denaro liquido, che di conseguenza genera una crescente monetarizzazione dell’economia contadina. L’inclinazione al mercato si vide stimolata anche dall’espansione del nuovo ciclo di coltivazioni altamente remunerativo - da una parte vite, olivo e mandorlo e dall’altro l’ortofrutticoltura - che risponde alle trasformazioni della domanda. In alcune aree, la piccola proprietà familiare riesce a conseguire significative dinamiche di accumulazione evitando il ricorso al lavoro salariato e ricorrendo quanto più possibile alla gestione indiretta. Tuttavia, in general in Europa, la pressione sulla terra, insieme all’aumento della popolazione, di contro allo scarso investimento in agricoltura e in imprese locali, trovarono un sfogo se non nella mobilitazione collettiva diretta, contro le condizioni di malessere sociali, nell’emigrazione all’estero.
In questo primo regime, le relazioni nel Mediterraneo sono anche caratterizzate dai processi di colonizzazione. Le amministrazioni di Francia, Gran Bretagna e Italia incisero sulla trasformazione agraria dei propri domini, attraverso dinamiche di espropriazione e privatizzazione della terra, intensificazione dell’agricoltura e proletarizzazione, che incideranno sui processi migratori successivamente alla seconda guerra mondiale.
Una seconda fase coincide con lo sviluppo fordista, con il dispiegamento in Europa del Piano Marshall o European recovery program (che interviene anche a sostegno delle riforme agrarie dei paesi come l’Italia), con l’implementazione della Politica Agricola Comune (PAC) e il processo di integrazione europea. Si assiste allo sviluppo dell’industria e delle città, attraverso il drenaggio di risorse economiche ma anche umane, con migrazioni che si strutturano lungo le traiettorie di un colonialismo interno (Gramsci) ma anche esterno. In questa fase, in particolare dagli anni ’70, si danno processi principali di region-building del Sud Europa, nell’ambito della guerra fredda e dell’integrazione europea. Il Sud Europa è un “fenomeno nuovo” (Pedaliu 2013) ed anche la “l’agricoltura del Sud” sarà plasmata, soprattutto a partire da questa fase, sempre più in virtù di elementi strutturali e politici, oltre che di quelli naturali (Cruz 1993: 517). La ristrutturazione economica postbellica e lo sviluppo dell’agricoltura seguono il modello americano della produzione intensiva e promuove l’integrazione nei complessi transnazionali delle catene agroalimentari dominate dalle multinazionali. La meccanizzazione, l‘introduzione di nuove varietà colturali, di prodotti chimici fertilizzanti e pesticidi determinano un aumento della produttività, ma anche un drammatico declino degli occupati in agricoltura, così fornendo un esercito di lavoro per l’industria in espansione al massimo dello sviluppo fordista, attraverso le migrazioni dalle campagne del sud Europa, in ambito nazionale o internazionale, ma anche con apporti dalle ex colonie ora indipendenti. Allo stesso tempo si verifica un processo di concentrazione della terra e di riduzione della superficie coltivata, si accentua la specializzazione produttiva e cresce la dipendenza delle aziende, non solo tecnologica, ma anche economica e finanziaria, in un processo di progressiva integrazione dell’agricoltura all’interno dell’economia europea e dell’agricoltura europea a livello mondiale (Hennis 2001). Gli interventi strutturali tra il ’72 e l’85 - che interessano principalmente le regioni meridionali di Francia e Italia, e poi la Grecia, dopo l’annessione in Europa nel 1981 – promuovono la modernizzazione delle aziende e la ristrutturazione produttiva, l’organizzazione collettiva ed il ricambio generazionale. Altri interventi interessano poi anche Portogallo, Spagna, annesse all’Unione Europea nel 1986, dopo la fine dei regimi autoritari a metà degli anni ’70. Tuttavia, all’inizio del nuovo secolo, gli effetti dell’integrazione europea sono scarsi, soprattutto in termini di condivisione dei benefici e riduzione delle ineguaglianze. I maggiori redditi sono concentrati nei paesi (e nelle regioni) con grandi aziende specializzate in coltivazioni estensive o in produzioni commerciali più competitive e remunerative (quelle zootecniche e lattiero-casearie); mentre i paesi (e le regioni) del sud, con un gran numero di aziende caratterizzate da un’agricoltura diversificata o da altre colture permanenti, hanno redditi medi al di sotto la media europea (Comission Européenne 2002).
La terza fase è caratterizzata dalla ristrutturazione neoliberale, dalla riorganizzazione delle filiere agroalimentari all’insegna della concentrazione oligopolistica delle corporation transnazionali, del global sourcing e della flessibilizzazione del lavoro (Bonanno et al. 1994; Marsden 2006), sotto l’influenza di nuove strutture di governance a livello globale (WTO) e la strategia di ‘denazionalizzazione’ degli interessi di classe neo-liberali (Tilzey 2006). In seguito ai problemi di sovrapproduzione, ambientali e sociali e con il crescere della sensibilità della opinione pubblica rispetto ai temi della sostenibilità, della qualità e della salute pubblica (Cfr. Commission of the European Communities, 1988), all’interno della politica agricola europea e sui territori si compie una transizione dal produttivismo al post-produttivismo. La riforma della PAC vede la riduzione della produzione e dei sussidi, la promozione della competitività sui mercati internazionali e la crescente regolamentazione ambientale e sanitaria. L’accento passa dalla produzione di cibo agli obiettivi di sviluppo rurale e sostenibilità ambientale, dalla quantità alla qualità della produzione. Nel processo di “de-agrarizzazione della ruralità” o nella produzione della “nuova ruralità” come spazio di consumo, la pluriattività, la diversificazione e la multifunzionalità vengono riconosciute come strategie fondamentali per il mantenimento di una adeguata redditività dell’agricoltura familiare, ma anche espressine di un processo di ricontadinizzazione ovvero di resistenza (Ploeg, 2009). La tensione tra regolazione e libero mercato è risolta da un neoliberismo integrato (embedded neoliberalism) che riflette l’equilibrio tra interessi di classe (Tilzey 2006).
Secondo Papadopulos (2015), la PAC non ha risolto le molte problematiche connesse alla struttura ineguale, a livello agricolo/aziendale e socio-economico, nei singoli paesi e a livello europeo: “vi sono diverse perifericità in Europa ... queste perifericità portano al consolidamento di una gerarchia economica tra le regioni rurali che lottano per sopravvivere, cercandole le modalità per aumentare la propria resilienza contro l’espansione dei meccanismi di mercato....”. Vi sono differenze significative che sono definite dal processo di concentrazione fondiaria, dalla diminuzione del numero di aziende piccole, dal declino del lavoro agricolo, dalla sostituzione del lavoro familiare e dal crescente ruolo del lavoro migrante un agricoltura. La maggioranza delle aziende dell’Europa a 15 con dimensione economica ridotta è prevalentemente concentrate nei quattro stati membri del Sud Europa (Grecia, Italia, Portogallo e Spagna). Questi quattro stati membri, che contano per i due terzi delle aziende dell’Europa a 15, comprendono la grande maggioranza (88,5%) delle aziende con ridotta dimensione economica e solo un terzo delle aziende con grande dimensione economica. Gli stati membri dell’Europa dell’Ovest e del Nord hanno invece due terzi delle aziende dell’Europa a 15 con grandi dimensioni economiche. Le grandi aziende predominano nei vecchi stati membri nord-occidentali e diventano una nuova caratteristica nei vecchi stati del sud.
Negli ultimi due secoli e in contrasto con il resto d’Europa, l’agricoltura del Sud Europa si è caratterizzata in virtù di peculiari caratteristiche relativamente alla struttura della produzione e delle relazioni agrarie: la frammentazione fondiaria, colture permanenti (come olivo, vite, frutteti), aziende più piccole, ridotti livelli di sviluppo tecnologico. Negli ultimo tre decenni, si è determinato un aumento dell’agricoltura part-time e del numero di conduttori anziani, la riduzione costante del numero delle aziende come anche della superficie agricola utilizzata (SAU), mentre è aumentata la taglia media delle aziende (Arnalte-Alegre e Ortiz-Miranda, 2013; Papadopulos, 2015).6
L'adattamento della popolazione rurale e dell'agricoltura dell'Europa meridionale alle pressioni esterne e alla globalizzazione è avvenuto ricorrendo all’informalità, alla diversificazione dei redditi e al lavoro flessibile, soprattutto migrante (Mottura e Mingione 1991; Papadopoulos, 1998; Kasimis, Papadopoulos 2013). Nell’Europa Meridionale dinamiche produttiviste e post-produttiviste si integrano tra loro: la produzione di “qualità” è spesso associata all’intensivizzazione, ad aziende medio-grandi e orientate a mercati del Nord; a pratiche di sfruttamento del lavoro migrante (Arnalte-Alegre e Ortiz-Miranda 2013), sul modello della “produzione mobile delle fabbriche di frutta e verdure” (Pedreño Cánovas 2001). Il lavoro migrante, come vedremo, non è solo una strategia di resistenza, ma è anche uno strumento di innovazione e resilienza per le aziende, al fine di far fronte alle pressioni a monte e a valle delle catene di valore globali.
Nella sua analisi sul colonialismo interno in Italia, Gramsci (1977) aveva collegato la questione meridionale - vale a dire lo svantaggio accumulato dal Sud rispetto al Nord del paese - alla questione agraria, a sua volta letta come conseguenza del processo di unificazione sotto lo Stato-Nazione, da cui la borghesia industriale settentrionale e quella agraria meridionale trassero vantaggio. Attraverso l’analisi dei regimi alimentari questo processo può essere proiettato a livello europeo, evidenziando i benefici derivati dalla PAC e dalla politica economica per le grandi aziende, l’industria agro-alimentare, il capitale finanziario e, insieme, le trasformazioni di classe e i conflitti sociali prodotti, tra i paesi del Nord e quelli del Sud.
Catene del valore e colonialità globale
Pablo González Casanova e Rodolfo Stavenhagen applicarono la categoria gramsciana del colonialismo interno al potere razzista/etnicista all’interno dello Stato-Nazione, enfatizzando una “questione indigena” insieme ad una “questione contadina”, ovvero il processo di destrutturazione sociale ed economico all’interno della società colonizzata in America Latina. Quijano critica l’eurocentrismo implicito a questa analisi. Introducendo il concetto di colonialità del potere propone di superare la prospettiva dello Stato-Nazione e di comprendere la divisione internazionale del lavoro derivante dal processo di colonizzazione/decolonizzazione e di modernizzzazione all’interno delle relazioni del sistema dell’economia-mondo (Quijano 1991; 1993, 1994, 2000; Quijano e Wallerstein 1992). La colonialità “include l'espansione trans-storica della dominazione coloniale ed il perpetuarsi dei suoi effetti nell’epoca contemporanea”. La colonialità si concentra sullo “storico e rinnovato ruolo della razzializzazione nella costruzione delle classi lavoratrici nell’economia globalizzata e nella giustificazione delle loro condizioni di lavoro”: si parla dunque di una colonialità globale (Grosfoguel, 2002, mia traduzione).
Quijano impiega il concetto di "eterogeneità strutturale" per descrivere la costruzione di una gerarchia razziale/etnica globale in maniera simultanea nel tempo e nello spazio, ai fini della organizzazione di una divisione internazionale del lavoro basata su relazioni centro-periferia a livello mondiale. A partire dalla formazione iniziale del sistema mondo capitalista, l’accumulazione del capitale si è pertanto legata a ideologie globali razziste, omofobiche e sessiste.
Una comprensione profonda delle dinamiche di classe e di razializzazione prodotte nel sistema agro-alimentare dell’Europa Meridionale (e dell’Europa in generale) può essere supportata da questa prospettiva. Il processo di ristrutturazione agro-alimentare e i regimi di mobilità sono vettori della colonialità: l’organizzazione e lo sfruttamento lavoro all’interno dei processi produttivi continuano attraverso gerarchie razzializzate di classe e genere. Nel terzo regime, le relazioni di valore nel sistema agro-alimentare sono fondate su scambi agroalimentari inter-continentali e inter-emisferici, in cui cereali e cibi trasformati sono scambiati con cibi freschi e congelati provenienti dai Sud; investimenti stranieri e privati nel Sud estendono il controllo su nodi cruciali di catene di merci di frutta e verdura orientate all’esportazione; i regimi delle politiche migratorie funzionano per controllare l’approvvigionamento flessibile del lavoro. I produttori integrati nelle catene di valore divengono invece dipendenti da catene di produzione in cui le scelte di input e l'uso dei raccolti sono determinati e controllati dalle corporation.
La squilibrata e parziale liberalizzazione dei mercati (in virtù delle misure protezionistiche che ancora operano in Europa) è collegata in maniera stretta a quella che è stata chiamata la “rivoluzione dei supermercati”, la quale, durante il corso degli ultimi trent’anni, ha visto numerose catene agro-alimentari passare sotto il controllo di colossi della grande distribuzione organizzata. Le catene dei supermercati non solo controllano la distribuzione, ma anche plasmano la produzione, trasformazione ed il consumo di cibo (Burch e Lawrence, 2007; Ploeg 2009). I supermercati europei sono riusciti ad influenzare le politiche internazionali catalizzando investimenti, così come la stessa liberalizzazione dei mercati nei paesi in via di sviluppo sotto le negoziazioni del General Agreement on Trade in Services (GATS) del WTO, e hanno progressivamente accumulato potere di acquisto attraverso alleanze tra retailers e l’organizzazione di gruppi di acquisto (Vorley, 2007; Fritz 2011). Le catene dei supermercati europee possono comprare prodotti agro-alimentar in varie parti del mondo, per soddisfare ad esempio la richiesta di prodotti freschi e stagionali e contro-stagione, esacerbando così la competizione tra produttori in paesi diversi (Gertel e Sippel, 2014). La finanziarizzazione ha avuto un ruolo notevole anche nei processi di ristrutturazione agro-alimentare. Alcune delle corporation della grande distribuzione organizzata sono fra gli attori finanziari più importanti nel capitalismo contemporaneo (Arrighi, 2007, pp. 171-2; Vorley, 2007; Burch e Lawrence, 2013; Burch et al. 2013).
La risposta di molte aziende del sud Europa alla pressione, diretta o indiretta, esercitata delle catene di cibo verticali globali è stata l'uso crescente di forza lavoro a basso costo e flessibile. Nelle enclave europee di frutta e verdura, il lavoro migrante rappresenta uno dei fattori che hanno permesso la sopravvivenza di numerose piccole e medie aziende, per far fronte alla crescente liberalizzazione dei mercati a livello internazionale e alla trasformazione delle catene di approvvigionamento sotto il controllo delle corporation della distribuzione. Comunque, questa strategia si rivela sempre più inadeguata, considerando la crescente dipendenza, marginalizzazione e morte delle aziende agricole, o la loro cannibalizzazione da parte di aziende più grandi (Corrado et al. 2016). La crescita del lavoro salariato e la dipendenza strutturale dalla forza lavoro straniera nell'agricoltura mediterranea si spiega anche alla luce di un processo di 'defamilizzazione' o individualizzazione del modello di produzione. In questo contesto, migranti interni o transnazionali non solo permettono di rimpiazzare la riduzione della forza lavoro familiare. La presenza di lavoratori stranieri nei paesi del sud Europa diviene significativa e visibile a partire dagli anni ’90, per crescere poi progressivamente. Gli stranieri rappresentano il 24% dei lavoratori salariati in agricoltura in Spagna, il 37% in Italia, e il 90% in Grecia, non contando quelli che sono assunti irregolarmente (Moreno-Perez et al., 2015; Corrado, 2015; Papadopulous, 2015; si veda anche Arnalte-Alegre, Ortiz-Miranda 2013).
Bonanno e Cavalcanti (2014) evidenziano il ruolo che hanno “meccanismi non di mercato” (come la femminilizzazione e l’illegalizzazione) nella regolazione del lavoro in agricoltura (cfr. anche De Genova 2002). L’agricoltura, e soprattutto quella delle enclave di produzione intensiva, rappresenta il settore in cui le categorie di “ moltiplicazione del lavoro” e “inclusione differenziale” trovano la migliore applicazione, descrivendo le diverse forme di subordinazione, comando, discriminazione e segmentazione definite dai regimi del confine e delle migrazioni contemporanee, che piuttosto che escludere, puntano a “filtrare, selezionare e canalizzare i movimenti migratori”, attraverso una carica enorme di violenza (Mezzadra e Nielsen, 2013). I lavoratori migranti in agricoltura nei paesi del sud Europa sono segmentati in virtù dalla loro condizione giuridica, della nazionalità, del genere, del tipo di contratto di lavoro e della forma di reclutamento. Sono maghrebini, est-europei, sub-sahariani, asiatici e latinoamericani. Sono migranti regolari o irregolari, reclutati attraverso programmi per lavoratori stagionali, agenzie di lavoro occasionale, reti informali o mediatori, posseggono tipi diversi di permessi di soggiorno e avvolte hanno potuto accedere anche alla cittadinanza nel paese di arrivo. In alcuni casi estremi, sono vittime di traffici illegali e di condizioni quasi schiavistiche (Corrado et al. 2016).
Per effetto di "crisi multiple” – in agricoltura dove si richiede lavoro a basso costo per ridurre i costi di produzione, nelle imprese manifatturiere e nelle economie urbane che espellono lavoratori salariati, in zone di conflitti armati e di processi di espropriazione es espulsione nei Sud - abbiamo assistito ad una progressiva agrarizzazione del lavoro migrante, alla crescita del lavoro salariato migrante in agricoltura, ad un processo di rururbanizzazione delle migrazioni straniere (cfr. Caruso e Corrado 2015), ed anche di rifugizzazione del lavoro agricolo (Dines e Rigo 2015). Ad ogni modo, è importante sottolineare come il lavoro straniero sia oramai un elemento strutturale fondamentale, in virtù del crescente coinvolgimento in tutte le fasi e i segmenti dei processi di produzione ed in attività diverse, e non solo in quelle stagionali e meno strutturate: nella pastorizia, nell’agricoltura multifunzionale (ad esempio nelle attività agriturismo), nella fasi di trasformazione e commercializzazione, nelle attività di stalla e cura del bestiame.
Movimenti antisistemici per la sovranità alimentaree contro lo sfruttamento
Arrighi e Piselli (1987), attraverso l'analisi della modello Calabria, hanno sottolineato il ruolo dei processi di trasformazione agraria e delle migrazioni nella formazione del lavoro salariato secondo forme di conflitto sociale diverse. Arrighi (1966) già aveva osservato in Africa come il coinvolgimento dei migranti nelle lotte di classe nei luoghi di inserimento fosse dipeso dalla nuova consapevolezza acquisita dagli stessi rispetto alla propria condizione come una soluzione permanente, ovvero alla percezione del lavoro salariato come fonte unica della propria esistenza. Per Arrighi e Piselli (2017), la trasformazione degli emigranti dal sud Italia nella “avanguardia” del conflitto di classe, tra gli anni ’60 e ’70, si compie esattamente nel momento in cui gli stessi allentano i legami con le comunità di origine e percepiscono la propria riproduzione permanentemente (e non più temporaneamente come nel decennio precedente) come legata al lavoro salariato.
Nel caso delle attuali migrazioni straniere lo status amministrativo, le limitazioni derivanti dai permessi di soggiorno o anche la “deportabilità” (non la deportazione, ma la ricattabilità e la minaccia di una possibile intercettazione ed espulsione) (De Genova 2002), la precarietà lavorativa e residenziale (in funzione delle opportunità occupazionali stagionali), sono spesso elementi che fortemente influiscono sulle possibilità di mobilitazione. Il lavoro nei campi è poi concepito, nella maggior parte delle volte, come temporaneo, appunto in virtù dei salari bassi, del lavoro stagionale e particolarmente duro, delle difficili condizioni abitative; i migranti hanno pertanto la tendenza ad abbandonare le aree rurali non appena trovano opportunità di lavoro migliori o ottengono un permesso di soggiorno. Inoltre è forte la pressione esercitata, da una parte dai datori di lavoro, in virtù della facile sostituibilità della manodopera, dall’altra dalle famiglie nei luoghi di origine, la cui riproduzione è collegata alle rimesse inviate e ai diversi apporti delle migrazioni, anche alla riproduzione dell’agricoltura contadina – pur considerando le difficoltà derivanti dalle restrizioni alla migrazione regolare e alla mobilità circolare.
L’analisi delle commodity o value chains ha suscitato diverse critiche in virtù della “rigida determinazione economica delle diseguaglianze”, dell’inclinazione per studi relativi all’industria, all’impresa o ai buyer, per la mancanza di attenzione agli specifici contesti, territoriali, storici e culturali e alle relative diseguaglianze (di genere, classe, razza, cittadinanza) (cfr. Thomas 1985, Ortiz 2002), per la scarsa attenzione alla “micropolitica di gruppi differenziati di lavoratori” (Wells 1996). “La stessa analisi dei regime alimentari ha avuto la tendenza a privilegiare le relazioni di valore in modo tale da trascurare la dimensione sociale delle relazioni con le merci in campo” (McMichael 2016). Bair e Werner (2011) e Bair et al. (2013) richiamano dunque l’attenzione sulle “dis/articolazioni” nelle analisi delle catene del valore: riorientando l’attenzione verso "le storie sedimentate e le geografie ineguali dell’espansione, del disinvestimento e della svalutazione del capitalismo" nei particolari luoghi, e la creazione dei luoghi e dei soggetti che rendono possibile la loro produzione", agli aspetti culturali, linguistici e di genere legati ai luoghi di lavoro in agricoltura. Non solo l’inclusione ma anche l’esclusione – di territori e soggetti - dalle catene del valore dunque conta. Bisogna pertanto prestare attenzione alle molteplici forme della differenza che hanno sostenuto i sistemi di controllo deli lavoro, ma che al contempo hanno prodotto le possibilità per l’azione e la resistenza collettiva (i legami comunitari e familiari, le reti di cooperazione e solidarietà, le economie informali) (Besky e Brown 2015).
Dall’inizio degli anni 2000, nel sud della Francia, in Spagna, in Grecia, in Italia, i lavoratori migranti sono stati protagonisti di numerose rivolte e proteste, di scioperi, di blocchi dei processi di produzione, per rivendicare paghe non corrisposte, salari giusti, contratti di lavoro regolari, permessi di soggiorno, migliori condizioni abitative e servizi di base, per ribellarsi alle violenze quotidiane, gli attacchi xenofobi, allo sfruttamento di produttori, intermediari e caporali. L’attenzione mediatica e il coinvolgimento dell’opinione pubblica e delle organizzazioni sociali sono state spesso di supporto nell’ottenimento di alcuni risultati (in alcuni casi la regolarizzazione, servizi di base, inchieste giudiziarie e condanne contro gli sfruttatori, risarcimenti, nuovi dispositivi di legge contro lo sfruttamento e l’intermediazione illegale. Ma, come abbiamo visto, la riorganizzazione del capitale e la ricerca di nuove strategie di accumulazione poggiano su continue innovazioni politiche, produttive, sociali.
Secondo McMichael (2016), è necessario superare” l’ortodossia della teoria del valore” e guardare al “valore delle relazioni socio-ecologiche incorporate nei sistemi differenziati dell’agricoltura (…)”. Il movimento per la sovranità alimentare promuove “un’alternativa epistemologica alle relazioni di valore del capitale, alla frattura metabolica prodotta dalla subordinazione dell’agricoltura ai fini della valorizzazione del capitale, affermando l’importanza delle relazioni ecologiche e ricercandone l’affermazione nella sperimentazione di una moltitudine di alternative a livello globale”. Alcuno esperienze di mobilitazione e resistenza nell’Europa meridionale, nate all’interno del movimento per la sovranità alimentare, hanno contato sul coinvolgimento di consumatori “riflessivi” o “critici” di prodotti biologici o su reti alimentari alternative. É il caso della mobilitazione del Sindacato Obrero de Campo (SOC) - esempio di “sindacalismo da movimento sociale” - contro Bio Sol Portocarrero, una impresa con sede ad Almeria (Spagna), certificata come biologica ma colpevole di gravi violazioni dei diritti dei lavoratori. Il SOC in collaborazione con movimenti antirazzisti, ong, sindacati e giornalisti stranieri ha organizzato una serie di manifestazioni in Svizzera, determinando l’intervento di alcune piattaforme di vendita di prodotti biologici che si sono impegnate affinché l’impresa spagnola procedesse alla riassunzione dei lavoratori licenziati, al pagamento dei salari, alla stabilizzazione dei lavoratori stagionali e permettesse l’apertura di uno sportello del SOC dentro la stessa impresa (Caruso 2016). In Italia invece, dopo le rivolte dei braccianti africani a Rosano (nella Piana di Gioia Tauro) nel 2010, si è attivato un processo di cooperazione tra consumatori e piccoli produttori che ha dato origine all’associazione Sos Rosarno, composta da piccoli produttori, attivisti di movimenti antirazzisti e ambientalisti e braccianti. Oggi, Sos Rosarno, da cui è nata anche la cooperative Mani e Terra, vende i suoi prodotti a circa 400 Gas (Gruppi di Acquisto solidali) e a centri sociali, in Italia e all’estero, fa parte dell’Associazione Rurale Italiana (Ari), che è membro (come il SOC) del Coordinamento Europeo di Via Campesina (nato nel 2008), coinvolto nella lotta per la sovranità alimentare. Negli ultimi anni, sono stati promossi diversi altri progetti che coniugano la lotta contro lo sfruttamento del lavoro nella produzione intensiva di frutta e verdura e il supporto alle mobilitazioni dei lavoratori migranti con la promozione di forme di agricoltura di tipo contadino, etiche ed ecologiche: oltre a Sos Rosarno, si possono citare SfruttaZero, Funky Tomato, Contadinazioni.
Queste pratiche dimostrano come i diritti dei lavoratori e il cibo etico e sostenibile possono trovare una convergenza: il rispetto dei diritti di lavoratori diviene una condizione per la costruzione di relazioni di consumo e produzione eque. La recente alleanza tra le organizzazioni contadine e l’Unione Sindacale di Base (USB) è poi finalizzata a sostenere la lotta congiunta di contadini, braccianti e lavoratori all’interno del sistema agro-alimentare, sostenendo la sindacalizzazione e l’accesso al cibo di qualità da parte dei lavoratori. Si tratta di un importante passaggio per una riformulazione delle lotte sociali e la costruzione di un movimento collettivo in grado di incidere sul sistema agro-alimentare a partire dalla messa in discussione dei rapporti di classe e delle condizioni sociali di riproduzione. L’alleanza tra contadini, braccianti e lavoratori può servire per risocializzare in modo ampio e trasversale la questione del cibo, prendendo in considerazione i diritti del lavoro (nelle operazioni in campo, nelle trasformazione, nella distribuzione), i diritti dei migranti (componente strutturale del sistema agroalimentare e della logistica), le possibilità di consumo di un cibo di qualità per le classi lavoratrici, dunque le possibilità di riproduzione delle forze sociali, ma in maniera integrata al sistema agro-ecologico. La costruzione di un coordinamento dell’agricoltura contadina e dei lavoratori per la sovranità alimentare a livello nazionale accentua una convergenza di interessi di classe che cercano di promuovere un quadro legale per l'agricoltura contadina (Giunta, 2013), di rivendicare i diritti dei lavoratori agricoli e dei migranti, e di unirsi alla lotta a livello europeo per cambiare la PAC. Dunque, oltre a introdurre innovazioni pratiche per l'equità e la sostenibilità del sistema agro-alimentare, questi attori cercano di cambiare le condizioni strutturali nelle quali queste innovazioni cercano di operare contrapponendosi alle conseguenze del regime alimentare delle corporation (cfr. McMichael 2016). Il secondo Nyéléni Europe Forum for Food Sovereignty, tenutosi a Cluj-Napoca (Romania) nel 2016, ha rivendicato strategie per assicurare giusti diritti per i lavoratori agricoli (migranti, in particolare), insieme con politiche pubbliche che garantiscano il controllo delle risorse naturali da parte delle popolazioni locali, sistemi di distribuzione di cibo che garantiscano l’accesso soprattutto ad cibo locale e sostenibile, e l’agroecologia come approccio fondamentale in agricoltura (Nyeleni Europe, 2016).
Il movimento per la sovranità alimentare può essere concepito come un movimento antisistemico. “I movimenti antisistemici hanno trovato le loro ragioni, sin dall'inizio, su scala mondiale, mentre le risposte organizzative si sono manifestate prevalentemente a livello nazionale” (Arrighi et al. 1992). La sovranità alimentare nasce all’inizio degli anni ’90 come piattaforma di lotta contro le politiche neoliberiste, promossa dal movimento transnazionale Via Campesina (nato nel 1993). Su scala mondiale sono state progressivamente create le strutture organizzative per perseguire gli obiettivi delle pratiche di lotta e la formulazione di proposte politiche – evoluzione prospettata da Arrighi et al. per i movimenti antisistemici. La sovranità alimentare appare come “la continuazione di lotte anti-coloniali in apparenti contesti post-coloniali” (Grey e Patel 2015), considerando la colonialità globale decifrabile nello sfruttamento del lavoro e nelle diseguaglianze e forme di espropriazione prodotte all’interno del regime neoliberale. Decolonizzare vuole dire allora innanzitutto “decostruire ciò a cui siamo stati addomesticati e pensare…”: il cibo, la salute, l’economia, le politica, la sussistenza, la comunità (Bradley, Herrera 2015; Graddy-Lovelace 2017), così come i modelli di agricoltura, il lavoro e le migrazioni. Le classi e i gruppi di status, che hanno offerto le coordinate per la giustificazione e la definizione organizzativa dei movimento antisistemici in passato (Arrighi et al. 1989), hanno attraversato profonde trasformazioni. La comprensione e il rafforzamento del movimento per la sovranità alimentare come movimento antisistemico può forse fare dei passi avanti proprio riflettendo su queste trasformazioni.
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Nota