DIVERSITÀ E INTEGRAZIONE: TRA PREGIUDIZI E IDENTITA’
DIVERSITÀ E INTEGRAZIONE: TRA PREGIUDIZI E IDENTITA’
International Journal of Developmental and Educational Psychology, vol. 1, no. 1, pp. 377-382, 2016
Asociación Nacional de Psicología Evolutiva y Educativa de la Infancia, Adolescencia y Mayores
Received: 05 January 2016
Accepted: 15 February 2016
Sommario: La convivenza tra persone e gruppi sociali appartenenti a culture molto diverse costituisce uno dei problemi di maggior complessità delle società del nostro tempo. Tale complessità è diventata ancora più evidente in relazione al crescente flusso di immigrati che vedono nell’Europa la possibilità di sfuggire alla guerra ed anche alla fame che attanaglia i loro paesi d’origine. Si tratta di realizzare condizioni di civile convivenza e di reciprocità coniugando culture e Identità sociali, mediante processi di integrazione, talora difficili ma tuttavia indispensabili, sfuggendo alle facili e stereotipiche semplificazioni ideologiche e utilizzando, invece, gli strumenti d’analisi ed intervento che le scienze psicologiche e sociali possono fornire.
Parole: convivenza, pregiudizio, diversità, Identità, riconoscimento.
LA CONVIVENZA TRA DIVERSI: FISIOLOGICITÀ DEL PREGIUDIZIO E POSSIBILE RIDUZIONE DEL STESSO
La questione dell’integrazione tra persone e gruppi sociali caratterizzati da appartenze diverse costituisce una delle problematiche centrali della civile convivenza nelle società del nostro tempo.
Nel merito, la ricerca scientifica ha dimostrato la rilevanza che assumono fenomeni come il pensare pregiudiziale, come anche la complessità dei processi identitari.
In tal senso, differenze, pregiudizi ed identità costituiscono una triade concettuale di notevole importanza, relativamente anche alla ricerca scientifica, talora caratterizzata da «residui ideologici» (Battacchi, 1972, pag.X).
Si tratta di questioni che costituiscono una sorta di fil rouge alla base della convivenza tra «diversi» e che attraversano per intero i processi di integrazione, spesso più problematici di quanto non si vorrebbe, soprattutto riflettendo sulle tante categorie cui la «diversità» rimanda: di genere, socio-culturali, psico-sociali, socio-cognitive, etc. (ma anche intra-individuali, atteso che ciascuno di noi è «numerosi, infiniti individui, uno accanto all’altro», Maffei, 2011, p.35).
A prescindere dalle intenzionalità, e talvolta dalla consapevolezza personale, il pensare pregiudiziale appare largamente diffuso. Secondo quanto gli studi e le ricerche sottolineano, il pregiudizio, è «fisiologico», in quanto connesso ai processi di categorizzazione dell’esperienza (Tajfel, 1981). Appare, inoltre, caratterizzato da ambivalenze (Devereux, 1970 [1972, p.259]) e, ad es. nei rapporti tra gruppi «etnicamente» diversi, oltre che xenofobo, può risultare xenofilo (Battacchi & Codispoti, 1988, p.182).
Nel complesso, però, il pregiudizio può essere controllabile nei suoi effetti, o anche ridotto, in particolari condizioni emotive, come, ad es., nel caso di innamoramento, o sociali, secondo la famo sa ipotesi del contatto, proposta da Vari AA nella prima metà del ‘900 (Zeligs e Hendrickson, 1933; Smith, 1943; Watson, 1947;Singer, 1948) e successivamente sistematizzata da Gordon Allport (1954).
In generale, il contatto fra gruppi sociali differenti può contribuire ad esasperare i pregiudizi, ciò per cui, secondo la proposta di Allport (1954), appare importante creare adeguate condizioni: esi genza di cooperazione, parità di status, sostegno istituzionale, tempi necessari. In effetti, si tratta di condizioni di tipo sociologico, che pur essendo di una qualche rilevanza, non è sempre possibile riscontrare nel quotidiano (Licciardello et alii, 2007) e che, perarltro, non sempre trovano riscontro sul piano delle dinamiche intersoggettive, caratterizzate da dimensioni di natura psicologica (Brown, Capozza e Licciardello, 2007;Licciardello 2015).
Gli studi, comunque, indicano che il complesso processo sotteso all’ibridazione può portare all’emergere di nuove culture e identità (Angelini, 2007), ma, nello stesso tempo, sottolineano l’esi genza di specifici interventi psico-sociali, nonché di attività di monitoraggio e training formativi adeguati.
IDENTITÀ SOCIALE E APPARTENENZE: BIAS INTERGRUPPI E RISCHIO DI DEUMANIZZAZIONE DEL “DIVERSO”
Ai fini della convivenza, insieme alla questione del pregiudizio, altrettanto fondamentali e strettamente intercorrelati risultano i processi relativi all’Identità, soprattutto sociale, ed alle appartenze gruppali.
Secondo la Social Identity Theory, l’Identità sociale, come funzione dei processi psicosociali, è strettamente connessa all’appartenenza ai gruppi sociali ed è alla base dei bias intergruppali, con le relative conflittualità che ne possono derivare (Tajfel, 1981).
Ulteriori sviluppi di tale approccio come la Social Categorizzation Theory, inoltre, hanno sottoli- neato che sulla base di tali processi si declina la stessa categorizzazione del Self (Turner, 1987); cate gorizzazione che, fondandosi sulle similarità e differenze percepite (ovvero sul principio del Meta-contrasto), può implicare il fatto che l’altro possa essere percepito come simile o diverso da sè, anche relativamente alla stessa appartenenza alla specie umana (Turner,1987); ovvero, può implicare veri e propri processi di de-umanizzazione dell’ «altro», al quale non vengono riconosciute le emo zioni secondarie (Demoulin, Leyens, Paladino, Rodrigue &., Rodriguez, Dovidio, 2004).
IDENTITÀ E «BISOGNO DI RICONOSCIMENTO»: PROBLEMATICHE
Sulla stessa falsariga si pongono gli studi che sottolineano il “bisogno di riconoscimento”, ovve ro, l’esigenza che ogni essere umano ha di essere socialmente riconosciuto come tale.
Si tratta, come appare di tutta evidenza, di una problematica fondamentale dei processi che caratterizzano la civile e democratica convivenza tra persone; questa (a prescindere da differenze di razza, sesso, cultura, religione, etc.) hanno l’esigenza di vedersi riconosciuta pari dignità.
In tal senso deponevano già i classici studi di James (1890) sulla rilevanza dei feedback negati vi relativi al Self, quelli di Cooley (1902) relativi all’importanza che attribuiamo all’immagine che gli altri ci rimandano di noi (Looking Glass Tehory), quelli di Mead (1934), sulla natura sociale del Self e, in tempi più recenti, anche di Gergen (1965), relativi all’importanza che per ciascuno assume il sentirsi considerato positivamente nel confronto con l’altro.
Più recentemente, Taylor (1992) ha ripreso la problematica specifica, sottolinenando il fatto che la nostra identità è plasmata, almeno in parte, dal riconoscimento, o dal mancato riconoscimento o, spesso, da un misconoscimento da parte di altre persone, per cui un individuo o un gruppo può subire un danno reale, una reale distorsione, se le persone o la società che lo circondano gli riman dano, come uno specchio una immagine di sé che lo limita o sminuisce o umilia. Ciò per cui, conclude l’A., “Il misconoscimento non è soltanto una mancanza di qualcosa di dovuto, il rispetto, ma può anche essere una ferita dolorosa ed un riconoscimento adeguato non è soltanto una cortesia che dobbiamo ai nostri simili: è un bisogno umano vitale” (Taylor 1992 [1993, pp.41/43]).
Nei fatti, la questione del “riconoscimento positivo” dell’altro e della sua cultura di provenienza può risultare più complessa di quanto non possa apparire, atteso che non è sempre facile (e tavolta può risultare impossibile) coniugare usi e costumi che rimandano a culture molto diverse ma che costituiscono l’humus anche valoriale delle Identità di coloro cui il “riconoscimento” sarebbe dovuto.
Per quanto complesse, però, si tratta di problematiche che non possono essere sottaciute e che occorre trovar modo di affrontare funzionalmente soprattutto secondo un approccio che rimanda alla logica della reciprocità.
INTEGRAZIONE E MULTICULTURALITÀ VS SEPARATEZZA ETNICO-RESIDENZIALE E SAFETY SPACE
La questione dell’integrazione rimanda anche alle condizioni della convivenza residenziale. In generale, infatti, un indicatore importante dell’integrazione è stato la condivisione degli stessi con testi abitatitivi, laddove, invece, la separatezza è stata stigmatizzata come esemplificativa dell’emar ginazione discriminante (Lanzani, 2003; Motta, 2005).
Nel merito, però, la letteratura specialistica offre importanti spunti di riflessione che indicano l’esigenza di andare oltre le semplici opzioni di tipo ideologico assumendo, invece, la prospettiva dei soggetti coinvolti nei processi psicosociali specifici.
Ferma restando la condivisione degli ideali valoriali cui tale orientamento rimanda, ci si è chie- sto in che misura più che la diade convivenza/separatezza, in quanto tale, possa assumere importanza il significato che, in termini di scelta e/o di costrizione, all’una condizione o all’altra codizione attribuiscono i protagonisti.
Come parte della letteratura più recente sembra indicare, infatti, la condizione di separatezza può essere vissuta intermini di “Safety Space” (Borjas,1998), ovvero come “Free Space” in cui generare quella sfida culturale che precede e accompagna la mobilitazione politica e la partecipazione sociale (Polletta, 1999; Hill Collins, 2000).
Un antecedente, in tal senso, può essere riscontrato nel cosiddetta risegregazione, verificatosi negli USA già appena poco tempo dopo l’applicazione della normativa che poneva fine alla segregazione razziale a scuola; risegregazione interpretata anche come rifiuto dell’integrazione vissuta nei termini dell’assimilazione (Schofield, 1982).
Si tratta di capire, quindi, in che misura la condizione di separatezza residenziale possa costituire un indicatore di discriminazione o se, invece, possa essere vissuta come uno spazio psico-sociale per costruire alleanze e promuovere il self-empowerment (Ellerbe-Dueck, 2011); ovvero, si tratta di capire se tale condizione rimanda a dei vissuti di inclusione ed uguaglianza (Eterno, Licciardello, Cosby e Rosa Gutierrez, 2014), come situazione, cioè, che offre l’opportunità del «riconoscimento», preferita ad un tipo di integrazione che assume caratteristiche di tipo assimilazionista.
In tal senso, allora, la questione rimanda all’esigenza di lavorare per realizzaze una convivenza sociale caratterizzata dalla positiva reciprocità, per creare delle condizioni culturali, soprattutto di natura psico-socio-relazionale, tali per cui l’opzione di abitare in un contesto, sia esso di tipo misto o meno, non sia frutto di discriminazione, o di vissuti in tal senso, ma una scelta liberamente effet- tuata sulla base di preferenze personali.
INTEGRAZIONE E COMPLESSITÀ: IL POSSIBILE RUOLO DEL CONTATTO A SCUOLA
Nell’insieme, la questione dell’integrazione “tra” (e non semplicemente “di”) persone appartenenti a culture anche molto diverse risulta indispensabile ma presenta talora (come indicano i fatti verificatisi in varie città europee) alcune complessità.
In tal senso, occorre riflettere adeguatamente sui processi di integrazione utilizzando categorie scientifiche, attesa l’insufficienza o anche la disfunzionalità del mero orientamento ideologico.
L’integrazione, infatti, cosituisce la sintesi di complessi processi psicosociali, che chiamano in causa le identità e le appartenenze (cfr. Damigella, Eterno, Licciardello, 2010) e, quindi, l’esigenza di coniugare culture e sistemi di valore anche molto diversi (Samuel Gaertner e coll., 2007, hanno, in tal senso, introdotto il concetto di Dual Identity).
Particolare importanza assume la Scuola, sia, in generale, come occasione perchè i giovani imparino a coniugare similarità e differenze tra la cultura del proprio contesto di vita e quella di altri paesi (cf. Licciardello & Damigella, 2009), sia, in particolare, per la crescente presenza di immigrati di seconda generazione. Nel merito, i dati delle ricerche sembrano confermare la valenza positiva del contatto a Scuola, anche come apertura la nuovo ed alla complessità di un sociale in rapida tra sformazione (Licciardello, Damigella, Eterno, 2009).
INTEGRAZIONE E MULTICULTURALITÀ: IL CONTESTO SICILIANO
La questione dell’integrazione coinvolge fortemente la Sicilia, terra che per la sua posizione nel Mediterraneo, per la sua storia e la pluralità di civiltà che in essa si sono fuse, può essere conside rata “naturalmente” multietnica e conciliante verso le “diversità culturali” (Broudel, 1987), un gran de laboratorio naturale che per i flussi migratori recenti si trova anche oggi a confrontarsi con le sfide che la riduzione del pensare pregiudiziale comporta (Allport, 1954).
I dati delle ricerche nel tempo condotte sembrano indicare che la qualità delle relazioni che gli immigrati vivono nel contesto siciliano è orientata in senso positivo e comunque superiore in confronto a quanto si riscontra nel confronto con contesti diversi (nazionali ed internazionali), sia in generale (Licciardello, Damigella, Eterno, 2010; Eterno, Licciardello, Cosby e Rosa Gutierrez, 2014), sia relativamente alle seconde generazioni (Licciardello e Damigella, 2011; Damigella e Licciardello, 2014).
Ovviamente, si tratta di situazioni in continuo divenire rispetto alle quali appaiono indispensabili adeguate politiche sociali di supporto e attività di intervento e monitoraggio scientificamente fon date.
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