GLI ATTI LINGUISTICI NEL CONTESTO CLASSE
GLI ATTI LINGUISTICI NEL CONTESTO CLASSE
International Journal of Developmental and Educational Psychology, vol. 2, no. 1, pp. 419-433, 2016
Asociación Nacional de Psicología Evolutiva y Educativa de la Infancia, Adolescencia y Mayores
Received: 10 January 2016
Accepted: 15 February 2016
Abstract: Communication is the ability to communicate between members of the same society. The communicative approach is now, influenced by new technology. Thanks to the Internet thousands of information takes place in real time. The new technology has revolutionized time, manner, frequency and immediacy. A significant contribution to the communication was made by J. Austin with his “Speech Act” and his theory where “each mean is also a do.” The communication in the classroom setting creates a series of collective problem solving. A school every communication transmits identity and social position of each entity generating skills and knowledge.
Keywords: Communication, New technology, Speech Act, Internet.
FARE LE COSE CON LE PAROLE
Un importante contributo nell’ambito della comunicazione è stato dato dallo studioso John Austin1, uno dei maggiori rappresentanti della teoria degli atti linguistici. La sua teoria costituisce ancora oggi un punto di riferimento per la comprensione del funzionamento del linguaggio, non soltanto nell’ambito filosofico e linguistico ma anche in quello pedagogico-psicologico e sociologico.
In un tempo relativamente breve, l’atto linguistico si è trasformato da “termine specialistico” ad espressione d’uso generale”.
Gli studiosi di linguistica hanno usato la teoria austiniana nella sfera della grammatica generativa e della psicolinguistica, nello studio dei verbi di azione linguistica e dei vari modi per “indicare” la forza illocutoria.
Nel campo dell’Intelligenza Artificiale Austin, con il suo “atto linguistico”, viene ad essere considerato un nuovo enunciato scientifico nella scienza del linguaggio. Per chiarire, il linguaggio non viene ad essere più una rappresentazione ma, reputato come un’ azione. In ciò consiste il cambia- mento di paradigma creato da Austin che non è l’unico rappresentante di tale teoria ma, ne è il più autorevole.
La concezione di tale teoria infatti, era già presente in alcuni studiosi come Buhler con lo Sprechakt, a Reinach con i suoi “Atti Sociali”, a Benveniste con “ l’ Enonciation”, ma Austin delimita il campo, lo segna con il suo “Speech act” (Atto linguistico). Egli si avvicina a questa teoria gra- dualmente e didatticamente.
Distingue tra:
Enunciato Performativo - (che sembra descrivere un’azione ma, invece la compie);
Enunciato Constativo- (che secondo la tradizione filosofica dice qualcosa di vero o falso e non sono azioni) e separa le due forme, affermando che “ogni dire è anche un fare”.
Austin aveva studiato ad Oxford ed era stato un sostenitore di Aristotele.” L’analisi linguistica può essere considerata un recupero dell’idea aristotelica di una scienza che deve precedere tutte le scienze2E’ infatti, di matrice aristotelica l’opinione che lo studio dei problemi filosofici debba essere vagliata attraverso l’analisi del linguaggio. Tutte le opere di Aristotele si muovono sull’assunto che “l’analisi del significato” non si può ridurre a una semplice definizione di termini ma, deve avvenire attraverso l’approfondimento del contesto. Chiarire il contesto in cui viene usata una parola è considerare “le attività che contornano i diversi usi della parola”.
Tutto ciò in Austin risente dell’apporto di idee più nuove come il principio di contestualità di Frege e cioè che una parola ha significato solo nel contesto di una frase reso noto nei “Fondamenti dell’aritmetica” tradotta nel1950. Lo studioso prende in esame anche, i concetti wittgensteiniani di gioco linguistico e somiglianza di famiglie ove afferma “Ciò che solo ha significato è una frase.. e conoscere il significato di un parola è conoscere il significato delle frasi in cui compare”. (Austin 1970, 56)
Austin inoltre, ferma la sua attenzione su due studiosi Frege e Wittgenstein e sui loro due concetti fondamentali: quello di uso e quello di forza.
Durante gli anni trenta, molti filosofi si attestarono nel convincimento che il “significato di una parola è il suo uso nel contesto, l’analisi filosofica è lo studio degli usi ordinari delle parole”. Egli differenzia diversi tipi e livelli di linguaggio.
L’Atto Linguistico pertanto, può distinguersi in:
Locutorio - che è parlare di significato, di senso e riferimento delle espressioni linguistiche; Illocutorio - che è parlare di forza con cui vengono proferiti gli enunciati;
Perlocutorio- che è parlare di effetti psicologici e comportamentali.
Lo studioso oxfordiano intende attuare quella “sistematicità” del lavoro di analisi del linguaggio che altri dopo di lui hanno considerato come indispensabile.
Da Frege, Austin mutuò due elementi : forza e significato. La forza intesa come il riconoscimento della verità asserita dall’enunciato e il senso inteso come pensiero espresso dall’enunciato . Egli nel concetto di forza assertoria riprende gli aspetti logico-filosofici tralasciati o meglio relegati da Frege ad un mero aspetto emotivo e comportamentale. I filosofi del linguaggio mutuando il concetto fregeniano affermano che: “ per capire un linguaggio non serve solo il senso degli enunciati è necessario conoscere la forza con cui gli enunciati vengono usati”.
Austin dichiara inoltre, che il concetto di bivalenza vero o falso risulta essere fallace. Non ha validità assoluta così come gli è stata attribuita dai filosofi del linguaggio perché produce asserzioni “mascherate” di cui non si sa se sono vere o false. Qualsiasi asserzione non va catalogata per la sua “relazione al vero o al falso, ma in rapporto alle intenzioni o allo scopo di chi parla, alla posizione in cui la si può fare, al tipo di impegno che farla comporta. Tutto ciò ha a che vedere non tanto con la verità quanto con il principio di “felicità” di un atto illocutorio”.
Se poi si vuole considerare la “situazione linguistica” nella sua interezza non si può dichiarare se una asserzione sia vera o falsa. Potrebbe trattarsi di una asserzione esagerata.
Ciò che concorre in effetti alla attuazione piena di una asserzione possono essere l’uditorio, le circostanze, lo scopo. Affermare che una asserzione sia vera quando corrisponde ai fatti è oltremodo fuorviante. Molte asserzioni così, come dimostrato da Kant, sono dei “Nonsensi”, nonostante la perfetta forma grammaticale.
Non tradendo la sua formazione aristotelica sostiene una teoria “corrispondeista” della verità. La “teoria corrispondeista” afferma che parliamo sempre di qualcosa. Un verdetto può essere vero o falso, un consiglio buono o cattivo, etc. Non si può parlare pertanto, di “corrispondenza ai fatti ma di “convenzione” che fanno sì che le frasi corrispondano “a tipi di situazioni e le asserzioni a situazioni storiche”. “Queste convenzioni corrispondono al duplice scopo descrittivo e indicale delle espressioni linguistiche”.
Austin definisce il quesito affermando che “una asserzione è vera quando lo stato di cose storico cui è correlata dalle invenzioni dimostrative è di un tipo con cui la frase usata nel farlo è correlata dalle convenzioni descrittive”. Secondo altri autori come Searle e Dummet è” il contenuto pro- porzionale” che ne altera il senso. Soddisfatto o no dipendono dalla forza con cui il comunicato viene espresso.
L’enunciato constativo chiamato dai filosofi “ Asserzione” ha il compito di descrivere un fatto, di esporre un evento, di dire qualcosa che può essere verificabile secondo i criteri di verità o di falsità ( es. io asserisco che la terra è rotonda)
L’enunciato performativo invece, serve di per sé a compiere l’azione stessa senza descriverla o esporla ma, eseguendola “hic et nunc”.
L’asserzione è un atto illocutorio ( io asserisco che la terra è rotonda) Espositivo, perché corrisponde a un ruolo che un enunciato ha nel discorso.
Verdettivo, richiede una competenza di colui che parla con l’intento di creare sapere.
Possiede, come altri atti illocutori, condizioni di felicità cioè di buona riuscita. Nell’analisi compiuta da A. riguardante l’ asserzione inoltre, fra le condizioni di felicità che devono essere soddi- sfatte, si pongono le presupposizioni ( es. ti lascio in eredità la mia casa. Si presuppone che io abbia una casa / Il re di Francia è calvo – Si presuppone che ci sia un solo re di Francia). Quando la presupposizione di un’asserzione non viene soddisfatta essa è infelice pertanto, non può essere giudicata vera o falsa. Ciò era già stato affermato da Frege.
I filosofi hanno stabilito che la finalità di una asserzione è esclusivamente di natura descrittiva oppure narrazione di qualche fatto. Gli studiosi di grammatica hanno ribattuto che non sempre le frasi sono usate per fare asserzioni, esistono anche, domande, esclamazioni o frasi che implicano ordini o desideri.
Dalle esigue e modeste indicazioni grammaticali di cui disponiamo è difficile stabilire, l’ordine delle parole, il modo del verbo, distinguere le domande, gli ordini etc..
La verità o la falsità dell’enunciato sono dipendenti dai fatti poiché un rimprovero, una valutazione, un ordine possono essere giusti o ingiusti. Una asserzione risulta felice se risponde a criteri di buona riuscita.
Per buona riuscita si intendono soddisfatte le condizioni di felicità. A. pertanto, dichiara che è necessario rispettare le “presupposizioni”. Nel caso in cui l’asserzione non realizza tali presupposizioni è un’asserzione infelice e come sosteneva anche Frege, non può sottostare al giudizio di vero o falso.
La questione è stata oggetto di approfondimento e di attenzione. E’ stato così, stabilito che una asserzione debba essere” verificabile”. Questo assunto ha portato alla considerazione che molte asserzioni sono pseudo-asserzioni. E’ stato stabilito che molte asserzioni, così come affermava Kant, sono Nonsensi.
Molti enunciati che sembrano asserzioni in effetti, servono a comunicare semplici informazioni relative ai fatti. Ci si riferisce in particolar modo, alle “proposizioni etiche” che servono in parte, a manifestare un’emozione. Si è altresì rilevato che molte parole, che fanno parte di un contest descrittivo, non servono a fornire una ulteriore caratteristica della realtà, ad indicare( non a riporta- re) la circostanza in cui viene fatta l’asserzione o il modo in cui deve essere compresa. Riflettendo sull’assunto che non tutte le asserzioni sono descrizioni è meglio usare il termine Constativo.
Il constativo si limita a constatare. Ha il compito di esprimere un fatto, un accadimento che è facilmente verificabile. Esiste una notevole difformità nella frase “Papà mi ha promesso di portarmi al parco” e “Io ti prometto”. Nella prima frase si ha la descrizione di un’azione, quella cioè del promettere che può essere vera o falsa. Nella seconda frase si ha l’esecuzione dell’azione di colui che promette.
Per comprendere il fenomeno linguistico di A. è necessario considerarlo sotto un aspetto pragmatico. Scopo della teoria degli Atti linguistici è spiegare i concetti, le idee, e “proferire parole è fare qualcosa per descrivere e comprendere le diverse azioni linguistiche”. Pur essendo l’atto linguistico “unitario” può essere diviso in tre aspetti principali: L’atto Fonetico ( emettere suoni ); Atto Fatico (proferire parole appartenenti ad una certa lingua) ; Atto Retico ( atto dotato di riferimento e senso).
Sulla base di queste riflessioni l’Atto linguistico di A. descrive poi, i modi in cui pronunciare un enunciato può essere fare qualcosa.
Nella sua teoria si sofferma sull’analisi di tre registri di enunciati di un parlante
Così egli propone di distinguere l’atto linguistico in: Locutorio, Illocutorio, e Perlocutorio. L’Atto Locutorio è, parlare di significato e senso.
E’ frequente il ricorso all’Atto Illocutorio che è il parlare con forza nel proferire gli enunciati, come promettere, ordinare, dare il ben venuto, affermare.
L’Atto Perlocutorio coinvolge invece, l’aspetto psicologico e comportamentale. E’ atto di fare qualcosa col dire qualcosa cioè di produrre tramite il proferimento di parole effetti psicologici e comportamentali. E’ indurre a compiere un’azione. Lo abbiamo con i verbi convincere, allarmare, tranquillizzare.
La distinzione tra constativo e pervasivo venne successivamente superata da A. in “How todo thing words” ove dimostra la necessità di distinguere i diversi tipi e livelli per interpretare i fenomeni linguistici.
Questa teorizzazione racchiude in sé la formulazione degli atti linguistici basati sull’assunto Parlare – Agire.
Tale Atto sembra descrivere un’azione invece, la compie. A. pone una vera e propria contrapposizione di dire e fare nel linguaggio istituendo una profonda differenza tra l’atto constativo e l’atto performativo.
L’atto constativo infatti, non è un’azione ma dice qualcosa di vero o falso.
Affinchè un atto performativo sia reale deve necessariamente soddisfare alcune condizioni:
Deve rispondere ad una procedura convenzionale per eseguire quell’atto.
Le circostanze devono essere appropriate;
La procedura deve essere corretta e completa;
Lo stato psicologico di chi parla deve essere rispondente alle aspettative.
In sintesi l’atto performativo è un’asserzione che non espone un fatto, non descrive un qualcosa ma permette a chi parla di compiere un’azione. Grazie ad un atto performativo si compie ciò che si dice di fare di conseguenza si genera un “fatto reale”.
Esso appartiene alla categoria di enunciati “mascherati”. Si presenta comunemente come il falso aspetto di una asserzione descrittiva o constativa quando assume la sua forma implicita. E’ indispensabile esaminarlo sotto “questo suo aspetto ingannevole paragonandolo all’asserzione che imita”.
Possiamo prendere in esame alcuni enunciati asserzioni che non constatano assolutamente niente e non sono veri o falsi. L’atto di porre la frase rappresenta l’esecuzione o è parte dell’esecuzione.
L’atto performativo non rappresenta un qualche fatto ma, permette a chi parla di effettuare una vera azione. Si fa qualcosa dicendo qualcosa. (es. “ Scommetto un dollaro che domani pioverà” – es. “Io prendo te come mia spasa”).
All’atto performativo non viene applicato alcun principio di verità. Se colui che esplica un atto performativo non si comporta in modo conseguenziale non porta, per esempio, a termine una promessa determina l’Infelicità (così come viene appellata da A.) che può essere caratterizzata da due tipologie:
Colpo a vuoto – cioè un atto nullo, tale da non essere valido:
Abuso - che consiste nell’essere un atto ostentato e vacuo
Performativo deriva dal verbo “ Perform” ( eseguire ) verbo usuale con il sostantivo azione “.
Verbi performativi sono: perdonare, avvertire, battezzare, vietare. Sono tutti verbi che indicano agire.
Sia i performativi, sia i constativi sono sottoposti a regole, condizioni di felicità o di appropriatezza.
Molti performativi sono “enunciati contrattuali “come (scommetto) o dichiarativi (“dichiaro guerra “)
Se si riflette bene in molti casi possono contrarre matrimonio con la coabitazione, oppure scommettere inserendo una semplice moneta.
Per esempio, nel caso della scommessa bisogna appurare se la proposta sia stata accettata da chi l’ha ricevuta con un esplicito “io ci sto “.
E’ importante che nel performativo si realizzino queste condizioni:
Le circostanze accompagnate da parole siano appropriate e inoltre, che chi parla attui altre azioni fisiche e mentali.
Il valore dell’enunciato deve essere preso sul serio, non deve trattarsi di uno scherzo né di una faciloneria ma, un “atto interiore e spirituale “.
L’Hippolytus ( Euripide “Le tragedie”) manifesta proprio questa idea. Egli afferma: “La mia lingua ha giurato, ma il mio cuore no”.
Chi promette non si limita a proferire solamente parole ma entra nell’ambito di un vero e proprio atto di spiritualità.
Si intende sottolineare infine, come le riflessioni teoriche di Wittgenstein, Austin, Searle hanno chiarito ed evidenziato la dimensione performativa di colui che parla (parlato). L’uso del linguaggio nella vita di ogni giorno è per definizione pragmatico cioè, rivolto all’adempimento di vari atti che per loro natura sono sociali. Per Austin, le parole non soltanto descrivono (atto locutivo), ma fanno (atto illocutivo usando verbi performativi come richiedere, promettere, proibire……)
Sulla base di quanto precedentemente esposto Austin descrive i modi in cui pronunciare un enunciato:
Atto Locutorio – Atto di dire qualcosa,
Atto Illocutorio –Atto che si compie nel dire qualcosa ( in + locutionary )
Atto Perlocutorio-Atto che si compie mediante il dire qualcosa (per+locutionary).
La locuzione nei suoi tre aspetti fonetico, retico e fatico appare difficile da distinguere tuttavia, ci sono dei modi usuali per riferire l’atto fatico e quello retico che evidenziano l’atto di dire e non possono essere sommati per dare la totalità dell’atto locutorio. Ricorrendo al discorso diretto:”Lei:” disse è un ragazzo capriccioso”. Si riferisce ad un atto Fatico. Con il discorso indiretto ”Lei disse che era un ragazzo capriccioso” Si riferisce a un atto Retico.
Per poter esporre un atto locutorio si dovrebbero riportare sia le parole usate, sia parafrasare il loro significato, ma solitamente ciò non avviene.
Gli atti di tutti e tre i nostri generi, visto che determinano il compiersi di azioni, esigono che si tengano in debito conto gli aspetti negativi cui sono esposte tutte le azioni. E’ necessario distinguere con sistematicità un atto, da un altro e dall’altro ancora.
L’Atto Linguistico presenta inoltre, due tipi di giudizio: il primo riguarda il concetto di felicità/infelicità se cioè è ben riuscito e non presenta abuso o se non rispetta qualche procedura relativa. La seconda condizione è rappresentata dalla corrispondenza ai fatti in rapporto agli scopi e alla situazione a cui si riferisce . Può essere corretto o scorretto.
Ed infine, ancor prima di stabilire la buona riuscita e quindi la condizione di “felicità” è indispensabile essere a conoscenza se esso è stato effettuato e di quale atto si tratti.
È di grande importanza stabilire che cosa sia l’atto locutorio per distinguerlo dagli altri atti. Sappiamo perché in precedenza affermato, che esso è costituito da tre aspetti: l’atto fonetico, l’atto deputato soltanto all’emissione di suoni; l’atto fatico, che serve per pronunciare parole, suoni di certi tipi e che appartengono ad un ben preciso modo di dire qualcosa e ad una certa grammatica ed infine, l’atto retico che consiste nell’atto di usare questi vocaboli con un senso definito.
Se io dico:” Egli ha detto “il cane è sul letto” ciò riferisce un atto fatico ma se affermo “egli ha detto che il cane era sul letto” mi rifaccio a un atto retico. Allo stesso modo nell’esempio egli ha detto “ci sarò”, “egli ha detto che ci sarebbe stato”.
Per avere un atto fatico devo eseguire un atto fonetico. Nel designare l’atto fatico inoltre, vengono compresi sia il lessico che la grammatica ma, anche l’intonazione.
Altra peculiarità dell’atto fatico è che può essere mimato e anche riproducibile. Infatti, si può mimare l’asserzione con l’uso di virgolette, ma anche fare spallucce nell’affermare quanto si è detto.
Nell’esecuzione dell’atto locutorio si può:
fare una domanda ma anche rispondere;
dare una informazione, un avvertimento o una assicurazione;
assegnare una nomina o fare una critica;
compiere
Pronunciare una condanna. Un’ identificazione o fare una descrizione;
Quando pronunciamo un atto locutorio ci dobbiamo domandare in quale modo stiamo usando il linguaggio in quella data circostanza. Infatti, esistono svariati modi nell’uso del linguaggio. Crea notevole differenza se io consiglio, se suggerisco, oppure se ordino o se prometto oppure se sto solo annunciando una intenzione. Ormai, da alcuni anni ci si è resi conto che “l’occasione in cui viene proferito un enunciato ha una fondamentale importanza e che le parole usate devono in una certa misura essere spiegate dal contesto in cui sono destinate ad essere pronunciate”
Questi problemi vengono, non senza confusione, molto dibattuti nell’ambito della grammatica ponendosi interrogativi come il decidere se certe locuzioni hanno la forza di una domanda” o “avrebbero dovuto essere considerate come un valutazione “.
Per esplicitare noi distinguiamo l’atto locutorio “ egli ha detto che…”; dall’atto illocutorio “egli ha sostenuto che…”; dall’atto perlocutorio “egli mi ha convinto che..”.
L’illocuzione rappresenta il modo con cui usare le parole e cioè per affermare, per valutare, per fare, per dare ordini, per fare richieste, fare promesse, per ringraziare, per scusarsi.
Verbi come: citare, scrivere poesie, recitare sono modi per eseguire atti illocutori “sospendendone o alterandone radicalmente il contesto”.
Gli enunciati illocutori possono essere compiuti in forma esplicita grazie all’uso di un verbo performativo alla prima persona del presente indicativo attivo (enunciato performativo esplicito) e in modo implicito con l’uso di indicatori di forza illocutoria linguistici o paralinguistici.
Rappresentano forza illocutoria alcuni indicatori come i verbi modali o ausiliari o avverbi associati a forze illocutorie, l’intonazione oppure la punteggiatura.
Inoltre, alcuni enunciati che hanno forza illocutoria implicita si possono parafrasare trasformandoli in enunciati performativi espliciti. Per es. “Zitto” – “Ti ordino di stare zitto” –“Vattene” – “Ti scongiuro di andartene” _ “ Domani ci sarò” – “Ti garantisco che domani ci sarò” – “ Ti prometto che domani ci sarò”-
Successivamente A. nella teoria degli atti linguistici chiarisce che la forza illocutoria può essere diretta o indiretta. La prima determinata dagli atti illocutori, la seconda dovuta all’uso dell’enunciato nel contesto o compresa dal ricevente tramite inferenza.
Vari risultano essere i tipi di atti illocutori:
Comportativi: stabiliscono reazione ad eventi e comportamenti come scusarsi, augurare, complimentarsi, salutare, ringraziare.
Commissivi: verbi che indicano assunzione d’impegno come scommettere, dare la propria adesione, esprimere l’intenzione, promettere.
Verdettivi: che esprimono atti di giudizio, calcolare, giudicare, stimare, valutare.
Espositivi: verbi che indicano il ruolo dell’enunciato nella conversazione del discorso domandare, definire, obiettare, affermare.
Per comprendere l’enunciato illocutorio secondo Austin si può descrivere “l’effetto convenzionale” usando valori modali come dovere, sapere, potere con coloro che interagiscono nello scambio linguistico.
I motivi per cui un atto illocutorio si considera convenzionale sono rappresentati dal fatto che esso obbedisce a regole convenzionali risultando “felice” solo se “questa procedura viene eseguita correttamente e le circostanze sono appropriate “.
Si determina inoltre, un “effetto non naturale” cioè un qualcosa di “socialmente stabilito” e passibile di annullamento –.
L’enunciato perlocutorio consiste nel fatto che ci si è resi responsabili delle conseguenze del proprio atto locutorio/illocutorio. La risposta ottenuta dall’atto illocutorio rappresenta un atto perlocutorio (finalità di un atto perloc.)
Se un atto locutorio – illocutorio produce conseguenze intenzionali o non volontarie crea un atto perlocutorio (es. fare agire qualcuno o farlo arrabbiare dandogli alcune informazioni e comandargli qualcosa).
L’atto perlocutorio non è convenzionale perché la sua risposta non dipende dall’osservazione di regole. Determina inoltre, effetti fisici e psicologici, non eliminabili e non è reso “esplicito dalla formula performativa”.
Austin cataloga in sei i tipi di infelicità. Di questi quattro sono tali da rendere l’enunciato un “colpo a vuoto” cioè un atto nullo privo di qualunque validità. Gli altri due sono da considerarsi al contrario, un abuso alla procedura .
Per ciò che concerne l’enunciato infelice lo studioso afferma che si applica a tutti gli atti rituali e non solo a quelli verbali.
Ci sono inoltre, “intere altre dimensioni di ciò che potrebbe essere definito infelicità” che possono combinarsi sovrapporsi. A tale proposito va ricordata la regola uno:
“Deve esistere una procedura convenzionale accettata e avente un certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l’atto di pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe circostanze”.
Si pensi all’enunciato “io divorzio da te” detto da un marito ad una moglie entrambi cristiani piuttosto che maomettani. Si potrebbe affermare “Nonostante tutto egli non ha effettivamente divorziato da lei”.
Noi ammettiamo una certa altra procedura verbale o noi non ammettiamo alcuna procedura di divorzio nella considerazione che il matrimonio è un vincolo indissolubile. Ciò può tuttavia, portarci molto lontano tanto da farci respingere tutto l’intero codice di procedura. Potremmo qui rammentare il caso di Don Chisciotte citando la famosa frase.”I miei padrini vi faranno visita” che equivale a dire “io ti sfido” e poi non dargli alcuna importanza.
Potremmo cadere così nel caso delle applicazioni indebite dove la procedura risulta corretta ma le circostanze o le persone sono sbagliate. La procedura poi può essere non più in uso o procedure istituite come ad esempio “farla franca”.
“La procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti in modo corretto”
Qui la procedura è appropriata alle persone e alle circostanze ma, non è eseguita correttamente. E’ il caso della giurisprudenza. Quando affermo:”La mia casa” ma ne ho due. E’ necessario che io mi assicuri della corretta comprensione. “ Cum sensum ad idem”.
“La procedura deve essere eseguita da tutte e due i partecipanti”
Nell’enunciato “scommetto mezza lira” L’atto risulta vano a meno che non si dica “Ci sto” Così come nell’enunciato “Io ti sfido a duello” e poi non mando i padrini.
Tutti i giorni nel colloquiare vengono commesse delle inesattezze nella procedura.
Talvolta la procedura non esiste oppure non si tratta di procedura oppure viene attuata in modo non adeguato o non corretto. Si vengono a creare così, frequenti fraintendimenti.
Restano da prendere in considerazione gli ultimi due casi e cioè l’esecuzione e l’infrazione o violazione. Qui l’esecuzione non risulta nulla ma infelice. Si riferisce in questo caso ai sentimenti quando non sono sinceri.
Le circostanze sono in regola, l’atto però è non sincero.
Sotto lo stesso aspetto vanno considerati i sentimenti che risultano non veritieri. Pur trattandosi di atti nulli si ha “un ovvio parallelo con l’atto del mentire”.
LA COMUNICAZIONE NEL CONTESTO SCOLASTICO
Svariati sono gli ambiti in cui la comunicazione si esplica. Certamente un ambito privilegiato è costituito dal contesto scolastico, campo d’azione che integra il dato d’esperienza ove “gli individui utilizzano le risorse di senso (categorie cognitive ed affettive) e i registri narrativi che si abilitano ad utilizzare dal proprio essere parte di un sistema di appartenenza….”(Brunner, 1990; MC Namee, Genger, 1992; Rappaport, 1998; Zittoun, 2007)
La caratteristica tipicamente sociale e identificativa della mente ci riporta al compito del linguaggio, luogo peculiare di incontro/scontro con l’altro e di rapporto e significazione.
Avviene così’, che gli individui determinano la realtà che sta attorno a loro.
Nel libro di A.Giani e di D. De Leo “Interazione e cultura” si ribadisce il concetto che il potere performativo del linguaggio è capacita di “ri-presentare l’esperienza” marcando il concetto che la comunicazione è istitutiva di identità e di modelli di relazione” ( A.Giani D.De Leo p.11).
I processi comunicativi che hanno luogo in classe non soltanto tendono a creare rapporti ma, tendono anche a costruirli.
Tra parola e pensiero infatti, si crea “reciproca presupposizione e sconfinamento” (Daniela De Leo p.11)
I vari codici comunicativi sia dei docenti, che degli alunni fanno sì che si attui nella scuola non soltanto, un vero e proprio terreno fertile di elaborazione /procedimento ma, un rilevante ambito culturale d’intervento.
Il docente ha un importante ruolo nel determinare il contesto dell’apprendimento e soprattutto nel favorire le modalità di partecipazione e di fruizione di contenuti tra gli studenti e nell’ evidenziare i codici emotivi e valoriali manifestati dai singoli alunni.
Favorire il processo di apprendimento e di insegnamento determina all’interno della lezione “spazi di riflessione e di corresponsabilità interlocutoria”( D. De Leo).
Lo studioso Vvgotskij nella sua indagine, mette in evidenza come tramite forme diverse di discorso e di mediazione culturale si generi interazione sociale.
Ma il ricorso allo studioso V. ci permette di stabilire una stretta corrispondenza tra sviluppo e educazione che rappresenta un insieme di fattori di socializzazione e di istruzione che sono il nucleo di diverse culture. Il nucleo fondamentale è costituito dal linguaggio grazie al quale gli attori sociali riescono a trattare il mutamento concettuale.
Il linguaggio fornisce agli uomini la capacità di orientare l’attività cognitiva. Comunica e organizza il proprio pensiero e lo trasmette agli altri individui in una forma comprensibile.
Bruner affermava invece, che la conoscenza è il prodotto dell’interazione soggetto-oggetto sociale, attraverso Transizioni, ovvero processi di trattazione, di discussione, di scambio che determinano incontro tra le menti. Bruner J. (1990), Act of Meaning, Harvard University Press, Cambridge, Ma (trad. it. La ricerca del significato. Per una psicologia culturale, Bollati Boringhieri, Torino1992)
Ciò che subisce trasformazione è il modo di significare e di ritrarre la realtà.
Il linguaggio costituisce il nucleo centrale il cui apprendimento è mediato dalle rappresentazio-ni culturali. Esso ha come riscontro una rete di interazioni sociali che organizzano e orientano l’attività cognitiva.
L’importanza del linguaggio sta nel fatto che esso permette di organizzare il proprio pensiero e di comunicarlo. Tuttavia, ogni comunicazione non soltanto, trasmette informazioni ma determina “identità e posizione sociale di ogni soggetto coinvolto nella comunicazione”.
CONCLUSIONE
Da questi assunti teorici possiamo tirare le fila del discorso. Il processo che conduce alla edificazione della conoscenza si fonda su una precisa scelta metodologica e determina la crescita del- l’individuo. Gli approcci teorici che conducono ad una scelta teorica e strategica della comunicazione sono diversi.
Anolli (2002) nella sua indagine chiarisce una serie di aspetti. Egli afferma che trattandosi di una attività che al suo interno possiede notevoli capacità relazionali con “connotazioni specifiche di natura convenzionale e culturale porta in sé la dimensione sociale. Essa inoltre, si fonda su intese che nascono da regole che sono in relazione con ogni scambio comunicativo”.
La comunicazione ha in sé una interdipendenza tra pensiero e atto del comunicare poiché è tramite essa che si esprimono i propri pensieri, le proprie emozioni, le conoscenze.
Ecco che viene a crearsi un’altra connotazione, quella Cognitiva.
In essa c’è Intenzionalità poiché gli attori sociali agiscono nella consapevolezza di determinare uno scambio comunicativo con gli altri. C’è Azione poiché ogni atto configura l’interazione tra individui.
Si può certamente affermare che ogni atto comunicativo dà luogo sempre a conseguenze.
La comunicazione è un’attività dell’uomo notevolmente complessa che determina l’identità individuale costitutiva dei modelli culturali di tutti gli uomini.
Il suo ruolo non si limita alla emanazione di semplici informazioni cioè alla capacità di creare un “processo di significazione” e di relazione ma, permette alla collettività di generare e mantenere” e modificare la rete di relazione nella quale essi agiscono” evidenziandone la qualità stessa della relazione” che viene ad essere costruita.
Ogni atto comunicativo è connotato dalla sua identità nello svelare chi esso sia, chi sia l’altro, e la capacità che lo vincola all’altro. Ciò si determina nell’agire sociale. Essa non può essere slegata dal proprio contesto sociale entro il quale si manifesta, può essere chiarita nell’interscambio con l’altro soggetto, nelle sequenze di atti dell’agire dei tanti contesti sociali.
LA COMUNICAZIONE IN CLASSE
La Comunicazione svoltasi in un contesto istituzionale come la classe crea un determinata interazione tra docente e discente, tra alunni e alunni. Fa sì che, si possano comprendere le basi del rapporto tra scolarizzazione e “trasmissione del sapere”, considerato come una edificio che via, via giorno dopo giorno, si va costituendo attraverso l’opera dei docenti.
Le discussioni che si svolgono nell’ambito della classe generano processi linguistici di particolare rilevanza che tendono a configurare nuove conoscenze ed abilità. (Pontecorvo, Zucchermaglio, 1984; Ajello, 1991).
Tali indagini che prevedono un contesto non scolastico e una serie di situazioni di “problemg solving collettivo” conducono al conseguimento e ad una negoziazione di sensi e ad una condivisione e confronto di soluzioni.
Tanto più il docente è capace di considerare i bisogni cognitivi ed emotivi dei ragazzi, incentivando una partecipazione attiva attraverso la gestione della conversazione a fronte di una situazio- ne problematica, quanto più riesce a sollecitare il processo di co-costruzione del sapere.
I ragazzi partecipando alle varie attività si conformano al senso sociale dei loro partner acquisendone le strategie e abilità.
L’attività colloquiale avviene in classe tramite domande e risposte e tende a stabilire lo stato del lavoro collettivo. Arricchendo i propri pensieri e favorendo l’interazione sociale fa sì che il linguaggio diventi pratica “comunicativa contestualizzata”(D. De Leo A. Giano).
UNA COMUNICAZIONE DISARMONICA
Soffermandosi sulla conversazione intesa come la principale modalità linguistica che esplichiamo nella nostra quotidianità, un particolare accenno va fatto sulla comunicazione disarmonica.
L’atto del comunicare non ben equilibrato è basato su “regole implicite” che nascono da reciproche e scambievoli aspettative. Adulti e ragazzi, docenti ed alunni agiscono scambievolmente con una propria teoria su cosa va fatto all’interno dei ruoli che ognuno gioca
Quando un alunno viene deluso da parte di un docente, nelle proprie aspettative didattiche, è portato a non seguire più l’andamento culturale della classe. Tutto ciò indica che “il ruolo sociale del- l’adulto tende ad influenzare l’attività cognitiva del bambino”.
E’ evidente che ciò che viene proposto sotto un aspetto ludico, cioè piacevole, è più facile da apprendere.
L’insegnante resta il perno fondamentale capace di allacciare relazioni, di costruire situazioni, di poter permettere al bambino di costruire il suo mondo.
Altro aspetto fondamentale da rammentare è che le materie scientifiche poggiano la loro cono- scenza sull’apporto delle varie comunità scientifiche come quella degli storici, dei fisici, dei matematici fornendo considerazioni specifiche ove è presente l’aspetto conoscitivo, procedurale, meto- dologico che permette la conoscenza della realtà.
A scuola nella scelta dei testi ci si trova, così’, di fronte ad un sapere “trattato” in modo da poter essere utilizzato in rapporto all’età dell’alunno. Per esemplificare, l’autore del libro ha già fornito una sua interpretazione della disciplina. Se un autore concepisce la storia come narrazione dei fatti si soffermerà nel raccontare personaggi, trattati, guerre. Se viceversa, per lui la storia rappresenta un processo, un sistema sociale ove i gruppi sociali si condizionano a vicenda sulla base di fatti politici, culturali, sociali conferirà al testo un taglio processuale e sistemico.
Così l’insegnante stabilirà gli aspetti formativi tramite la costruzione di categorie interpretative storiche che coinvolgeranno anche la personalità poiché il sapere diventerà “orientativo”.
Il potere formativo viene trasmesso all’alunno tramite valori, linguaggi. L’insegnante deve pertanto, conoscere tutti gli aspetti della personalità dell’alunno da quello emotivo, cognitivo, valoriale.
E’ a questo punto che la funzione docente orienta la costruzione del processo comunicativo, determinando non soltanto il pensiero, ma anche e soprattutto le “categorie interpretative storiche” caratterizzando l’aspetto personologico e rendendo quel sapere orientativo. L’insegnante deve tenere conto che le singole materie acquisiscono così, potere formativo. Diventa pertanto, estremamente importante che la funzione docente instauri un modo di approcciarsi al processo insegnamento apprendimento che presupponga e che tenga conto di una seria indagine linguistica e paralinguistica.
UNA ATTIVITÀ USUALE: LA CONVERSAZIONE IN CLASSE
Per conversazione si intende quel “talk in interaction”che presuppone il parlare in svariati contesti.
Il vocabolo indica l’atto di comunicare degli attori sociali che inter-agiscono in modo continuo crando un loro peculiare comportamento al di là del ruolo ricoperto, parlante o ascoltatore.
Attività ordinaria, così come viene considerato il parlare, che ci conduce verso altre attività ordinarie. Accade talvolta, che i ragazzi non accettino un docente che non si attiene all’immagine di colui che presenta contenuti interessanti e nuovi. L’alunno pertanto, si sente dispensato dal seguire l’andamento didattico propostogli.
Alcuni studi di Perret Clermont (2005) sostengono che “il ruolo sociale dell’adulto influenza l’attività cognitiva del bambino”. Nel momento in cui il maestro non porge gli argomenti di studio in maniera piacevole non fa crescere curiosità e sicurezza nell’alunno.
Quando due persone interloquiscono tra di loro entrambe sanno già cosa devono dire e lo devono fare in modo ordinato cioè senza sovrapporsi all’interlocutore. Noi pertanto, tracciamo già la direzione e la traiettoria della nostra unità discorsiva. Le parole che utilizziamo nel nostro turno di parola indicano un percorso già ben determinato che definisce in precedenza la conclusione della nostra unità.
Sacks, Schegloff e Jefferson (1974) indicano l’aspetto temporale della presa di turno. A disposizione degli interlocutori esiste un meccanismo formato da un set e da opzioni. Quando l’unità discorsiva di chi ha parlato si conclude si aprono tre possibilità:
Colui che parla chiama il suo interlocutore che deve prenderne il turno;
Se questo non dovesse avvenire, l’interlocutore può, in seconda battuta, prendere l’iniziativa ed acquisire il turno senza che nessuno glielo abbia offerto;
Se non dovesse avvenire tutto ciò, in terza battuta, chi parla può continuare a parlare.
Il meccanismo prevede anche dei silenzi e pause tra un turno e l’altro che rientrano nel target non usato. Il sistema della conversazione è tuttavia, inficiato da due problemi: che nessuno proferisca parola o che avvenga sovrapposizione. In tal caso, si ricorre nuovamente alla presa di turno per comprenderne la causa e le eventuali soluzioni. In definitiva comunque, chi ha iniziato a parlare ha diritto di continuare sino a che non conclude la sua unità, se l’altro dovesse intervenire e quindi sovrapporsi compie una violazione.
Il sistema di base tuttavia, si fonda sul concetto di sequenzialità che conferma i due fattori essenziali: di temporalità e di processualità dell’interazione.
Ogni sequenzialità inoltre, possiede un aspetto retrospettivo, che permette di comprendere quanto è stato detto precedentemente e un aspetto prospettivo, che richiede un’azione successiva come continuazione della sequenza.
Lo studioso Gofman (1959)…ha preso in esame come l’attraversare la strada, il camminare fossero fenomeni straordinari. Pur trattandosi di atti banali, compiuti ogni giorno da milioni e milioni di persone e pur non richiedendo particolari competenze sembrano essere regolamentati da implicite norme e aderenti a precisi comportamenti stradali.
Questa attività ordinaria estremamente usuale nella nostra quotidianità è tuttavia, in realtà disciplinata da tecniche usate da pedoni che evitano di urtarsi vicendevolmente.
G. Fele studioso di sociologia presso l’università di Trento sostiene che si potrebbe fare un calzante parallelismo con il concetto di conversazione.
Essa viene considerata dallo studioso come una “interazione discorsiva” cioè una serie di azioni in cui coloro che parlano devono farlo nei modi e nei tempi ben regolamentati, non sovrapponendosi, perché ciò sarebbe paragonabile allo scontro tra pedoni. Analogamente, gli individui cercano di rispettare i tempi di eloquio aderendo a rigorose regole discorsive.
Lo stesso Gofman evidenzia che noi nell’esercizio del camminare tendiamo a manifestare la nostra intenzionalità di percorso. In definitiva, facciamo in modo che l’altro intuisca la traiettoria da noi prestabilita cosicchè sia in grado di anticiparci.
Coloro che parlano acquisiscono una “Convenzione Negoziata”. Questo il termine usato da Griffin e da Mehan (1997 p. 202) per affermare che la conversazione che si svolge in classe condce ad un processo di continua negoziazione che deve decifrare motivazioni e comportamenti relativi sia ai ragazzi che agli insegnanti. Non si tratta tuttavia, di regole fisse che si possono attivare in più ambiti ma, esclusivamente relative a quella particolare circostanza. La natura sequenziale della conversazione ci porta a considerare la lingua come un prodotto dell’interazione.
Meditare sul parlare di ogni giorno ci permette di comprendere come il senso di questi scambi conversazionali provenga sia dall’interno che anche dall’esterno delle stesse interazioni.
Il percorso segnato da Wittgenstein era proprio quello di partire da ciò che gli individui compivano interagendo tra loro.
La conversazione che avviene nell’ambito della classe fa sì che ogni singolo esprima la propria identità, la propria vita, il proprio modo di rapportarsi con gli altri utilizzando una lingua che richiama tutti gli aspetti linguistici verbali e non verbali e non ultimo anche quello cinesico.
Ogni singolo attore, in questo microcosmo porta all’attenzione del proprio gruppo tutto il proprio bagaglio di storie familiari, di conoscenze, di legami affettivi rappresentando sé stesso in rapporto all’altro nel contesto interattivo nel quale agisce.
E’ in questo contesto in cui i grandi protagonisti della nostra cultura, come Cole con i suoi artefatti culturali; Piaget con la sua concezione di lingua intesa strumento di comunicazione; Bachtin dove l’espressione forma esperienza; Brunner con il suo pensiero narrativo; Wittgnstein che considera l’attività essenziale per lo studio del significato; ci consentono di comprendere che la lingua deve essere parte integrante del l’azione muovendosi non dagli enunciati ma, da ciò che gli individui compiono interagendo tra di loro.
Ogni singolo esprimendo la propria identità deve considerare la parola dell’altro o di tutti gli altri in quanto appartenente a quella stessa comunità
L’APPROCCIO COMUNICATIVO
Durante una conversazione che coinvolge tutti i partecipanti il livello concettuale formato da segni, ideali convenzionali, da cifre determina il reciproco relazionarsi, l’agire, il venirsi incontro l’uno verso l’altro.
Il feeling che si determina tra coloro che ne partecipano attua la comprensione.
L’approccio comunicativo nel suo esplicarsi genera non soltanto scambievolezza di contenuti, ma anche spe-
cie, tipologie grammaticali e semantiche e funzioni della lingua generando “spazi di riflessione e di corresponsabilità interlocutoria” ( D. De Leo A. Giani p 41).
Il comunicare crea uno scivolamento della significazione che lascia posto a una dimensione pragmatica del linguaggio. Perché nasca una vera comprensione bisogna calarsi nell’utilizzo concreto dei e nei significati che vengono dati ai termini da parte degli interlocutori.
Si tratta di un processo in fieri continuo, l’avveneristico, l’audace tentativo di ridare al significato “lo spessore dell’esistenza”. Stanare il significato dal ristretto e personalistico ambito individuale e ricollocarlo e porlo nella storia dell’esistenza per ricreare in modo nuovo il binomio tra contesto e linguaggio. Il significato pertanto, risulta non soltanto generato dall’esperienza fenomenologica ma in continuo mutamento. Tutte le varie componenti della lingua dalle parole, alle vocali sono inserite nei vari contesti per determinare non esclusivamente il senso concettuale ma, il vero nucleo emozionale.
“La preponderanza delle vocali in una lingua, delle consonanti in un’altra, i sistemi di costruzione e di sintassi non rappresenterebbero altrettante convinzioni arbitrarie per esprimere il medesimo pensiero, ma più modi per il corpo umano di celebrare il mondo, e, in definitiva, di viverlo”. (Merleau-Ponty, 1945, trad. it. 1980, pp.258-9).
Il significato è immerso nella espressione gestuale che c’è tra mittente e ricevente. Esso non è nella integrità o nella perfezione della lingua e non è nella specifica valutazione delle parole ma nel riuscire a coglire all’interno del linguaggio lo spirito profondo dell’autore. “faire renaìtre dans l’esprit d’autrui moyennant signes extérieurs une conception qui ètit dans celui de l’auteur”.Deux sujets pensants et des signes”.
Il Sistema dei segni permette un legame speciale con il reale.
Il significato reale del mondo non si polarizza più nella soggettività conferendole una visione idealistica ma, invia verso una visione univoca tra linguaggio e azione reale. Si può accettare l’elaborazione di senso esclusivamente solo come frutto della creazione dell’uomo. L’uomo infatti, inizia a comprendere la realtà ponendo tra sé e il reale “ l’ordine del significante-intellegibile”(pp.42).
La dimensione comunicativa acquisisce così, valenza atta a costruire uno spazio interlocutorio che conduce ad una reciproco scambio di intesa.
Tutti gli uomini posseggono la facoltà di parlare, di esprimersi, di comunicare i moti dell’animo che nascono dai pensieri. Così, parlare, esprimersi, compiere un atto esteriore rimanda ad un processo di interiorità.
Il linguaggio è anche un’attività dell’uomo.
Il pensiero così’ come è nella sua estrema limpidezza non sarebbe nulla. Quando esso diventa parola acqui-sisce una prima deformazione.
L’espresso non esiste e “l’esprimere è diverso dall’espresso” e non piò essere confuso con esso. Tra parola e pensiero esiste uno sconfinamento continuo. (D. De Leo). Così il binomio pensieroparola è creatività. Superare questo dualismo è impossibile. Tutte le parole pronunciate ritornano al pensiero e provengono da esso.
“Se la parola presupponesse il pensiero, se il parlare significasse accedere all’oggetto attraverso intenzione di conoscenza o una rappresentazione, non si comprenderebbe perché il pensiero tende all’espressione come suo punto d’arrivo, perché l’oggetto più familiare ci sembra indeterminato finchè non ne abbiamo ritracciato il nome, perché il soggetto pensante è una specie di ignorante dei suoi stessi pensieri finchè non li ha formulati per sé o anche detti o scritti, come dimostra l’esempio di molti scrittori i quali cominciano un libro senza sapere di preciso cosa vi narreranno. Un pensiero che si appagasse di esistere per sé, fuori dalle difficolta delle parole e della comunicazione, cadrebbe, non appena nell’incoscienza, come dire che non esisterebbe per sé “(ivi, pp.247-8).
Da quanto precedentemente affermato tre sono le definizioni che connotano il linguaggio: Il parlare è un esprimere;
Il linguaggio è considerato come un’attività dell’uomo;
Le parole pronunciate che provengono dagli uomini attribuiscono esistenza al reale e all’irreale. Così, il linguaggio che è interiorità si esteriorizza nella parola conferendo a ciò che è “l’irrappresentabile” una forma.
Il segno linguistico non ha un senso univoco né definito ma è “negli scarti e nelle opposizioni che il linguaggio si trasforma in significante”.
Il linguaggio è un fiume in movimento sempre in fieri. Esso è un continuo fluire “vivo e dinamico” che muta continuamente. Così il parlare non si stabilizza in ciò che è stato detto, ma divenuto parola si stabilizza in essa.
Per ciò che riguarda il linguaggio se è il rapporto laterale fra i vari segni a conferire significato a ciascun segno allora il “senso appare dall’intersezione, e come negli intervalli tra le parole, il senso abita la catena verbale. Il suo significato è nel linguaggio. La parola non è mai altro che una “piega del grande tessuto del parlare”. Esiste pertanto, una “opacità” del linguaggio che non lascia mai il suo posto al senso puro ma è limitato da un altro linguaggio cosicchè il suo senso è inserito, com- preso nelle parole.
Il linguaggio non manifesta un senso, ma è il senso che riempie il linguaggio. E’ come un “grande tessuto nelle cui pieghe si evidenzia la varietà dei discorsi”. Creare l’intero planisfero comunicativo significa creare varie linee tensive che plasmano la lingua dal suo interno, coartano i limiti del linguaggio senza tuttavia, eliminarne i vincoli strutturali, creare una lingua straniera dentro la propria lingua.
Esso non essendo immobile è animato da forze interne. All’interno del significato concettuale delle parole esiste un significato esistenziale. Esso si trasforma in rapporto ai mutamenti del contesto sociale e naturale in cui viviamo. Ed è proprio da queste manifestazioni che si determinano espressioni nel linguaggio. Intimamente, legate al contesto da cui sono connesse che tramite elaborazione simbolica contribuiscono a creare.
La riflessione filosofica contemporanea sul linguaggio evidenzia che “il linguaggio è un insieme di scarti tra segni e significazioni in un processo di svelamento continuo, in una trasformazione di contenuti che generano altri contenuti” (D. De Leo, A. Giani pp.37).
L’affermazione portata avanti è che nel linguaggio esiste qualcosa di problematico ed è l’insieme del livello logico con quello pragmatico in continua evoluzione da cui traspare l’indicibile, inafferrabile che non può essere strutturato nei segni.
Il linguaggio vive così, nell’incessante tentativo di voler esprimere quell’indicibile e quell’inafferrabile presente negli enunciati.
Esso va analizzato nella sua forma logica e nella costruzione di un insieme di relazioni esistenti tra le espressioni linguistiche e le entità che contribuiscono a creare i contenuti semantici. Va inoltre, sottolineato che è la semantica che prende l’ontologia.
L’aspetto semantico mette in luce la riflessione ove l’individuo elaborando i vari simboli che incontra lungo il cammino della sua vita non rifletterà sul Cogito cartesiano e husserliano ma si avvarrà, secondo quanto affermato da Ricoeur di “un esistente che scopre” (Ricoeur, 1969, trad. it. 1977, pp.14-6) qui si colloca la dimensione fenomenologica del linguaggio.
Viene a confermarsi così’, l’idea che ogni uomo è inserito nel mondo insieme ad altri e tende a creare relazione, vista come pluralità fatta di condivisioni. Comunicare significa essere con.. Il mondo è infatti, organizzato in un sistema di cocoordinazione cioè una rete di interscambi relazionali.
BIBLIOGRAFIA
Austin, J.,How do Do Things with Words. Oxford University Press, Oxford – New York 1962, 1975 Trad. di Carla Villata. Ed. Marietti S.p.a Genova.
Brunner, J., 1990 Act of Meaning, Harvard University Press, Cambrige, Ma (trad. it. La riderca del significato. Per una psicologia culturale, Bollati Boringhieri, Torino 1992.)
Giani, A., De Leo, D., Interazione e cultura a scuola sulle ricerche e sul contesto classe. Carrocci 2012.
Goffman, E., La vita quotidiana come rappresentazione, collana < Biblioteca> trad. di Margherita Ciacci, Il Mulino 1968.
Frege, G., leggi fondamentali dell’aritmetica, Ed. Teknos, Roma 1995.
Nota