Dossiê: Formas de religiosidade na Itália (séculos XIII ao XV)
«Ego gaudeo, quod sint duo pape». L’adesione del clero regolare all’antipapa Niccolò V in Italia centrosettentrionale (1328-1330)
«Ego gaudeo, quod sint duo pape». The adherence of the regular clergy to the antipope Nicholas V in central-northern Italy (1328-1330)
«Ego gaudeo, quod sint duo pape». L’adesione del clero regolare all’antipapa Niccolò V in Italia centrosettentrionale (1328-1330)
Anos 90, vol. 30, e2023102, 2023
Universidade Federal do Rio Grande do Sul, Programa de Pós-Graduação em
Received: 04 December 2021
Accepted: 10 February 2023
RIASSUNTO: Il 12 maggio 1328 il frate Minore Pietro da Corvaro venne eletto antipapa per volontà dell’imperatore Ludovico IV detto il Bavaro. È possibile ricostruire l’adesione allo scisma da parte dei membri di vari ordini religiosi attraverso la lettura delle lettere del papa avignonese Giovanni XXII, degli atti di processi inquisitoriali di Bologna e Todi e delle licterae gratiae dello stesso antipapa Niccolò V. Il sostegno offerto a Niccolò V da un’ampia frangia dei frati Minori dell’Italia centro-settentrionale non è riscontrabile tra i frati Predicatori. Se è noto che i vertici dei frati eremitani furono sempre apertamente schierati in favore del pontefice avignonese, è altrettanto vero che vi furono casi di singoli frati “ribelli” per convenienza personale, in particolar modo in quelle città dove il partito imperiale era riuscito a imporsi. Anche tra i monaci benedettini, camaldolesi, vallombrosani e cistercensi non sono mancate adesioni all’antipapa.
Parole chiave: Antipapa Niccolò V, Ordini Mendicanti, Monachesimo, Giovanni XXII, Ludovico IV il Bavaro, registri vaticani.
ABSTRACT: On the 12th of May 1328, Friar Minor Pietro da Corvaro was elected antipope by the will of Emperor Louis IV the Bavarian. Through the letters of the Avignon pope John XXII, the acts of the inquisitorial trials of Bologna and Todi and the licterae gratiae of the antipope Nicholas V, it is possible to reconstruct the participation of members of the various religious orders in the schism. The support offered to Nicholas V by a large fringe of Friars Minor in central-northern Italy is not found among the Preachers. If the position of the leaders of the Eremitani friars was always openly sided in favor of the Avignonese pontiff, it is nevertheless possible to find cases of individual “rebel” friars for convenience, particularly in the cities where the imperial party had managed to impose itself. There was no lack of adhesion to the antipope even among Benedictine, Camaldolese, Vallombrosan and Cistercian monks.
Keywords: Antipope Nicholas V, Mendicant Orders, Monasticism, John XXII, Louis IV the Bavarian, Vatican registers.
La parabola antipapale di Niccolò V, cominciata con l’elezione del 12 maggio 1328 a Roma e terminata con l’abiura del 25 agosto 1330 ad Avignone, è strettamente legata allo scontro tra l’imperatore Ludovico il Bavaro e il pontefice Giovanni XXII. Il mancato riconoscimento papale dell’elezione imperiale di Ludovico di Wittelsbach sfociò in una lotta tra due antiche e inconciliabili visioni del mondo: quella ierocratica di Giovanni XXII e quella universalistica del Bavaro. Fu proprio al culmine di questa battaglia che entrò in scena uno sconosciuto frate Minore, Pietro da Corvaro o Corbara, innalzato al soglio pontificio per volere dell’imperatore che si accingeva a dichiarare deposto il papa avignonese (THOMAS, 1993, pp. 201-218; MIETHKE, 2002, pp. 42-46; DE VINCENTIIS, 2013). Di questo effimero antipapa, poco considerato sia dai contemporanei sia dalla storiografia, resta un lascito documentario ancora da indagare. Si tratta di 718 lettere, quasi tutte grazie ed executoriae, redatte tra il 18 maggio 1328 e il 22 marzo 1329. Questo corpus documentario è quanto rimane della produzione di cancelleria di Niccolò V ed è conservato in diversi fondi dell’Archivio Apostolico Vaticano1. La lettura di questo materiale offre la possibilità di ricostruire la rete di relazioni intessute dall’antipapa, soprattutto - vista la natura beneficiale delle lettere - il suo rapporto con il clero secolare e regolare.
In ragione dell’appartenenza di Niccolò V all’Ordine dei frati Minori e della sua subalternità a Ludovico il Bavaro, si è sempre data per scontata la vicinanza dell’antipapa ai confratelli che si opponevano alle ingerenze di Giovanni XXII in questioni interne all’Ordine dei frati Minori, nello specifico in materia di povertà. Il deposto ministro generale Michele da Cesena, il procuratore dell’Ordine Bonagrazia da Bergamo e il teologo Guglielmo da Ockham sono i nomi dei più celebri tra questi frati (MIETHKE, 2012). È proprio Michele da Cesena che viene associato all' “eretico” Pietro da Corvaro in un catalogo quattrocentesco di eresie ed eretici che segue il manuale di Zanchino Ugolini Tractatus super materia hereticorum, entrambi rilegati in un manoscritto conservato alla Biblioteca Trivulziana di Milano2.
Accanto a questi due nomi, però, è indicato anche quello di un non meglio identificato Giovanni e, leggendo il testo, si può intuire che si faccia riferimento al chierico regolare e filosofo Giovanni di Jandun. Il compilatore di questo catalogo, nelle righe che seguono, non fa cenno alla contrapposizione tra i due schieramenti interni all’Ordine dei frati Minori - i cosiddetti conventuali e spirituali -, ma espone la teoria secondo la quale Cristo non avrebbe lasciato Pietro né altri a capo della Chiesa, il pontefice non avrebbe facoltà di correggere, punire, legittimare o destituire l’imperatore, mentre solo quest’ultimo potrebbe conferire o togliere autorità, potestà, giurisdizione e la facoltà di punire, tutti poteri negati al papa3.
È evidente che in questo passo, più che al Manifesto francescano di Perugia (BARTOLI LANGELI, 1974), si fa riferimento al Defensor pacis di Marsilio da Padova a cui avrebbe collaborato anche Giovanni di Jandun (PINCIN, 1967; DOLCINI, 1995; GODTHARDT, 2009; PIAIA, 2019). L’interesse del compilatore del catalogo di eresie non era rivolto a indagare la posizione dei frati rispetto alla questione della povertà francescana, ma ad accertarne l’obbedienza a Giovanni XXII come unica autorità legittima e alle sue decretali4. Attraverso una distorsione del passato, nel Quattrocento Pietro da Corvaro figura tra i teorici di una nuova visione ecclesiologico-politica insieme a Giovanni di Jandun (e, in subordine, a Michele da Cesena, dimenticando Marsilio da Padova). Le parole-richiamo «Petri de Corbaria et sequentium» nel margine esterno del catalogo indicano come nella mente del compilatore il punto di riferimento per spiegare la drammatica crisi che coinvolse papato, Impero e Ordine dei Frati Minori fosse Niccolò V5.
In realtà, un apporto teorico di Pietro da Corvaro alla lotta tra le due autorità universali è da escludere, ma resta da approfondire l’influenza che egli, in veste di pontefice antagonista, può aver esercitato sul mondo laico ed ecclesiastico che, per diversi motivi, non voleva più riconoscere a Giovanni XXII la guida della cristianità. Il frate Minore divenuto antipapa ha potuto giovarsi dell’adesione di quella parte di confratelli che combatteva le posizioni rigoriste di Giovanni XXII, ma è sempre stato così? Tra gli altri ordini religiosi, quali e quanti frati e monaci hanno sostenuto il partito antipapale? Sono domande alle quali è difficile dare risposte definitive, ma è possibile formulare ipotesi attraverso una nuova lettura della documentazione superstite di Niccolò V.
I frati Minori
Il Reg. Vat. 118 contiene 700 lettere relative a grazie di varia natura, tra queste compaiono solo cinque nomine di presuli antipapali, tutti appartenenti all’Ordine dei frati Minori: Dondino a Cremona6, Teoderico di Burgheim a Vercelli7, Niccolò/Nicolasio Ricius a Savona8, Andalo Doria a Noli9 e Vitale di Urbino a Fermo10. A costoro si devono aggiungere Giacomo da Spanheim destinato alla sede di Novara (CADILI, 2004, p. 102), Berengario de Mari arcivescovo di Genova e legato per la Liguria11, Giovanni Lanfranchi arcivescovo di Pisa (EUBEL, 1893, p. 126), Mansueto vescovo di Arezzo (PASQUI, 1891; EUBEL, 1893, p. 126),12 Nicola di Francesco di Alviano vescovo di Amelia (DANELLI, 2015, p. 123), Percevallo presule della diocesi di Nebbio13, Lorenzo vescovo di Ariano e Vincenzo di Sagona (EUBEL, 1898, p. 353, nota 3). Tra i prelati scelti per comporre il concistoro di Niccolò V compare un solo confratello, Paolo da Viterbo cardinale vescovo di Tuscolo a partire dal mese di settembre del 1328 (BALUZE, 1927, pp. 206-207), mentre tra le cariche di curia quella di penitenziere fu conferita al frate Minore Guglielmo da Pisa14. Se, da un lato, pare naturale che frate Pietro da Corvaro scegliesse alcuni suoi compagni per costituire una fidata cerchia di collaboratori, dall’altro, il numero di quindici confratelli fra le decine di persone beneficiate di cariche, onori e prebende sembra piuttosto esiguo. Un impiego non massiccio di frati Minori in posizioni di rilievo non era certamente dovuto alla mancanza di personalità di prestigio e competenti all’interno dell’ordine.
La necessità di compiacere e attrarre figure autorevoli appartenenti a famiglie influenti, a prescindere dall’ordine di appartenenza, potrebbe esser stata la ragione alla base della scelta di cardinali come Bonifacio di Donoratico, Giovanni Arlotti, Giacomo Albertini, Giovanni Visconti e Pandolfo Capocci15. Non è da escludere anche una certa difficoltà di Niccolò V a far convergere su di sé le speranze di quanti fossero delusi da Giovanni XXII: rifiutare le sue intromissioni in materia di povertà francescana non significava necessariamente accettare la deposizione di un pontefice legittimamente eletto e la designazione di un nuovo papa per volere del potere secolare, come dimostra il caso del frate Minore Alvaro Pelagio, dapprima schierato contro Giovanni XXII e in favore dell’ala spirituale del suo ordine e, in un secondo tempo, al fianco del pontefice contro l’imperatore (MIETHKE, 1989, p. 282; DANELLI, 2015, pp. 141-144).
Se attraverso la documentazione superstite non si rinviene un cospicuo numero di frati Minori ai vertici della gerarchia antipapale, è pur vero che vi sono molteplici attestazioni di frati o di intere comunità francescane ribelli a Giovanni XXII. Per l’Italia settentrionale è stata già svolta una prima indagine da parte di Alberto Cadili prendendo in esame le fonti locali, in particolare la cronachistica, unite ai regesti del Reg. Vat. 118 compilati da Konrad Eubel e al Bullarium franciscanum; la panoramica che ne è risultata evidenzia come l’adesione a Niccolò V da parte dei suoi confratelli sia stata più consistente proprio in quei centri in cui si sia verificata una saldatura tra opposizione religiosa e politica a Giovanni XXII, quindi nelle città di Milano, Como, Bergamo, Savona, Parma, Reggio e Modena, con testimonianze di singoli frati scismatici anche a Novara e Pavia (CADILI, 2004). L’assenza o la perdita di documentazione locale preclude le indagini su comunità conventuali di città notoriamente legate a Ludovico il Bavaro come Roma, Pisa e Lucca16.
Si è, invece, ben documentati circa un altro convento dell’Italia centrale, quello di San Fortunato di Todi i cui frati furono protagonisti di una scenografica processione che il 19 agosto 1328 dalle pendici del colle accolse e accompagnò l’imperatore e l’antipapa fin nel cuore della città, temporanea residenza della corte di Ludovico il Bavaro e della curia di Niccolò V. Le conseguenze dello schieramento del comune, di molti nobili e cittadini e dei frati Minori di Todi sono note: a distanza di un anno si aprirono due processi inquisitoriali, di cui quello a carico dei Todini e del comune si concluse, nel 1332, con la loro condanna in quanto riconosciuti «fautores, receptatores et defensores» di eretici, ossia dell’imperatore e dell’antipapa (DANELLI, 2018). Gli atti processuali - la documentazione è insolitamente copiosa e ben conservata - offrono la rara opportunità di ricostruire con precisione l’adesione degli imputati a Niccolò V, in special modo quella dei frati Minori di San Fortunato che si caratterizza per un consapevole, dichiarato e propagandato sostegno all’imperatore, all’antipapa e al deposto ministro generale Michele da Cesena, con tanto di prediche e invettive contro Giovanni XXII, nonché minacce e aggressioni contro i pochi frati titubanti o contrari alle nuove autorità17.
Questo è più o meno quanto potrebbe esser accaduto anche a Como, una realtà governata da una fazione schierata in favore dell’imperatore e dove sembrano aver soggiornato diversi frati Minori scismatici (tra cui il notissimo Ubertino da Casale) impegnati in prediche contro l’autorità pontificia, così come intesa da Giovanni XXII, e a sostegno della povertà apostolica (CADILI, 2004, pp. 115-118). Bersaglio dei sermoni comaschi potrebbero esser state le decretali pontificie Ad conditorem, Cum inter nonnullos e Quia quorundam mentes che furono al centro delle prediche di una decina di frati a Todi, Montone e Sansepolcro (DANELLI, 2018, pp. 61-62)18. Proprio quest’ultima era sede di un convento la cui comunità era scissa nell’obbedienza a Giovanni XXII e Niccolò V - come testimoniato dalle lettere di frate Francesco di Bartolo di Assisi (MERCATI, 1927) - e parrebbe che a Gubbio, Citerna e Città di Castello vi fossero situazioni analoghe (DANELLI, 2015, pp. 133-134). Più decisamente schierate con l’antipapa sembrano esser state le comunità della Verna, di Arezzo e di Cerbaiolo, un convento dove lo scontro tra i frati “ribelli” e quelli rimasti fedeli al pontefice avignonese avrebbe raggiunto livelli allarmanti (i primi avrebbero cacciato i secondi invocando addirittura il rogo per Giovanni XXII)19.
Non si conoscono dettagli relativi alle comunità francescane di Narni, Norcia, Terni e Amelia, se non che furono anch’esse oggetto delle indagini di frate Bartolino da Perugia quando, nel mese di agosto del 1329, fu deputato all’inquisizione della Provincia di san Francesco, circoscrizione il cui custode era stato oggetto di indagine20. Si era, invece, giunti fino al pronunciamento di una sentenza contro il convento di San Francesco di Ascoli Piceno, per il quale si trova negli anni '40 documentazione relativa al ritorno all’obbedienza della comunità francescana “ribelle”21. Un processo probabilmente avviato ai primi del 1329, quando Giovanni XXII commissionò le indagini sui religiosi di qualsiasi ordine che avessero parteggiato per il Bavaro, Niccolò V o Michele da Cesena nella Marca anconetana a Francesco Silvestri da Cingoli, vescovo di Firenze, amministratore della diocesi di Fermo e rettore della Marca (Bullarium franciscanum, n. 756.). Lo scisma delle comunità conventuali di Savona e Albenga si risolse molto più velocemente e, tra il 1329 e il 1332, arrivarono da Avignone le assoluzioni; per le scomuniche fulminate pochi anni prima (CADILI, 2004, pp. 120-122). La fluidità delle realtà conventuali è ben testimoniata anche dal progressivo ritorno all’obbedienza, nel mese di marzo del 1329, delle comunità francescane di Siena e Cortona, dove i frati scismatici erano stati cacciati dai confratelli fedeli a Giovanni XXII (MERCATI, 1927, pp. 288-289, 292; Bullarium franciscanum, nn. 780, 802).
I processi bolognesi contro i fautori e difensori di Ludovico il Bavaro, tenuti dal 3 dicembre 1329 al 4 giugno 1333, danno conto del coinvolgimento dei confratelli di Niccolò V nello scisma22. Nella deposizione del 13 marzo 1330 di fronte all’inquisitore frate Pace da Vedano (commissario del cardinale legato Bertrand du Pouget) Geminiano de Tregaso raccontò che il 1° gennaio passato diverse figure legate all’imperatore si trovavano ancora a Modena con il sostegno di molti cittadini e che nelle prediche del frate Minore Ubaldino de Foscariis/Foscardis fossero dichiarati eretici quanti avessero ritenuto Giovanni XXII legittimo pontefice, rifiutando di obbedire a Niccolò V. Pare che frate Ubaldino rappresentasse in città l’anima francescana della ribellione al papa avignonese, a giudicare dalle volte che il suo nome ricorre nelle deposizioni (BOCK, 1935-1936, p. 90). Di certo non era l’unico frate Minore a parteggiare per l’antipapa: dagli atti processuali si ricavano anche i nomi dei confratelli Enrico de Pinotiis/Pinetis e Michele Secafetius ed era noto che il convento dei frati Minori di Modena da tempo trasgredisse l’interdetto officiando le liturgie (BOCK, 1935-1936, pp. 83, 107). Una violazione, quest’ultima, accertata anche per le comunità francescane di Parma (negli atti si fanno i nomi dei frati Simone de Montesellis e Benno da Cesena)23, di Reggio Emilia, il cui convento di Santo Spirito era sottoposto alla guida del priore ribelle Alberto o Albertino (BOCK, 1935-1936, pp. 114-115, 118, 120, 121), e probabilmente di Forlì e Ravenna, i cui frati Minori furono indagati dal cardinale Bertrand du Pouget fin dall’autunno del 1328 (Bullarium franciscanum, n. 728).
Stando a questi dati, alcune domande sorgono spontanee. Fino a che punto ogni singolo confratello delle comunità conventuali descritte si era addentrato nelle complicate questioni circa la povertà di Cristo, degli apostoli e dei frati Minori? Quali nozioni avevano del potere conferito da Cristo a Pietro, da cui discenderebbe l’autorità pontificia, e delle norme che regolavano le elezioni imperiale e pontificia, quindi, quanto potevano comprendere dello scontro tra papa e imperatore? Non avranno avuto un grosso peso, piuttosto, questioni contingenti e relative alle realtà locali vissute dai frati, tra cui lotte politiche o familiari? È evidente che le comunità venivano trascinate da frati carismatici che, con la forza della parola e delle minacce, persuadevano i confratelli meno partecipi a schierarsi al loro fianco, lo si è visto a Cerbaiolo ma anche a Todi.24
La documentazione riporta informazioni frammentarie, rende conto di fatti circoscritti che non offrono la possibilità di illuminare i retroscena, tuttavia sembra di poter concludere che in Italia centro-settentrionale un consistente numero di frati Minori abbia aderito attivamente alla disobbedienza a Giovanni XXII. Risulta, però, difficile stabilire in quale misura questa ribellione abbia comportato il sostegno di singoli frati o di intere comunità a Niccolò V come nuovo pontefice o si sia semplicemente tradotta in un dissenso manifestato da quei frati che contestavano le ingerenze del papa avignonese all’interno del loro ordine, senza necessariamente ritenerlo un’autorità illegittima.
I confratelli di Niccolò V nominati nelle lettere di grazia e nelle rispettive executoriae sono pochi, nemmeno una dozzina a fronte delle decine di monaci25. Colpisce il fatto che per due di questi si tratti di passaggi dall’Ordine dei frati Minori all’Ordine di Benedetto da Norcia: frate Giacomo di Corrado da Gubbio passò alla più antica regola benedettina nel monastero aretino di Santa Trinità in Alpe «propter parcialitatem secularium, nefanda discrimina et fidelitatem quam ad Sacrum Romanum Imperium habeat» e il 31 maggio 1328 gli venne concesso di trasferirsi nel monastero di San Paolo fuori le mura26. Le discriminazioni patite dal frate non sono note, mentre si conosce il motivo che nell’estate dello stesso anno spinse l’inglese John Riseley a supplicare di abbandonare l’abito francescano per passare a quello benedettino: l’insostenibile asprezza della Regola27. Purtroppo, nella lettera non sono indicati maggiori dettagli e non si può sapere quali precetti della Regola francescana risultassero intollerabili per il frate.
I frati Predicatori
Non sono questi gli unici trasferimenti da un ordine all’altro testimoniati nel registro di Niccolò V, il 12 luglio del 1328 l’antipapa concesse una dispensa all’ex frate Predicatore Silvestro da Foligno, passato anch’egli all’Ordine di Benedetto, come ricompensa per la sua instancabile attività di abbreviatore nella cancelleria antipapale28. Si ha notizia di un altro frate Predicatore divenuto benedettino e designato vescovo di Città di Castello e poi trasferito a Volterra dall'antipapa29. Per il resto, i membri di questo Ordine sono evanescenti nelle lettere di Niccolò V, gli unici riferimenti diretti sono la nomina vescovile di frate Rocchigiano a Lucca, il 30 gennaio 132930, e il conferimento dell’amministrazione dell’ordine, il 18 maggio 1328, al neonominato cardinale Bonifacio di Donoratico31.
Questa lettera testimonia la precoce preoccupazione dell’antipapa circa la fedeltà prestata dai frati Predicatori a Giovanni XXII contro Ludovico il Bavaro e la sua persona32. Un sostegno espresso con forza dal maestro generale Barnaba Cagnoli, ex inquisitore che si era già confrontato in passato con altri avversari del pontefice avignonese: i Visconti (MORTIER, 1907, pp. 1-86; MORISI, 1973, pp. 327-329)33. Con la nomina di Bonifacio di Donoratico l’antipapa sperava di raccogliere adesioni al proprio partito e di potersi servire dei frati per incarichi speciali, come il mandato del 14 settembre 1328 a frate Emanuele Sementis di Albenga per indagare e processare i ribelli all’autorità antipapale, nonché assolvere quanti erano stati colpiti dalle condanne di Giovanni XXII.34
A frate Emanuele furono dati i poteri di un giudice (indagare, punire e assolvere), ma non fu un inquisitore deputato dalla Sede apostolica. Tuttavia, che l’inquisizione contro quanti erano rimasti fedeli a Giovanni XXII potesse essere una delle armi in suo favore era chiaro a Niccolò V fin dal 27 maggio 1328, quando in una lettera rivolta alla cristianità intera minacciò l’invio di inquisitori per individuare i ribelli alla sua autorità.35 Se e come questa offensiva sia stata portata avanti, non è dato sapere, ad oggi resta un solo scarno riferimento ad un inquisitore nominato dall’antipapa, il frate Minore Giovanni, lettore nel convento di Viterbo (DAVIDSOHN, 1960, p. 1178; Vatikanische Akten, n. 1621). La strategia di Niccolò V non portò i frutti sperati perché, se è vero che nel registro di cancelleria compaiono i priori dei conventi domenicani di Pisa e Savona tra gli esecutori di grazie36, è altrettanto vero che Arnoldo di Eliz, vescovo di Cammin, e Todeschino Spinola, vescovo di Noli, non aderirono al partito antipapale ed è per questo che Niccolò V oppose loro degli antivescovi37.
Il bullarium dei frati Predicatori riporta, inoltre, la significativa testimonianza della fedeltà delle comunità domenicane a Giovanni XXII in Italia centrale: il 22 febbraio 1329 il pontefice scrisse al maestro generale Barnaba Cagnoli per disporre affinché i frati in fuga dai conventi di Pisa, Lucca, Arezzo, Città di Castello, Viterbo, Todi, Tivoli e Sarzana - città che avevano aderito all’imperatore, non a Niccolò V cui nel documento non viene fatto alcun accenno - trovassero rifugio in sistemazioni improvvisate a San Gimignano, San Miniato e Montepulciano, autorizzando la costruzione di «oratoria, domus et necessaria officina», laddove queste fossero mancate (Bullarium Ordinis fratrum, n. 65).
I frati Eremiti di Sant’Agostino
Anche i frati di un altro ordine mendicante, quello degli Eremiti di sant’Agostino, avrebbero patito persecuzioni a causa del fermo sostegno a Giovanni XXII richiesto dal generale fin dal capitolo del 1326 (PELLEGRINI, 2016, p. 59). I fatti sono noti: alcuni frati del convento romano di San Trifone si sarebbero rifiutati di aderire al partito imperiale e, pertanto, sarebbero stati condotti fino alle gabbia dei leoni come monito per loro e per il resto della popolazione38. Nella documentazione antipapale si trovano effettivamente pochi riferimenti all’Ordine degli Eremiti di sant’Agostino, tra cui il principale è certamente a frate Niccolò da Fabriano, nominato il 15 maggio 1328 cardinale di Sant’Eusebio (e successivamente cardinale vescovo di Albano dopo la morte del titolare, Francesco), destinatario di una commenda nella diocesi di Camerino e di un priorato in quella di Nocera Umbra39. Nel Reg. Vat. 118 vi sono anche una dispensa in favore di Orlando Albyni o Albizini di Città di Castello, un ex frate eremitano già passato all’Ordine di san Benedetto nel monastero aretino di Santa Flora40, e il riferimento al priore del convento di Arezzo tra gli executores della grazia expectatoria concessa nella diocesi a Giovanni di Tebaldo Girardeschi41. Ancora in Italia centrale vi è la conferma dell’indulgenza al convento della Santa Trinità di Viterbo il 10 agosto 132842.
L’ordine nel suo insieme si è mostrato fedele al papa avignonese, ma è altresì innegabile che alcuni frati avessero goduto di concessioni antipapali a Lucca e della rettoria di un hospitale, con tutti i benefici economici da esso derivanti al convento di San Michele in Foro a Lucca, provato dalle imposizioni del «quondam dux Lucanus» Castruccio Castracani degli Antelminelli e dalle conseguenze delle guerre43. Una certa vicinanza al comune e ai cittadini “ribelli” di Todi trovò espressione nell’intercessione da parte dei frati Giacomo e Paolo, priori dei locali conventi di Sant’Agostino e di Santa Prassede, in favore dei Todini inquisiti in qualità di fautori di Ludovico il Bavaro e di Niccolò V (DANELLI, 2018, pp. 44, 86). Quanto ciò fosse imputabile a spirito di appartenenza alla realtà urbana e quanto, invece, i frati Eremitani di Todi condividessero posizioni filoimperiali e antipapali non è possibile accertare.
Quel che è sicuro, è che la dirigenza dell’ordine, in particolare i priori Alessandro di Sant’Elpidio e Guglielmo da Cremona (autore del trattato De reprobatione errorum, a confutazione del Defensor pacis di Marsilio da Padova [MARIANI, 1957, pp. 203-214; SCHOLZ, 1914, pp. 16-28]), fu sempre al fianco di Giovanni XXII nella lotta contro gli estremismi dei cosiddetti fraticelli. Fu proprio a un frate Eremitano nonché penitenziere, Ulrico de Lentzburg o Scultetum, che il pontefice affidò il 21 gennaio 1330 l’indagine sui crimini commessi dai cittadini di Magonza e Strasburgo44 che avevano aderito al Bavaro (Bullarium Ordinis Sancti, n. 440), così come un paio di mesi prima, l’8 novembre 1329, il confratello Andrea da Piacenza aveva fatto da intermediario tra Giovanni XXII e Azzone Visconti e i suoi figli (Bullarium Ordinis Sancti, nn. 437, 438). L’appoggio offerto da singoli frati Eremitani all’imperatore sarebbe riconducibile a quelle aree dell’Italia centro-settentrionale che furono attraversate dalla corte e dall’esercito imperiale o che si legarono a Ludovico il Bavaro nella speranza di conquistare spazi di autonomia dal giogo pontificio (GUTIERREZ, 1984, pp. 16, 99). Tra queste vi fu Pistoia, sulla cui cattedra si era insediato frate Giovanni de Sodagis, referente locale per le grazie concesse da Niccolò V nei primi mesi del 132945.
Le diocesi di Città di Castello, Volterra e Modena furono tutte rette da Orlando Albizini46. Nell’ultima sede emiliana il vescovo fu tra i mandanti di violenze e carcerazioni di quanti si rifiutavano di celebrare durante l’interdetto, stando alle deposizioni rilasciate tra il 3 e il 21 giugno 1331 a Bologna dai preti Guido de Castro Veteri, Ugolino di S. Maria de Asseribus, Bono de Ramo e dai monaci Michele di Nonantola, Giacomo de Fregnano e Antonio de Auriga del monastero benedettino di San Pietro (BOCK, 1935-1936, pp. 69, 123-125)47.
Un caso di particolare interesse per l’intreccio tra politica e religione fu costituito da Gherardo Orlandi, vescovo di Aleria dal 1322, diocesi suffraganea della sua città natale, Pisa, dove la famiglia Orlandi, di antica fede ghibellina, sosteneva l’imperatore. Destituito da Giovanni XXII, il frate Agostiniano continuò a ricoprire tale carica all’interno della gerarchia antipapale, ricevendo da Ludovico il Bavaro e Niccolò V l’amministrazione pro tempore dell’arcidiocesi pisana in seguito alla rimozione dell’arcivescovo Simone Saltarelli, rimasto fedele a Giovanni XXII48. Le mire di Gherardo Orlandi divennero ancor più manifeste dopo il conferimento antipapale dell’arcidiocesi a Giovanni Lanfranchi, nomina che l’Orlandi avrebbe rifiutato di riconoscere, perseverando con le ingerenze nell’amministrazione pisana. Un altro suo confratello, frate Silvestro da Pisa, si schierò dalla parte di Niccolò V contro il presule legittimo, per tale ragione e per non meglio precisati damna che questo frate Eremitano avrebbe commesso in Corsica, nel 1332 Giovanni XXII ne ordinò la cattura al vescovo di Mariana, il frate Minore Vincenzo (Bullarium Ordinis Sancti, n. 488).
Altre tre diocesi furono occupate da frati Eremitani fedeli a Niccolò V: Senigallia, Osimo e Recanati. Alla prima fu destinato frate Tommaso de Rocca di Matelica, sottoposto a indagine il 15 gennaio 1329 (Bullarium franciscanum, n. 755). Le altre due sedi non erano nuove alla disobbedienza verso Giovanni XXII (IOCCO, 2003-2004; CONETTI, 2003-2004; PIRANI, 2009, pp. 183-209). A Osimo si insediò come ordinario diocesano frate Corrado, annoverato tra gli executores di un beneficio concesso al vescovo di Recanati, Andrea49. Costui sarebbe identificabile con l’anonimo frate da tempo noto ai vertici dell’ordine e macchiatosi di gravi colpe che l’avrebbero portato a esser incarcerato nel convento di Todi; una volta espiato il suo peccato e reintegrato nell’ordine, tradì i propri confratelli aderendo al partito imperiale e consegnando al cardinale scismatico Niccolò di Sant’Eusebio i beni di valore del convento romano di San Trifone che gli erano stati affidati (PELLEGRINI, 2016, pp. 58-59). In cambio di ciò, frate Andrea avrebbe ricevuto il vescovato di Recanati e sarebbe a lui (e al vescovo di Brescia, che certamente non era il legittimo titolare Giacomo degli Atti [DANELLI, 2018, pp. 170-171], ma una persona nominata dall’antipapa) che Niccolò V si rivolse il 10 gennaio 1329 per rendere operativa l’immissione in possesso dei monasteri benedettini di San Lorenzo e San Tommaso della città di Cremona da parte del vescovo scismatico Dondino50.
Tra l’esiguo numero di lettere nel registro di Niccolò V rivolte al mondo tedesco - appena 42 su 718 - spiccano due grazie concesse a Strasburgo e relative alla monacazione della «puella litterata» Agnese di Nicola detto Stanga nel convento eremitano di San Giovanni e al conferimento di un canonicato al frate Guglielmo di Bluemeler nella chiesa di Sant’Arbogasto51. Tuttavia, questi due soli documenti non offrono alcuna informazione circa l’eventuale consenso degli Agostiniani di Strasburgo all’antipapa.
Stando a quanto acquisito fino ad ora, si può desumere che tra gli Ordini Mendicanti vi sia stata una differente adesione allo scisma di Niccolò V a seconda dell’ordine, del luogo e dei legami intessuti tra singoli religiosi ed esponenti politici locali. La “guelfa” Orvieto, ad esempio, sembra essere stata un porto sicuro per i frati in fuga di fronte all’avanzata dell’imperatore, i quali - congiuntamente ai membri di altri ordini Mendicanti - rivolsero una petizione al comune, affinché si facesse carico del loro mantenimento (MARCELLI, 2017, p. 256). Parimenti, i non pochi frati Minori - addirittura intere comunità conventuali - che scelsero di seguire l’antipapa lo fecero in accordo con i vertici della politica cittadina, invocando l’obbedienza al deposto ministro generale Michele da Cesena e riproponendo a livello locale la spaccatura interna all’ordine acuitasi a partire dal 1322. Diverso parrebbe il discorso relativo ai frati Predicatori e ai frati Eremiti di Sant’Agostino, i cui vertici furono sempre dichiaratamente fedeli a Giovanni XXII e le cui defezioni sono in parte riconducibili a convenienze personali, più che a prese di posizione ideologiche a favore o contro il pontefice avignonese e l’antipapa.52
Il monachesimo tradizionale
Nelle lettere di Niccolò V restano rari cenni a enti e religiosi appartenenti ad altri ordini: all’abazia basiliana di Grottaferrata e al suo abate Nilo53, agli Ospitalieri di Dorlisheim, Todi e Pescia54, ai cavalieri del Santo Sepolcro di Piazza Armerina quali esecutori di una rettoria55 e a quelli di San Giacomo di Altopascio proprietari di alcuni beni sardi concessi in feudo a Ranieri Gualandi di Pisa56, agli Eremiti di San Guglielmo a Tarquinia57 e all’ordine degli Umiliati58. Queste sporadiche testimonianze non consentono di proporre alcuna riflessione sul coinvolgimento degli ordini in questione o di loro singoli membri nella parabola antipapale, possono solo suggerire nuove direzioni per ulteriori ricerche. Al contrario, sorprende l’alto numero di grazie elargite nell’ambito del monachesimo tradizionale, ossia degli ordini camaldolese, vallombrosano, cistercense e benedettino.
I benefici concessi ai primi due ordini sono tutti riferibili all’area toscana (Pisa, Capannori, Altopascio)59, ad esempio la commenda a Giovanni Arlotti cardinale di San Nicola in Carcere della badia camaldolese di San Savino, un monastero fortificato di particolare importanza nel sistema difensivo di Pisa (CASTIGLIA, 2002, pp. 420-426)60, così come l’abbaziato vallombrosano di San Michele a Forcoli presso Pistoia, concesso il 9 gennaio 1331 a un certo Gioacchino per privazione del legittimo abate Miniato da Barberino che non aveva voluto riconoscere l’autorità di Niccolò V61. Di particolare interesse è la commenda del monastero vallombrosano di San Paolo a ripa d’Arno di Pisa concessa a Giovanni di Sciarra Colonna, vicecancelliere dell’antipapa e figura di spicco nella cerchia italiana dell’imperatore. Il 28 maggio 1328 Niccolò V assegnò al nobile romano il governo del monastero pisano, sottraendolo alla giurisdizione dell’ordine a cui apparteneva, ciò in seguito alla deposizione dell’abate legittimo Bartolomeo Sambaco, pronunciata da Ludovico il Bavaro e in ragione delle accuse mosse dai suoi stessi monaci - stando alla lettera antipapale - di aver infranto la regola monastica conducendo una vita dissoluta, sperperando i beni del monastero insieme ai suoi parenti, sostenendo Giovanni XXII e sobillando il popolo contro l’imperatore62.
Analizzando la geografia delle grazie concesse ai cistercensi, si nota una certa prevalenza della diocesi di Viterbo e Tuscania, seguita da aree limitrofe come Todi e Grosseto, che si incrocia con una delle principali preoccupazioni di Niccolò V nei giorni immediatamente successivi alla sua elezione, ossia assicurare ai neonominati cardinali entrate adeguate. Fu così che il 28 maggio 1328 l’antipapa diede in commenda a Pietro Henrici, cardinale di San Pietro in Vincoli, l’abbazia viterbese di San Martino al Cimino e al cardinale Giovanni Arlotti la chiesa di San Gregorio de Podio di Sangemini, soggetta al monastero reatino di San Pastore63. Dopo qualche mese Niccolò V estese ulteriormente le entrate del cardinale Arlotti, conferendogli l’abbazia di San Nicola di Tarquinia e di Sant’Agostino di Montalto di Castro, entrambe figlie della badia di Sant’Anastasio di Vibio, nonché le grange e i beni nel Grossetano e nel Massetano di pertinenza dell’abbazia senese di San Galgano64. Il 5 gennaio 1329 quest’ultima veniva privata anche della dipendenza delle badie di San Michele alla Verruca e di Sant’Ermete d’Orticaia, rese immediate subiectae all’antipapa dietro la supplica dell’abate cistercense Andrea di Tedicio da Calci65.
Degna di nota è l’annessione della cappella di San Leonardo di Inchenhofen all’abbazia cistercense di Fürstenfeld - fondata da Ludovico II di Wittelsbach duca di Baviera in segno di espiazione per aver giustiziato ingiustamente la prima moglie - e la sua esenzione dalla giurisdizione vescovile66. Questa grazia rispondeva alla volontà dell’imperatore Ludovico il Bavaro di accrescere le entrate e il prestigio dell’importante badia voluta dal padre, facendola diventare un’abbazia imperiale; proprio a tal fine Niccolò V concesse all’abate e ai suoi successori il titolo di principe del Sacro Romano Impero67.
Da questi dati si deduce che Niccolò V approfittò di beni e diritti afferenti all’ordine cistercense per concederli ai propri sostenitori. I riferimenti a monaci riconducibili al partito antipapale sono scarsi, tra questi vi sarebbe Pietro da Cornetum a cui era stata data la prepositura e la custodia specialis di San Fortunato di Tarquinia68. Lo stesso giorno l’antipapa beneficiò un altro monaco, Ludovico di magister Borro di Matelica, del priorato di Santa Croce di Jesi69. Anche Lando Gatti era un monaco cistercense che si rivolse a Niccolò V ma, nel suo caso, per chiedere la dispensa dai voti monastici, potersi sposare e aver discendenza, essendo egli l’unico figlio maschio rimasto in vita del signore di Viterbo, Silvestro Gatti70. Nel registro vaticano compaiono ancora tre abati cistercensi, ma solo in qualità di esecutori delle grazie: l’abate di Santo Spirito a Palermo e quelli milanesi di Morimondo e Chiaravalle71. Gli ultimi due, Beltramo da Vedano ed Egidio Biffi, erano figure già note ad Avignone per la loro vicinanza al partito visconteo che comportò la scomunica pronunciata a loro carico dagli inquisitori Barnaba da Vercelli e Onesto da Pavia, il 23 settembre 1323, nel più ampio contesto dei processi contro i Visconti, e la condanna in contumacia, il 10 novembre seguente (PARENT, 2019, pp. 646-648, 675-679).
Per quanto riguarda l’Ordine di san Benedetto, Niccolò V conferì ai propri sostenitori cinque abbaziati distribuiti tra Lombardia, Marche, Toscana e Sicilia, dopo averne dichiarati decaduti i legittimi detentori della carica in quanto fedeli a Giovanni XXII. Si tratta della nomina del giurisperito milanese Pietro di Monte abate dell’antica abbazia benedettina di Pomposa il 1° giugno 132872, di quella di Niccolò di Michele Rosselli abate di Santa Maria Maddalena in Valle di Giosafat a Messina il 9 gennaio 132973 e di un certo Filippo abate di San Baronto di Lamporecchio il giorno seguente74, di Pagano Stocia di Palermo abate di Santa Maria di Maniace il 17 gennaio 132975 e di Benedetta di Ruggero Troii badessa di Santa Maria di Aurona il 23 dello stesso mese76. Sempre a gennaio del 1329 l’antipapa rimosse gli abati di San Lorenzo e San Tommaso di Cremona77, San Vittore di Marsiglia78 e assegnò al neonominato vescovo di Sagona, Vincenzo di Francesco, l’amministrazione dei monasteri della Gorgona e di San Vito di Pisa, cercando di sottrarli al controllo di Giovanni XXII79. Come s’è già visto nei casi del monastero vallombrosano di San Paolo a ripa d’Arno di Pisa e di diverse abbazie cistercensi, la strategia di Niccolò V per spezzare la fedeltà dei monaci al pontefice avignonese era quella di privare gli enti delle dipendenze per conferirle ai propri sodali. L’antipapa procedette nella medesima direzione il 13 gennaio 1329 quando conferì a Francesco di Lello d’Arezzo il monastero benedettino di Santa Maria di Vingone soggetto all’abbazia di Farneta, i cui abati rifiutavano di riconoscergli autorità80.
In conclusione, sebbene diversi monaci benedettini figurino tra gli esecutori delle grazie di Niccolò V, sembra potersi affermare che anche per quel che concerne l’Ordine di Benedetto da Norcia il sostegno offerto all’antipapa sia stato episodico e dettato da convenienze personali più che da fede religiosa o politica81. Le parole di Bernardo de Novis, abate di parte antipapale del monastero reggiano di Frassinorio, sono di una chiarezza disarmante: « ego gaudeo, quod sint duo pape, quia si unus mihi male fecerit, alius mihi bene faciet »82.
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