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				<journal-title>Historia y grafía</journal-title>
				<abbrev-journal-title abbrev-type="publisher">Hist. graf</abbrev-journal-title>
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			<issn pub-type="ppub">1405-0927</issn>
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				<publisher-name>Universidad Iberoamericana, Departamento de Historia</publisher-name>
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			<article-id pub-id-type="doi">10.48102/hyg.vi65.592</article-id>
			<article-id pub-id-type="publisher-id">00009</article-id>
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					<subject>Ensayos y debate</subject>
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				<article-title>“La storia non è mai sicura”: prospettive epistemiche e politiche de La possessione di Loudun”</article-title>
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					<trans-title>“History is never sure”: Epistemical and Political Perspectives of “Loudun’s Possession”</trans-title>
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					<trans-title>“L’histoire n’est jamais sûre”: perspectivas epistémicas y políticas de La possessione di Loudun”</trans-title>
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						<surname>Napoli</surname>
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					<institution content-type="original">Pontificia Università Antonianum. Italia. Correo: dianastoria@hotmail.com</institution>
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			<issue>65</issue>
			<fpage>251</fpage>
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				<title>Riassunto</title>
				<p>In quest’articolo si intende mostrare come ne <italic>La possessione di Loudun</italic> convergono i diversi interessi del percorso intellettuale di Certeau che si erano andati definendo a partire dalla fine degli anni Sessanta. In questo contributo si evidenzia come sia necessario mettere in relazione <italic>La possessione di Loudun</italic> con le analisi confluite nelle prime edizioni di <italic>La prise de la parole</italic> et <italic>La Culture au pluriel</italic>, al fine di una comprensione piena del significato, anche politico, del testo. </p>
			</abstract>
			<trans-abstract xml:lang="en">
					<title>Abstract</title>
					<p>This article aims to demonstrate how The Possession at Loudun brin gs together the diverse intellectual interests that shaped Certeau’s work starting in the late 1960s. This contribution highlights the necessity of connecting The Possession at Loudun with the analyses presented in the first editions of The Capture of Speech and Culture in the Plural to achieve a comprehensive understanding of the text’s significance, including its political dimensions </p>
			</trans-abstract>
				<trans-abstract xml:lang="es">	
					<title>Resumen</title>
				<p>Este artículo tiene como objetivo mostrar cómo en <italic>La posesión de Loudun</italic> confluyen los diversos intereses del recorrido intelectual de Michel de Certeau, los cuales se habían ido definiendo a partir de finales de los años sesenta. El presente trabajo destaca la necesidad de relacionar <italic>La posesión de Loudun</italic> con los análisis desarrollados en las primeras ediciones de <italic>La toma de la palabra</italic> y <italic>La cultura en plural</italic>, con el fin de alcanzar una comprensión plena del significado -también político- de la obra.</p>
			</trans-abstract>

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				<title><bold>
 <italic>Parole chiave:</italic>
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				<kwd>Certeau</kwd>
				<kwd>Loudun</kwd>
				<kwd>alterità</kwd>
				<kwd>democrazia</kwd>
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				<title><italic>Keywords:</italic></title>
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				<title><italic>Palabras clave:</italic></title>
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		<sec>
			<title>Un gesuita fuori dalla Compagnia</title>
			<p>Com’è noto, <italic>La possessione di Loudun</italic>, un testo costituito essenzialmente da una selezione di materiali d’archivio, venne pubblicato nel 1970 per l’editore Julliard.<xref ref-type="fn" rid="fn1"><sup>1</sup></xref> Uscì per la collana “Archives”, che Pierre Nora dirigeva dal 1964 con l’obiettivo di promuovere la divulgazione in ambito storiografico, tenendo fermo, però, il riferimento all’archivio, alla peculiarità del mestiere di storico, favorendo il confronto, da parte del lettore, con un dossier documentario. </p>
			<p>L’oggetto del libro è, anch’esso, piuttosto noto: si tratta di un caso di possessione verificatosi in un convento di suore orsoline negli anni Trenta del XVII secolo, a Loudun,<xref ref-type="fn" rid="fn2"><sup>2</sup></xref> una piccola cittadina francese, che era già stata teatro di significative tensioni religiose, essendo stata travagliata nei decenni precedenti dal conflitto tra cattolici e ugonotti. A differenza di altri casi di possessione più o meno diffusi all’epoca, a Loudun la vicenda si era presentata sin da subito di difficile risoluzione. Il demonio o meglio i demoni -perché ve ne erano diversi- ciascuno con le sue peculiarità, sembravano essersi irrimediabilmente impadroniti della vita del convento. Per estirparli, nella cittadina erano arrivati i teologi e gli esorcisti, che, tuttavia, malgrado le prove di maestria nel conversare con i diavoli, non erano riusciti a esorcizzare le povere possedute; avevano offerto il loro contributo, ugualmente invano, i medici e infine la situazione aveva trovato una svolta decisionale con l’autorità dei magistrati, rappresentanti del potere sovrano del re, i quali, per ripristinare l’ordine, avevano condannato a morte il curato Urbain Grandier, ritenuto responsabile degli avvenimenti per aver firmato un patto col diavolo (o con uno di quelli con cui era venuto a contatto). In verità, nonostante i numerosi interventi e qualche momentaneo successo, teologi, medici e magistrati, ciascuno con le proprie risorse e i propri limiti, non erano riusciti a porre definitivamente fine agli episodi di possessione, ma solo a chiudere il “teatro” della possessione. Infatti, a caratterizzare Loudun era stata la teatralizzazione del fenomeno: i protagonisti della scena si davano appuntamento nei luoghi pubblici, al cospetto degli abitanti, in orari prestabiliti per mettere in scena le proprie competenze, le proprie abilità: i demoni (si supponeva) per ingannare gli altri per diagnosticare e ripristinare l’ordine e l’autorità (ciascuno la propria). A seguito dell’intervento dei poteri sopra citati, tuttavia, il fenomeno, più che scomparire, aveva semplicemente preso un’altra forma, ritirandosi dalla scena pubblica per confinarsi in uno spazio di nessun interesse per il “potere” (religioso, scientifico o regio), lo spazio dell’interiorità. Inizia allora una storia diversa, articolata attorno al dialogo tra due attori principali, la superiora del convento, Jeanne des Anges, e il gesuita Jean-Joseph Surin, appositamente inviato dalla Compagnia per procedere all’opera di esorcizzazione. Certeau aveva però deciso di dedicare a quest’ultimo sviluppo pochissimo spazio, malgrado si trattasse di una storia che conosceva benissimo. Aveva infatti lavorato all’edizione della <italic>Corrispondenza</italic> di Surin, pubblicata nel 1966<xref ref-type="fn" rid="fn3"><sup>3</sup></xref> e aveva avuto modo, dunque, di consultare tutto il materiale archivistico che riguardava il gesuita. Del resto, come ci racconta François Dosse,<xref ref-type="fn" rid="fn4"><sup>4</sup></xref> Certeau aveva addirittura ipotizzato di pubblicare il dossier documentario relativo a Loudun come un lavoro autonomo, presso l’editore Julliard, proprio a ridosso dell’uscita della <italic>Corrispondenza</italic> di Surin, ma per ragioni legate anche alla programmazione editoriale la sua proposta non aveva trovato spazio nell’immediato. Fu lo storico Jacques Revel, che aveva collaborato con Certeau (e con Dominique Julia) alla redazione del saggio “La beauté du mort”<xref ref-type="fn" rid="fn5"><sup>5</sup></xref> (su cui ritorneremo) a rilanciare, nel 1970, la pubblicazione, in un momento, del resto, caratterizzato da un certo protagonismo intellettuale di Certeau. </p>
			<p>Per quest’ultimo, infatti, la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta (ben oltre, quindi, l’uscita de <italic>La Possessione de Loudun</italic>) avevano coinciso con un’uscita metaforica dalla Compagnia di Gesù. Nel 1970, Certeau non era più solo lo storico occupato, su suggerimento dei suoi superiori, nella cura e nell’edizione di testi di gesuiti del XVI e XVII secolo, essendosi trasformato in un intellettuale di cui si riconosceva la lucidità nell’analisi del presente e delle sue contraddizioni.</p>
			<p>Nel 1968 era stata pubblicata la prima edizione de <italic>La prise de parole</italic>,<xref ref-type="fn" rid="fn6"><sup>6</sup></xref> una raccolta di articoli scritti “a caldo” sugli avvenimenti relativi al maggio francese, a partire dal testo “Prendre la parole” uscito nello stesso anno sulla rivista Études dall<italic>’incipit</italic> destinato a diventare famoso: “Nel maggio scorso, la parola è stata presa come nel 1789 era stata presa la Bastiglia”. Le osservazioni di Certeau su quello che stava accadendo si tramutarono immediatamente in un “classico” e decretarono il suo ingresso, a pieno titolo, nell’intellettualità francese. Oltre agli impegni per gli incarichi di insegnamento a Paris VIII-Vincennes e poi a Paris VII-Jussieu, Certeau iniziò a collaborare con le istituzioni culturali, anche legate al Ministero della cultura, nel quadro di un rinnovamento nella riflessione sulle pratiche e le produzioni culturali negli anni immediatamente successivi al decennio gollista.<xref ref-type="fn" rid="fn7"><sup>7</sup></xref>
			</p>
			<p>Nel 1970 aveva pubblicato per la rivista <italic>Annales</italic> un testo su Freud e la storia, partendo dall’analisi freudiana di un caso clinico riguardante la nevrosi “demoniaca” di un pittore austriaco del XVIII secolo.<xref ref-type="fn" rid="fn8"><sup>8</sup></xref> Il lavoro, che confluirà nella quarta parte de <italic>La scrittura della storia</italic>, consente a Certeau di introdurre nel campo della storiografia la forza sovversiva del proprio “ritorno a Freud”, un ritorno che aveva perseguito partecipando alla fondazione della École freudienne de Paris, ma all’interno di una autonoma lettura e rielaborazione del testo freudiano. L’ingresso di Certeau nello specifico campo della riflessione storiografia non era certo passato sotto silenzio, se pochi anni dopo, nel 1974, lo troveremo a scrivere il primo capitolo di <italic>Faire de l’histoire</italic>, curato da Jacques Le Goff e Pierre Nora.<xref ref-type="fn" rid="fn9"><sup>9</sup></xref>
			</p>
			<p>Questi sommari riferimenti ci indicano, in ogni caso, il periodo a cavallo tra gli anni sessanta e settanta come un momento non solo di grande produttività intellettuale, ma anche di definizione dell’itinerario certiano, articolato tra differenti interessi e approcci (la storiografia, la psicoanalisi, l’analisi della società), ciascuno con un suo proprio percorso istituzionale ed editoriale e che tuttavia, vedremo, trovano ne <italic>La possessione di Loudun</italic> una prima e significativa occasione di convergenza.<xref ref-type="fn" rid="fn10"><sup>10</sup></xref>
			</p>
			<p>Per capire meglio di cosa stiamo parlando, dobbiamo fare un passo indietro e soffermarci su un episodio verificatosi nel 1969, ovvero la dura polemica che Certeau aveva animato nei confronti dello storico Robert Mandrou (il quale, come riporta Dosse, ricorderà con una certa amarezza le critiche, anche a distanza di anni),<xref ref-type="fn" rid="fn11"><sup>11</sup></xref> recensendo in maniera piuttosto critica nella <italic>Revue d’histoire de l’Eglise de France</italic><xref ref-type="fn" rid="fn12"><sup>12</sup></xref> il testo <italic>Magistrats et sorciers en France au XVII siècle.</italic><xref ref-type="fn" rid="fn13"><sup>13</sup></xref> Sin dalle prime righe della recensione, Certeau aveva evidenziato la questione centrale, il punto più critico del lavoro e cioè il fatto che, tentando di ricostruire, a partire da fonti specifiche, il ruolo di magistrati e stregoni nel XVII secolo, Mandrou si era deliberatamente posto dalla parte dei magistrati, attribuendo loro una visione “progressista”, già rischiarata dai Lumi della ragione che presto avrebbero irradiato della loro luce tutta la Francia. Nonostante il titolo, gli stregoni non avevano alcuna voce, non parlavano se non attraverso le parole dei giudici, rimanendo prigionieri dei verbali, degli atti dei processi proprio come nella realtà erano stati rinchiusi in qualche prigione. Di più, nell’analisi certiana, attribuire ai magistrati la voce della ragione, il guizzo dell’Illuminismo che stava per profilarsi all’orizzonte (e stava per profilarsi, per sovrammercato, per chi è profeta del passato, per usare un’espressione di Marc Bloch) e la conseguente volontà di combattere una manifestazione retrograda di cultura popolare, rappresentava di fatto un gesto di anacronismo. Il gesto, nella fattispecie, di chi non esitava a sentirsi parte della medesima e vittoriosa voce della ragione e che si limitava a scegliere nel passato il gruppo sociale che poteva rappresentare il veicolo del suo trionfante cammino.</p>
			<p>Anche per rispondere in modo più organico all’approccio di Mandrou, Certeau aveva lavorato, in collaborazione con Jacques Revel e Dominique Julia, alla redazione del già citato “La beauté du mort”, pubblicato, tra l’altro, su una rivista altamente politicizzata, radicale e di sinistra, <italic>Politique aujourd’hui</italic>, in cui si mostrava la violenza intrinseca alla nozione stessa di “cultura popolare”, agli usi e alle modalità con cui veniva declinata. La nozione, spesso e volentieri, finiva per circoscrivere una versione, in forma degradata, della cultura “colta”, confezionata e imposta dalle élite alle classi popolari, evidentemente giudicate incapaci di appropriarsi delle altezze e dei vertici della produzione culturale socialmente accettata. Oppure, più tradizionalmente, veniva osservata come un ambito da tenere sotto controllo, foriero di elaborazione di idee eventualmente sovversive. Al proposito, “La beauté du mort” faceva riferimento all’opera e all’azione di Charles Nisard, funzionario del Secondo Impero, autore di un’inchiesta sulla letteratura popolare, la cui prima edizione venne pubblicata nel 1854, all’interno di un’azione politica generalmente orientata al controllo e alla “moralizzazione”. L’interesse per tale letteratura era finalizzato ad individuare e quindi eliminare gli elementi giudicati pericolosi, costruendo al contempo un mito di genuinità attorno all’aggettivo “popolare”. In altri termini, la cultura popolare viene trasformata e utilizzata come uno strumento di supporto a un discorso politico conservatore e reazionario, come per esempio era accaduto durante il regime di Vichy.</p>
			<p>Il tenore di tali considerazioni era perfettamente in linea con le analisi formulate da Certeau in una serie di articoli e studi che tra il 1968 e il 1974 erano confluiti nelle prime edizioni de <italic>La prise de parole</italic> e de <italic>La culture au pluriel</italic> e che ruotavano, tra l’altro, attorno alla domanda su cosa si considera “cultura”, sul significato che attribuiamo alla politica culturale e sugli scopi che una società intende perseguire con tale politica. Sviscerando tali questioni, innanzitutto da osservatore del proprio tempo, Certeau aveva perfettamente tratteggiato i contorni di uno “schisme entre l’irréductibilité de la conscience et l’objectivité des institutions sociales”,<xref ref-type="fn" rid="fn14"><sup>14</sup></xref> il cortocircuito tra le istituzioni produttrici di senso, garantì del funzionamento simbolico della società e i modi in cui gli individui, interiorizzandolo, vi si rapportavano. Era il cortocircuito di una società che, in termini di politica, non smetteva di pensarsi con le categorie del moderno - <italic>in primis</italic> quella di individuo portatore di diritti - e che in realtà era sempre più articolata in una serie di minoranze (etniche, religiose, culturali) in un orizzonte in cui il concetto di “diritti” iniziava a declinarsi come richiesta di riconoscimento di istanze peculiari, particolari, identitarie. Si trattava, in sostanza, di una crisi delle istituzioni che aveva attraversato i partiti, le università, la Chiesa e i cui pericoli venivano, tuttavia, denunciati proprio da quelle élites che si erano sempre adoperate per replicare una sorta di verticalità sociale finalizzata a mettere da parte, eliminare, espellere tutto ciò che non era conforme e funzionale alla visione del mondo di una borghesia colta, erede di una logica “giacobina”,<xref ref-type="fn" rid="fn15"><sup>15</sup></xref> ostile e incapace di prendere le misure di una società che si stava riconfigurando in termini rizomatici:<xref ref-type="fn" rid="fn16"><sup>16</sup></xref> “Tout vient du centre. Tout part d’en haut”.<xref ref-type="fn" rid="fn17"><sup>17</sup></xref> E questo mentre la crisi si estendeva et “le sens paraît s’exiler des structures, où la quête d’identité conduit loin de la cité”,<xref ref-type="fn" rid="fn18"><sup>18</sup></xref> trasformando la cultura nella frontiera che separava i privilegiati dagli “altri”, da chi stava ai margini.<xref ref-type="fn" rid="fn19"><sup>19</sup></xref>
			</p>
			<p>In un tale contesto, era davvero possibile far parlare il marginale, prendere la parola al suo posto? Era possibile dire la distanza dalle istituzioni ormai in crisi delle nuove collettività e identità che si andavano formando, senza, di fatto, convertirle in collettività e identità quasi non “adulte”, “minori”? Il tentativo, osservava Certeau, era utopico in generale e a maggior ragione con riferimento al passato. Le voci dell’altro, dello sconfitto, come era il caso degli stregoni di Mandrou, ci giungono tradotte dal linguaggio dei giudici che avevano emesso le condanne, attraverso le carte e i documenti prodotti dai tribunali; erano voci trasposte in un sistema storiografico, che è un sistema di scrittura, provenienti da un mondo in cui, spesso, nessuno scriveva. Nel momento in cui ci arrivano, mediate e trasformate da tali passaggi, sono voci morte, in grado di dire solo ciò che ci interessa.</p>
		</sec>
		<sec>
			<title>Un libro aperto</title>
			<p>È proprio nel solco di queste osservazioni che dobbiamo collocare <italic>La possession di Loudun</italic> per comprendere in che senso si trattava di un testo capace di rappresentare la convergenza degli interessi certiani che si erano andati configurando e definendo dalla fine degli anni Sessanta. E possiamo aggiungere che, tra i lavori più spiccatamente storiografici di Certeau, rappresenta anche quello per cui è più facilmente possibile mettere in evidenza in che misura Certeau attribuiva alla pratica storica un valore politico.<xref ref-type="fn" rid="fn20"><sup>20</sup></xref>
			</p>
			<p>La prima considerazione che possiamo avanzare riguarda il fatto che <italic>La possession de Loudun</italic> sembra caratterizzarsi innanzitutto per non dire e raccontare nulla. Non c’è una voce predominante, uno storico che racconta assumendo un punto di vista; malgrado vengano riportati ampi stralci di documenti e verbali, è completamente assente qualsivoglia pretesa di dare “voce” al passato, ai morti, alle possedute. Siamo lontanissimi dall’ispirazione di una storiografia romantica, à la Michelet, per la quale lo storico, ridando la parola al popolo compieva, quasi in effigie per tutta la società, un rito funebre, il lavoro del lutto. Certeau non si dilunga, come abbiamo accennato, nemmeno su Jean-Jacques Surin, la cui vicenda gli era assai nota e che già aveva iniziato a materializzarsi come l’<italic>alter ego</italic> con cui non smetterà di confrontarsi. </p>
			<p>Dal punto di vista della struttura vengono riprodotti, come abbiamo già scritto, lunghi estratti di materiale documentario, preceduti da un’introduzione, seguiti da qualche pagina di conclusione e accompagnati, da un capitolo all’altro, da brevi commenti, spesso di raccordo, dello storico.<xref ref-type="fn" rid="fn21"><sup>21</sup></xref> Già questo elemento costituisce una stranezza e presenta qualche tratto inquietante. Da un lato, lo storico manifesta il proprio lavoro, espone le operazioni tipiche del mestiere (scegliere i documenti, decidere quali parti citare e quali no, collocarli in un determinato ordine), anche se si astiene dal raccontarci una storia in senso classico. D’altro canto, sebbene i documenti costituiscano il cuore del testo, nessuno può credere che stiano realmente parlando poiché lo storico, pur tacendo per la gran parte del tempo, è sempre presente con le sue operazioni, ricordando al lettore il suo ruolo, ricordandogli implicitamente il luogo dal quale parla (quello di un’istituzione che lo riconosce e che gli ha concesso l’uso dell’archivio). Un luogo dal quale, tuttavia, non emerge la verità in quanto, come viene ripetuto diverse volte, “la storia non è mai sicura”. In questo modo, come ha osservato Dosse, il testo ricusava sia “la fascination de l’archive, qui exclurait tout commentaire de la part de l’historien”, sia la serena quiete di una voce narrante che avrebbe rischiato una “projection anachronique de la grille d’analyse du présent sur le passé”.<xref ref-type="fn" rid="fn22"><sup>22</sup></xref>
			</p>
			<p><italic>La possession de Loudun</italic> è anche un breve trattato di teoria della storia, nella misura in cui, tra l’introduzione e la conclusione, lo storico precisa il quadro concettuale nel quale si è mosso. Se la storia non è mai sicura in generale, lo è ancor meno nei casi di possessione che, anzi, non possono mai esaurirsi in “una spiegazione storica vera e propria perché non è possibile sapere chi è posseduto e da chi”. Indubbiamente “c’è - prosegue Certeau <italic>della</italic> possessione”, o “alienazione”,<xref ref-type="fn" rid="fn23"><sup>23</sup></xref> ma si tratta di fenomeni che la società si sforza di reprimere o respingere, collocandoli in un luogo circoscritto e in opposizione alla discorsività dominante. Al riguardo, osserva Certeau, le nostre società sono (prendendo in prestito un termine da Lévi-Strauss) antropomiche, orientate cioè a espellere l’altro dal corpo sociale, a isolarlo, escluderlo e non certo ad appropriarsene. La pratica storica costituisce uno dei tanti strumenti di tali operazioni, di cui l’approccio di Mandrou aveva costituito un esempio: lo storico aveva eletto il punto di vista dei magistrati per osservare la stregoneria come il sussulto di un mondo retrogrado e prossimo a scomparire sotto i lumi abbaglianti della ragione illuminista. </p>
			<p>La prima operazione che Certeau compie per contrastare l’approccio che aveva tanto criticato nel lavoro di Mandrou è quello di sottrarsi alla logica delle definizioni. E infatti <italic>La possessione di Loudun</italic>, più che mettere in scena “l’altro” (e dunque definirlo), si concentra sull’alterazione di tutti coloro che vengono turbati dalla possessione, alterati, precisamente, dal discorso del diavolo - che parla, pubblica, si presenta quando viene chiamato, testimonia, fa condannare. Come viene specificato nell’introduzione, non si trattava, infatti, di un classico caso di stregoneria, in cui la strega e il suo inquisitore non interagivano perché la relazione di potere, asimmetrica, portava la prima a subire il discorso del secondo. A Loudun gli esorcisti praticavano in pubblico, come in un circo moderno. Il diavolo veniva provocato, si manifestava e collaborava, per certi versi, al rituale dell’esorcismo, a orari definiti, in presenza di un pubblico - la popolazione del luogo, ma anche forestieri praticanti un certo turismo dell’esorcismo. Dopo qualche anno, diventava pericoloso continuare lo spettacolo: pur determinando luogo e ora, l’esorcista non era più padrone della scena, le possessioni continuavano abbastanza indisturbate e indicavano l’autorità religiosa come un potere declinante. A competere con la Chiesa cattolica per l’affermazione del proprio potere e della propria autorità, si erano affrettati il sapere medico e i magistrati rappresentanti del sovrano. Tuttavia, la competizione si svolgeva su un terreno che finiva per mettere in discussione l’autorevolezza dei concorrenti: il diavolo veniva interrogato, scriveva, firmava patti, discettava di teologia e nell’interazione con il suo discorso, qualunque luogo dell’autorità (la Chiesa, il sapere medico, il potere politico) finiva per alterarsi profondamente.</p>
			<p>L’incertezza dominava anche dal punto di vista epistemologico, mettendo in discussione le condizioni di verità sia del discorso dei teologi e dei medici chiamati a esprimersi sul caso. La possessione, in quanto fenomeno, viene osservato (sarà solo Surin a spostare l’attenzione sull’interiorità e dunque ad aprire a una nuova dimensione). E tuttavia, cosa, esattamente, si vede? La conformità al sapere? Oppure si può affermare che un fenomeno è soprannaturale solo perché sfugge alla nosologia del tempo? Medici ed esorcisti, pertanto, si ritrovavano alle prese con la stessa domanda: nei casi di possessione, ciò che appare coincide con ciò che è? Possiamo o dobbiamo fidarci? In sostanza, si trattava della relazione, antica quanto la filosofia, tra apparenza ed essere. All’interno del quadro disegnato da tali interrogativi, si moltiplicava, per gli uni e per gli altri, in una sorta di “teratologia della verità”, l’uso di aggettivi come “veridico”, “verosimile”, “verità”.<xref ref-type="fn" rid="fn24"><sup>24</sup></xref> Per cui, pur essendo in generale concorrenti nel trattare i casi (per esempio, dopo gli esorcismi era proibita ai medici la cura delle ferite eventualmente provocate), medici e teologi affrontavano le stesse domande e finivano per copiare le rispettive pratiche. Tentando di risolvere l’enigma tra essere a apparenza, gli esorcisti si dedicavano a provocare spettacolarmente la possessione per provarne la soprannaturalità e i medici sottoponevano le possedute a cure e medicamenti che si configuravano come vere e proprie torture per assicurarsi che non stessero fingendo.<xref ref-type="fn" rid="fn25"><sup>25</sup></xref>
			</p>
			<p>In ogni modo, l’obiettivo di tali tentativi resta l’interpretazione del “mostro”, la definizione di un sapere in grado di decifrare quel che appare (siamo in piena epoca barocca e il <italic>trompe l’oeil</italic>, l’illusione la fa sempre da protagonista): i medici, più che curare, vogliono diagnosticare (e infatti quello che si domanda loro è di “pronunciarsi”); i religiosi, più che liberare le possedute, devono dimostrare il potere che hanno sulla possessione e dunque sul demonio. Insomma, “Les doctes cherchent à désigner le vrai plus qu’à éliminer le mal. L’identification l’emporte sur la thérapeutique, les moyens de guérir deviennent des moyens de savoir”.<xref ref-type="fn" rid="fn26"><sup>26</sup></xref>
			</p>
			<p>Ma di che genere è il sapere sulla possessione? E che ruolo o quali azioni legittima? Ad esempio, cosa si <italic>sa</italic> di quel che fa e afferma il diavolo, che è il mentitore per eccellenza? Che valore ha dunque la sua testimonianza/confessione? E in particolare che valore ha quella sulla cui base è stato condannato a morte il curato Urbain Grandier? Sulla scia di tali interrogativi Surin condannerà gli spettacoli pubblici e preferirà le conversazioni personali, per poter avere l’agio di discernere la verità nel luogo della menzogna.<xref ref-type="fn" rid="fn27"><sup>27</sup></xref>
			</p>
			<p>Di fronte al proliferare delle interpretazioni, lo storico è l’unico che, pur ricordando la sua presenza evidenziando le operazioni del mestiere (organizzare, censire, scegliere i documenti), non interpreta. Anzi, Certeau riconosce esplicitamente che si tratta di un libro “aperto”, situato tra due orizzonti, in uno spazio che non si chiude mai del tutto. Da un lato ci sono le idee che abbiamo sul passato e sulla base delle quali facciamo circolare i materiali archivistici nella cornice della nostra discorsività; dall’altro lato ci sono gli archivi, i cui materiali non sono in sé prodotti significanti, essendo il risultato delle dinamiche più diverse, che possiamo solo ipotizzare. La nostra discorsività e lo spazio muto dell’archivio arrivano a coincidere solo nel momento in cui decidiamo di operare una forzatura. Una foratura necessaria, senza la quale non avremmo storia, ma che Certeau, in questo caso, sceglie di non operare, lasciando, per certi versi, il suo il lavoro aperto.<xref ref-type="fn" rid="fn28"><sup>28</sup></xref> Così, <italic>La possessione di Loudun</italic> è proprio come il passato che racconta, ovvero “non è”. A ben leggere, da un capo all’altro del testo viene “palleggiata” unicamente l’assenza: ogni parte del libro (il commento, scritto con il carattere corsivo, e il materiale documentario riprodotto) più che pretendere di dire una verità, si limita a rappresentare ciò che manca all’altra.<xref ref-type="fn" rid="fn29"><sup>29</sup></xref>
			</p>
			<p>Il libro rimane “aperto” anche per un’altra ragione. Sostenendo l’impossibilità di una vera e propria spiegazione storica per i fenomeni di possessione, Certeau intendeva anche evidenziare come l’alterità, l’alienazione, non appartengano esclusivamente al passato. Ogni società, in ogni tempo, è alle prese con le forme sociali in cui di volta in volta si declina “l’altro”. Sono i modi in cui quest’ultimo viene codificato a doverci interrogare. Anzi, ogni volta che “l’estraneo” smette di circolare tra noi “discretamente” (come scrive nelle prime righe) e inizia ad essere stravolgente, alternante, dobbiamo anche sospendere la risposta alla domanda che apre il testo: è l’irruzione o la ripetizione di un passato?</p>
		</sec>
		<sec>
			<title>Lo storico e la democrazia</title>
			<p>Il testo aperto, la trama “debole” di Loudun fanno segno anche a un elemento più politico. Ne <italic>La scrittura della storia</italic> Certeau, sin dalle prime pagine, aveva sottolineato il valore politico della pratica storiografica. È politico il modo in cui la storiografia articola il discorso e il reale, è politica l’analisi di tale articolazione (“les procédures propres au ‘faire de l’histoire’ renvoient à une manière de ‘faire l’histoire’”)<xref ref-type="fn" rid="fn30"><sup>30</sup></xref> ed è politica l’interazione, nell’operazione storiografica, tra un luogo sociale, un’istituzione che autorizza il sapere, le pratiche scientifiche che sorreggono una determinata discorsività disciplinare e una scrittura. </p>
			<p>Tale interazione, che costituisce la trama della storiografia, viene sabotata da <italic>La possessione di Loudun</italic> che mette in luce le fragili basi su cui si fonda l’autorità della disciplina storica. Certamente non inaugura un modo nuovo di “fare della storia”, nella misura in cui gli strumenti della cassetta del mestiere di storico vengono utilizzati e non sono certamente messi in discussione. Eppure, la storia non è mai sicura, poiché si confronta con un’alterità che altera l’operazione discorsiva e scritturale con cui lo storico chiude e conclude il proprio lavoro. Si tratta, generalmente, di un’alterazione occultata, mai confessata, nel senso che avvicinarsi troppo alle fragili frontiere della storiografia, riconoscere di parlare da un luogo, evidenziandone allo stesso tempo i limiti, rappresenta un gesto indubbiamente rischioso per lo storico. E invece Certeau mostrando e manifestando i passaggi, gli elementi, la trama dell’operazione storica, la decostruisce, decostruendo la sua relazione con la verità e compie un gesto politico che cortocircuita l’istituzione.<xref ref-type="fn" rid="fn31"><sup>31</sup></xref> Com’è noto, recensendo il testo, lo storico Emmanuel Le Roy Ladurie perde la pazienza. Non può dire che Certeau ha scelto male le fonti, non può rifiutare il dossier archivistico e la sua valenza, non può nemmeno contestare i passaggi estratti. Semplicemente, non trova chi scrive, non trova il punto di vista (quello stesso che Certeau aveva rinfacciato a Mandrou): né quello dello storico, ma nemmeno quello del teologo, dell’uomo di Chiesa. Evidentemente innervosito, cerca di colpire Certeau nell’unica appartenenza istituzionale che poteva circoscrivere senza essere sicuro di essere smentito: il <italic>padre</italic> Certeau, aveva scritto il libro più diabolico dell’anno.<xref ref-type="fn" rid="fn32"><sup>32</sup></xref>
			</p>
			<p>Ma oltre la diavoleria che Le Roy Ladurie vedeva all’opera, Certeau aveva scelto di non dare la voce alla “ragione”, al “progresso” e anche di non avere ragione, difendendo, con il suo libro aperto, la debolezza del gesto dello storico, la sua fragilità ma anche la sua democraticità sostanziale, essenziale, la sua capacità di non cedere al gusto del potere - di quella particolare interazione tra luogo e pratica e scrittura - che, pur con le migliori intenzioni, parla dell’altro, ma senza confessare che si tratta del <italic>suo</italic> sapere sull’altro. Ed ecco che la storia si trasforma in ideologia, in strumento e voce del punto di vista dominante - quand’anche progressista, fieramente repubblicano, ostile a qualunque forma di oppressione, come era certamente il punto di vista di Mandrou.</p>
			<p>Certamente da un punto di vista strettamente politico Certeau ci può apparire piuttosto cauto, soprattutto se confrontato ad altri intellettuali a lui contemporanei; tuttavia, rappresentarlo come uno studioso quietamente affaccendato nei templi sereni della scienza, osservatore lucido, analitico, ma distante, del proprio tempo, significherebbe non restituire alla sua opera il valore politico che essa ha veicolato. Certeau, anche per i suoi numerosi viaggi in America Latina, in particolare in Brasile, aveva avuto modo di osservare le differenti declinazioni che poteva assumere la crisi o la debolezza delle istituzioni democratiche, molto più inquietanti e pervasive di quello che poteva verificarsi nell’Europa occidentale degli stessi anni. Ne <italic>Les révolutions du croyables</italic>, pubblicato nel 1969,<xref ref-type="fn" rid="fn33"><sup>33</sup></xref> esprimeva, però, tutta la sua inquietudine per le azioni politiche fondate sull’utopismo, il disfattismo o la violenza, che gli apparivano piuttosto come il frutto della imprudenza degli intellettuali e di cui poi i più deboli pagavano le conseguenze. Sarebbe dunque inutile cercare il suo impegno politico nelle prese di posizioni pubbliche o nella postura classica di intellettuale impegnato, tramandataci da Zola a Sartre. L’impegno politico emerge piuttosto in una pratica del sapere rispondente ad una visione del mondo profondamente democratica, intendendo la democrazia come l’orizzonte comune in cui porre costantemente in questione le modalità del vivere insieme, come la fedeltà all’idea per cui - nella pratica scientifica, nella produzione culturale, nell’impegno politico - la voce, il desiderio, l’inquietudine dell’altro non è mai sussunta nel discorso di colui che pretende di dire la verità e che scambia per universalismo “la legge tacita”<xref ref-type="fn" rid="fn34"><sup>34</sup></xref> del proprio “luogo particolare: “Toute scientifique qu’elle soit, une analyse reste une pratique localisée et ne produit qu’un discours régional. Elle accède donc au sérieux dans la mesure où elle explicite ses limites, en articulant son champ propre sur d’autres, irréductibles.<xref ref-type="fn" rid="fn35"><sup>35</sup></xref>
			</p>
			<p>Il significato e le modalità dell’impegno politico di Certeau ripropongono, del resto, una vecchia questione. Si trattava di un problema con cui si erano confrontati, in Francia, già i fondatori delle <italic>Annales</italic>, Marc Bloch e Lucien Febvre. Tentando di rinnovare, a partire dalla seconda metà degli anni vent i, gli studi storici dal punto di vista metodologico, avevano anche delineato una postura scientifica che intendeva riscattarsi dalle battaglie politiche di cui gli storici erano stati protagonisti durante la Prima guerra mondiale, quando si erano messi al servizio del potere e si erano compromessi, mettendo i loro studi, il loro sapere, al servizio di una causa politica.<xref ref-type="fn" rid="fn36"><sup>36</sup></xref>
			</p>
			<p>Negli anni Trenta, dunque, timorosi di screditare le loro ricerche, si erano trincerati dietro una scientificità che doveva essere sinonimo e garanzia di imparzialità. Bloch fece appena in tempo a pentirsi, una volta scoppiata la Seconda guerra mondiale, di non aver preso la parola in momenti in cui forse sarebbe stato necessario farlo: <italic>L’étrange défaite</italic><xref ref-type="fn" rid="fn37"><sup>37</sup></xref> è infatti, la testimonianza e l’esame di coscienza anche di uno storico. Ebbene, potremmo dire che Certeau aveva trovato una particolare forma di coniugare impegno politico e pratica scientifica: continuare ad utilizzare gli strumenti del mestiere di storico, rimanere fedele al rigore scientifico, ma decostruire entrambi, evidenziandone il limite, inteso come la necessità di esplicitare, ogni volta, il luogo dal quale lo storico prende la parola. In questa operazione di decostruzione, Certeau ha difeso la debolezza del gesto dello storico, costantemente alle prese con l’alterità del passato che lo obbliga a interrogarsi sulle “figures sociales de l’autre”<xref ref-type="fn" rid="fn38"><sup>38</sup></xref> che sempre circolano nella società. Ma ha anche rifiutato la saggezza di Mandrou che, collocandosi senza ombra di dubbio dalla parte della ragione trionfante, ha respinto l’altro nel passato per il timore di praticare, nel senso in cui “l’on contrôle sa voiture”, “l’art de contrôler sa folie”.<xref ref-type="fn" rid="fn39"><sup>39</sup></xref>
			</p>
		</sec>
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			<title>Bibliografía</title>
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					<chapter-title>udun, Certeau, Mandrou. Un jésuite entre chez les historiens</chapter-title>
					<source>Jésuites et sciences humaines (années 1960)</source>
					<person-group person-group-type="author">
						<name>
							<surname>Fouilloux</surname>
							<given-names>Étienne</given-names>
						</name>
						<name>
							<surname>Gugelot</surname>
							<given-names>Frédéric</given-names>
						</name>
					</person-group>
					<fpage>157</fpage>
					<lpage>173</lpage>
					<publisher-name>LARHRA</publisher-name>
					<year>2014</year>
					<pub-id pub-id-type="doi">10.4000/books.larhra.3251</pub-id>
				</element-citation>
			</ref>
		</ref-list>
		<fn-group>
			<fn fn-type="other" id="fn1">
				<label>1</label>
				<p> Per il presente articolo, l’edizione da cui sono tratte le citazioni è: <xref ref-type="bibr" rid="B11">Michel de Certeau</xref>, La possession de Loudun, edizione rivista da Luce Giard, (Gallimard, coll. “Folio”, 2005).</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn2">
				<label>2</label>
				<p>La vicenda della possessione nella cittadina di Loudun era nota anche al di fuori della Francia e degli studi di storia della spiritualità, essendo stata già oggetto di diverse trasposizioni artistiche: ricordiamo qui il romanzo dello scrittore <xref ref-type="bibr" rid="B19">Aldous Huxley</xref>, The Devils of Loudun (London: Chatto &amp; Windus, 1952) che ebbe un discreto successo e venne tradotto in diverse lingue, ispirando anche il regista Ken Russell.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn3">
				<label>3</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B22">Jean-Joseph Surin</xref>, Correspondance, a cura di M. de Certeau (Desclée de Brouwer, 1966).</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn4">
				<label>4</label>
				<p>Per una ricostruzione dettagliata di tutta la vicenda editoriale e non solo, si veda <xref ref-type="bibr" rid="B13">François Dosse</xref>, Michel de Certeau. Le marcheur blessé (La Découverte/Poche, 2007), 241-261.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn5">
				<label>5</label>
				<p>Ora in <xref ref-type="bibr" rid="B9">Michel de Certeau</xref>, La culture au pluriel, nuova edizione a cura di Luce Giard (Seuil, coll “Points”, 1993), 45-72.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn6">
				<label>6</label>
				<p>Per il presente cotnributo: <xref ref-type="bibr" rid="B10">Michel de Certeau</xref>, La prise de parole et autres écrits politiques, edizione a cura di Luce Giard (Seuil, 1994).</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn7">
				<label>7</label>
				<p>Su questi aspetti si vedano le introduzioni di Luce Giard a <xref ref-type="bibr" rid="B8">Michel de Certeau</xref>, La culture au pluriel e L’invention du quotidien, nuova edizione a cura di Luce Giard (Gallimard, 1990).</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn8">
				<label>8</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B5">Michel de Certeau</xref>, “Ce que Freud fait de l’histoire. À propos de Une névrose démoniaque au XVIIe siècle”, Annales. Économies, sociétés, civilisations, t. 25 (1970) : 654-667, poi ripreso in L’écriture de l’histoire (Gallimard, coll. “Folio”, 1975), 339-364.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn9">
				<label>9</label>
				<p>Anche questo lavoro confluirà, con modifiche, ne L’écriture de l’histoire.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn10">
				<label>10</label>
				<p>Su questo si veda anche <xref ref-type="bibr" rid="B23">Denis Pelletier</xref>, “Loudun, Certeau, Mandrou, Un jésuite entre chez les historiens”, in <italic>Jésuites et sciences humaines (années 1960)</italic>, a cura di Étienne Fouilloux e Frédéric Gugelot (LARHRA, 2014), 157-173, disponibile anche in linea <ext-link ext-link-type="uri" xlink:href="https://doi.org/10.4000/books.larhra.3251">https://doi.org/10.4000/books.larhra.3251</ext-link>
				</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn11">
				<label>11</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B13">Dosse</xref>, Le marcheur blessé, 251</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn12">
				<label>12</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B4">Michel de Certeau</xref>, “Une mutation culturelle et religieuse: les magistrats devant les sorciers du XVIIe siècle”, <italic>Revue d’histoire de l’Église de France</italic>, t. 55, n. <italic>155 (1969), 300-319.</italic></p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn13">
				<label>13</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B21">Robert Mandrou</xref>, Magistrats et sorciers en France au XVII siècle (Plon, 1968).</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn14">
				<label>14</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B10">Certeau</xref>, La prise de parole, 39.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn15">
				<label>15</label>
				<p><italic>O eredi di un “‘modèle centralisateur de Louis XIV […] indéfiniment réemployé par la suite (quoque au nom de principes différents” (</italic><xref ref-type="bibr" rid="B9"><italic>Certeau</italic></xref><italic>, La culture au pluriel, 142). Certeau interpretava tale modello in termini di crescente centralizzazione tecnocratica.</italic></p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn16">
				<label>16</label>
				<p>Per riprendere la definizione di <xref ref-type="bibr" rid="B12">Gilles Deleuze e Félix Guattari</xref>, <italic>Milles plateaux. Capitalisme et schizophrénie (Minuit, 1980).</italic></p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn17">
				<label>17</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 147.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn18">
				<label>18</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 142.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn19">
				<label>19</label>
				<p>Scrive Certeau: “Comment expliquer autrement, chez nous aussi, le silence de la paysannerie dans notre histoire française ? Comment savoir ce qu’ont été des millions de ‘petites gens’ non pas seulement au Moyen Âge, mais hier, sinon à travers ce qu’en ont retenu et filtré des clercs ou de robins ? Une ignorance massive laisse ‘la masse’ dans l’oubli. Elle tient sans doute au privilège que possède l’écrit, à la répression qu’il a exercée sur l’oral et sur des expressions <italic>différentes</italic>, devenus des ‘folklores’ aux frontières d’un empire. Mais ce privilège est celui de ses titulaires, les clercs. Il fonde la certitude, née avec eux, postulée par leur position, que l’on connaît la société entière si l’on sait ce qu’ils pensent. Que les savants changent le monde, c’est le postulat des savants. C’est aussi ce qu’ils ne peuvent que <italic>répéter</italic>, sous mille formes diverses. Culture de aires, de professeurs et de lettrés: elle tait ‘le reste’ parce qu’elle se veut et se dit l’origine du tout” (<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, <italic>La culture au pluriel,</italic> 147).</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn20">
				<label>20</label>
				<p>Non è l’oggetto di questo contributo (che intende mettere in evidenza il rapporto politico de <italic>La possessione di Loudun</italic> con l’opera certiana coeva), tuttavia, ricordiamo che <italic>La possessione de Loudun</italic>, insieme alla già citata edizione della <italic>Correspondance</italic> di Jean-Joseph Surin, ha profondamente segnato, in particolare in Francia, la storiografia del “fatto religioso”. Probabilmente la studiosa che più ha lavorato in continuità con il cammino tracciato da Certeau è <xref ref-type="bibr" rid="B16">Sophie Houdard</xref>, di cui ricordiamo, in particolare, <italic>Les invasions mystiques. Spiritualités, hétérodoxies et censure au début de l’époque moderne</italic> (Les Belles Lettres, 2008), nonché numerosi contributi dedicati al lavoro di Certeau su Loudun, tra cui “La possession de Loudun (1632-1637). Un drame social à l’épreuve de la performance”, in <italic>Communications</italic>, 92 (2013): 37-49, e “Le corps exposé. Michel de Certeau et l’expérience diabolique”, in <xref ref-type="bibr" rid="B18"><italic>Michel de Certeau. Le voyage de l’œuvre</italic></xref> (a cura di Luce Giard, Facultés Jésuites de Paris, 101-111). Segnato, nella medesima direzione, dal lavoro certiano è stato il prematuramente scomparso <xref ref-type="bibr" rid="B1">Mino Bergamo</xref>, con il suo importantissimo <italic>L’anatomia dell’anima. Da François de Sales a Fénélon</italic> (Il Mulino, 1991).</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn21">
				<label>21</label>
				<p>Che la struttura de <italic>La possession de Loudun</italic> ricalcasse quella degli altri libri della collana “Archives” è, del resto, irrilevante, come ci ricorda Philippe Boutry: “Le premier élément qui, dans <italic>La Possession de Loudun</italic>, retient l’attention, c’est un mode d’écriture: une articulation particulière du texte à son commentaire, du document à la réflexion qui l’accompagne. Cette construction tient, bien sûr, aux règles d’une collection, “Archives”, alors dirigée par Pierre Nora et Jacques Revel aux éditions Julliard, et dont <italic>La Possession de Loudun</italic> constitue, en 1970, le trente-septième volume. Mais une même règle ne fonctionne pas pour autant de manière uniforme pour chaque historien - il suffirait à cet égard de comparer dans leur mode d’écriture <italic>La Possession de Loudun</italic> avec quelques titres presque contemporains de la même collection, <italic>L’An mil</italic>, de Georges Duby, ou <italic>Le Procès de Louis XVI</italic>, d’Albert Soboul” (<xref ref-type="bibr" rid="B3">Philippe Boutry</xref>, “De l’histoire des mentalités à l’histoire des croyances. <italic>La possession de Loudun</italic> (1970)”, in <italic>Débat</italic>, 49, mars-avril (1988): 85-86.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn22">
				<label>22</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B13">Dosse</xref>, Le marcheur blessé, 252.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn23">
				<label>23</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 421.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn24">
				<label>24</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 226.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn25">
				<label>25</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 246.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn26">
				<label>26</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 237.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn27">
				<label>27</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 283.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn28">
				<label>28</label>
				<p>“Aperto” anche nel significato che possiamo dare a questo aggettivo a partire da <xref ref-type="bibr" rid="B15">Umberto Eco</xref>, Opera aperta forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee (Bompiani, 1962).</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn29">
				<label>29</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 24-25.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn30">
				<label>30</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B5">Certeau</xref>, L’écriture de l’histoire, 12.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn31">
				<label>31</label>
				<p>Pur non abbandonando mai le istituzioni (l’accademia - con grandi sforzi riesce, alla fine del 1983, ad essere eletto all’EHESS a Parigi, dopo un decennio abbondante di posizioni accademiche precarie, anche se sempre molto prestigiose - ma anche la Compagnia di Gesù), la disinvoltura con cui le abita, consente a Certeau di prendersi gioco dell’autorità che esse ostentano. Uno studio a parte meriterebbe l’analisi dei modi in cui le istituzioni producono l’autorità di cui hanno bisogno, nel quadro delle analisi sulla credenza, a partire dai seguenti scritti di <xref ref-type="bibr" rid="B7">Certeau</xref>: “Corps torturés, paroles capturées”, in <xref ref-type="bibr" rid="B7">Michel de Certeau</xref>, a cura di Luce Giard (Paris: Centre Georges Pompidou coll. “Cahiers pour un temps”, 1987), 61-70; “Une pratique sociale de la différence: croire”, in Faire croire. <xref ref-type="bibr" rid="B6">Modalités de la diffusion et de la réception des messages religieux du XIIe au XVe siècle, atti della tavola rotonda di Rome</xref>, 22-23 juin 1979, (École française de Rome, 1981), 363-383 e il capitolo X de L’invention du quotidien.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn32">
				<label>32</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B20">Emmanuel Le Roy Ladurie</xref>, “Le Diable archiviste », <italic>Le Monde</italic>, 12 novembre 1971.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn33">
				<label>33</label>
				<p>E ora ripreso in <xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 17-32.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn34">
				<label>34</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 193.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn35">
				<label>35</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 194.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn36">
				<label>36</label>
				<p>Per una sintesi del percorso intellettuale e politico di Bloch, si veda <xref ref-type="bibr" rid="B14">Olivier Dumoulin</xref>, Marc Bloch (Presses de Sciences Po, 2000).</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn37">
				<label>37</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B2">Marc Bloch</xref>, L’étrange défaite: témoignage écrit en 1940 (Gallimard coll. “Folio”, 1990).</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn38">
				<label>38</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 423.</p>
			</fn>
			<fn fn-type="other" id="fn39">
				<label>39</label>
				<p>
					<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 222</p>
			</fn>
		</fn-group>
	</back>
	<!--<sub-article article-type="translation" id="s1" xml:lang="es">
		<front-stub>
			<article-categories>
				<subj-group subj-group-type="heading">
					<subject>Ensayos y debate</subject>
				</subj-group>
			</article-categories>
			<title-group>
				<article-title><italic>“L’histoire n’est jamais sûre”: perspectivas epistémicas y políticas de La possessione di Loudun”</italic><xref ref-type="fn" rid="fn40"><sup>1</sup></xref>
				</article-title>
			</title-group>
			<abstract>
				<title>Resumen</title>
				<p>Este artículo tiene como objetivo mostrar cómo en <italic>La posesión de Loudun</italic> confluyen los diversos intereses del recorrido intelectual de Michel de Certeau, los cuales se habían ido definiendo a partir de finales de los años sesenta. El presente trabajo destaca la necesidad de relacionar <italic>La posesión de Loudun</italic> con los análisis desarrollados en las primeras ediciones de <italic>La toma de la palabra</italic> y <italic>La cultura en plural</italic>, con el fin de alcanzar una comprensión plena del significado -también político- de la obra.</p>
			</abstract>
			<kwd-group xml:lang="es">
				<title><italic>Palabras clave:</italic></title>
				<kwd>Certeau</kwd>
				<kwd>Loudun</kwd>
				<kwd>alteridad</kwd>
				<kwd>democracia</kwd>
			</kwd-group>
		</front-stub>
		<body>
			<sec>
				<title>Un jesuita fuera de la Compañía</title>
				<p>Como es sabido, <italic>La posesión de Loudun</italic>, un texto compuesto esencialmente por una selección de materiales de archivo, fue publicado en 1970 por la editorial Julliard.<xref ref-type="fn" rid="fn41"><sup>2</sup></xref> Apareció en la colección “Archives”, dirigida desde 1964 por Pierre Nora, cuyo objetivo era promover la divulgación en el ámbito historiográfico manteniendo, sin embargo, la referencia constante al archivo, a la especificidad del oficio del historiador, y favoreciendo la confrontación directa del lector con un dossier documental. </p>
				<p>El objeto del libro también es bastante conocido: se trata de un caso de posesión ocurrido en un convento de monjas ursulinas en los años treinta del siglo XVII, en Loudun,<xref ref-type="fn" rid="fn42"><sup>3</sup></xref> una pequeña ciudad francesa que ya había sido escenario de significativas tensiones religiosas, tras haber estado marcada, en décadas anteriores, por el conflicto entre católicos y hugonotes. A diferencia de otros episodios de posesión -más o menos difundidos en la época-, en Loudun la situación se presentó desde el principio como de difícil resolución. El demonio, o mejor dicho, los demonios -pues eran varios, cada uno con sus particularidades-, parecían haberse adueñado irreversiblemente de la vida del convento. Para expulsarlos, llegaron a la ciudad teólogos y exorcistas que, a pesar de sus demostraciones de pericia al dialogar con los diablos, no lograron liberar a las pobres poseídas. También intervinieron los médicos, igualmente sin éxito. Finalmente, la situación tomó un giro decisivo con la intervención de los magistrados, representantes del poder soberano del rey, quienes, con el fin de restablecer el orden, condenaron a muerte al párroco Urbain Grandier, considerado responsable de los hechos por haber firmado un pacto con el diablo (o con uno de los demonios con los que habría entrado en contacto). En realidad, pese a las múltiples intervenciones y algún éxito momentáneo, ni teólogos, ni médicos, ni magistrados -cada uno con sus recursos y limitaciones- lograron poner fin definitivamente a los episodios de posesión, sino tan solo clausurar el “teatro” de la posesión. En efecto, lo que caracterizó a Loudun fue precisamente la teatralización del fenómeno: los protagonistas se daban cita en espacios públicos, ante los habitantes, a horas fijadas, para escenificar sus competencias y sus habilidades: los demonios (supuestamente) para engañar, los demás para diagnosticar y restaurar el orden y la autoridad (cada uno la suya). Sin embargo, tras la intervención de los poderes mencionados, el fenómeno, más que desaparecer, adoptó simplemente otra forma: se retiró del escenario público para confinarse en un espacio que ya no interesaba al poder (ni religioso, ni científico, ni real), es decir, el espacio de la interioridad. </p>
				<p>Comienza entonces una historia diferente, articulada en torno al diálogo entre dos personajes principales, la superiora del convento, Jeanne des Anges, y el jesuita Jean-Joseph Surin, enviado expresamente por la Compañía para llevar a cabo el acto de exorcismo. </p>
				<p>No obstante, Certeau decidió dedicar muy poco espacio a este último desarrollo, a pesar de conocer perfectamente dicha historia. De hecho, había trabajado en la edición de la <italic>Correspondance</italic> de Surin, publicada en 1966<xref ref-type="fn" rid="fn43"><sup>4</sup></xref> y había consultado todo el material archivístico relativo al jesuita. Por lo demás, como cuenta François Dosse,<xref ref-type="fn" rid="fn44"><sup>5</sup></xref> Certeau incluso había considerado publicar el dossier documental sobre Loudun como un trabajo autónomo con la editorial Julliard, inmediatamente después de la salida de la <italic>Correspondance</italic> de Surin. Sin embargo, por razones editoriales, su propuesta no se concretó en aquel momento. Fue el historiador Jacques Revel -quien había colaborado con Certeau (y con Dominique Julia) en la redacción del ensayo “La beauté du mort”<xref ref-type="fn" rid="fn45"><sup>6</sup></xref> (al cual volveremos más adelante)- quien relanzó la publicación del texto en 1970, en un momento caracterizado, además, por el creciente protagonismo intelectual de Certeau. </p>
				<p>De hecho, y más en general, para Certeau el final de los años sesenta y el comienzo de los setenta (es decir, aun unos años después de la publicación de <italic>La posesión de Loudun</italic>) coincidió con una salida metafórica de la Compañía de Jesús. En 1970, Certeau ya no era únicamente el historiador que, por encargo de sus superiores, se ocupaba de la edición de textos de jesuitas de los siglos XVI y XVII, sino que se había convertido en un intelectual ampliamente reconocido por su lucidez en el análisis del presente y de sus contradicciones.</p>
				<p>En 1968 se había publicado la primera edición de <italic>La prise de parole</italic>,<xref ref-type="fn" rid="fn46"><sup>7</sup></xref> una recopilación de artículos escritos “en caliente” sobre los acontecimientos del mayo francés, a partir del texto “Prendre la parole”, aparecido ese mismo año en la revista <italic>Études</italic>, cuyo íncipit estaba destinado a volverse célebre: “En mayo pasado, se tomó la palabra como en 1789 se tomó la Bastilla”. Las observaciones de Certeau sobre lo que estaba ocurriendo se convirtieron de inmediato en un texto “clásico” y marcaron su entrada, con pleno derecho, en el panorama intelectual francés. Además de sus compromisos docentes en París VIII-Vincennes y luego en París VII-Jussieu, Certeau comenzó a colaborar con instituciones culturales vinculadas incluso al Ministerio de Cultura, en el marco de una renovación de la reflexión sobre las prácticas y las producciones culturales en los años inmediatamente posteriores a la década gaullista.<xref ref-type="fn" rid="fn47"><sup>8</sup></xref>
				</p>
				<p>En 1970 había salido en la revista <italic>Annales</italic> un ensayo sobre Freud y la historia, partiendo del análisis freudiano de un caso clínico relativo a la neurosis “demoníaca” de un pintor austríaco del siglo XVIII.<xref ref-type="fn" rid="fn48"><sup>9</sup></xref> Este trabajo, que más adelante formará parte de la cuarta sección de <italic>La escritura de la historia</italic>, le permite a Certeau introducir en el campo de la historiografía la potencia subversiva de su propio “retorno a Freud”, un retorno que había cultivado participando en la fundación de la <italic>École freudienne de Paris</italic>, aunque desde una lectura y reelaboración autónoma del texto freudiano. En efecto, la entrada de Certeau en el terreno específico de la reflexión historiográfica no pasó desapercibida: pocos años más tarde, en 1974, lo encontraremos firmando el primer capítulo del volumen <italic>Faire de l’histoire</italic>, editado por Jacques Le Goff y Pierre Nora.<xref ref-type="fn" rid="fn49"><sup>10</sup></xref>
				</p>
				<p>Estas breves referencias nos indican, en todo caso, que el período a caballo entre los años sesenta y setenta fue no solo un momento de gran productividad intelectual, sino también una fase decisiva en la configuración del itinerario certeauniano, articulado entre intereses y enfoques diversos (la historiografía, el psicoanálisis, el análisis de la sociedad), cada uno con su propio recorrido institucional y editorial, y que, sin embargo -como veremos- encuentran en <italic>La possession de Loudun</italic> una primera y significativa ocasión de convergencia.<xref ref-type="fn" rid="fn50"><sup>11</sup></xref>
				</p>
				<p>Para comprender mejor lo que está en juego, es necesario dar un paso atrás y detenerse en un episodio ocurrido en 1969: la fuerte polémica que Certeau mantuvo contra el historiador Robert Mandrou (quien, como recuerda Dosse, evocaría con cierta amargura aquellas críticas incluso años después),<xref ref-type="fn" rid="fn51"><sup>12</sup></xref> al reseñar de manera bastante severa en la <italic>Revue d’histoire de l’Eglise de France</italic><xref ref-type="fn" rid="fn52"><sup>13</sup></xref> el libro <italic>Magistrats et sorciers en France au XVII siècle</italic>.<xref ref-type="fn" rid="fn53"><sup>14</sup></xref> Desde las primeras líneas de la reseña, Certeau puso en evidencia la cuestión central, el punto más crítico del trabajo: al intentar reconstruir, a partir de fuentes específicas, el papel de magistrados y hechiceros en el siglo XVII, Mandrou se colocaba deliberadamente del lado de los magistrados, atribuyéndoles una visión “progresista”, ya iluminada por las luces de la razón que pronto irradiarían toda Francia. A pesar del título, los hechiceros no tenían voz: no hablaban sino a través de las palabras de los jueces, permaneciendo prisioneros de los registros y de los actos procesales, tal como en la realidad habían sido encerrados en alguna cárcel. Más aún, según el análisis certeauniano, atribuir a los magistrados la voz de la razón -el destello de la Ilustración que comenzaba a perfilarse en el horizonte (y que se perfilaba, además, para quien es profeta del pasado, por usar una expresión de Marc Bloch)-, así como la consiguiente voluntad de combatir una manifestación retrógrada de la cultura popular, constituía, en efecto, un gesto de anacronismo. Un gesto, en concreto, de quien no vacilaba en sentirse parte de esa misma y victoriosa voz de la razón, y que se limitaba a elegir en el pasado el grupo social que podía representar el vehículo de su marcha triunfal.</p>
				<p>También como forma de responder de manera más orgánica al enfoque de Mandrou, Certeau había trabajado, en colaboración con Jacques Revel y Dominique Julia, en la redacción del ya citado ensayo “La beauté du mort”, publicado además en una revista altamente politizada, radical y de izquierda, <italic>Politique aujourd’hui</italic>. En dicho ensayo se ponía de manifiesto la violencia intrínseca a la propia noción de “cultura popular”, así como a los usos y las modalidades con que esta era formulada. La noción, a menudo, terminaba por delimitar una versión degradada de la cultura “cultivada”, confeccionada e impuesta por las élites a las clases populares, consideradas por definición incapaces de apropiarse de las alturas y cimas de la producción cultural socialmente aceptada. O, de manera más tradicional, se la consideraba un ámbito que debía ser controlado, por ser potencialmente generador de ideas eventualmente subversivas. En este sentido, “La beauté du mort” hacía referencia a la obra y actividades de Charles Nisard quien, como funcionario del Segundo Imperio, fue autor de una investigación sobre la literatura popular cuya primera edición fue publicada en 1854, en el marco de una acción política generalmente orientada al control y a la “moralización”. El interés por esa literatura tenía por finalidad identificar -y, por tanto, eliminar- los elementos considerados peligrosos, al mismo tiempo que se construía un mito de autenticidad en torno al adjetivo “popular”. En otras palabras, la cultura popular era transformada y utilizada como instrumento de apoyo a un discurso político conservador y reaccionario, como ocurrió durante el régimen de Vichy.</p>
				<p>El tenor de estas consideraciones era perfectamente coherente con los análisis formulados por Certeau en una serie de artículos y estudios que, entre 1968 y 1974, confluyeron en las primeras ediciones de <italic>La prise de parole</italic> y <italic>La culture au pluriel</italic>, y que giraban en torno a preguntas fundamentales: ¿Qué entendemos por “cultura”? ¿Qué significado le atribuimos a la política cultural? ¿Qué objetivos pretende alcanzar una sociedad mediante dicha política? Explorando estas cuestiones, ante todo como observador de su tiempo, Certeau delineaba con claridad los contornos de un “cisma entre la irreductibilidad de la consciencia y la objetividad de las instituciones sociales”;<xref ref-type="fn" rid="fn54"><sup>15</sup></xref> es decir, el cortocircuito entre las instituciones productoras de sentido -garantes del funcionamiento simbólico de la sociedad- y las maneras en que los individuos, al interiorizar ese sentido, se relacionaban con él. Era el cortocircuito de una sociedad que, en términos políticos, no dejaba de pensarse con las categorías de la modernidad -en primer lugar, la del individuo portador de derechos-, pero que en realidad se hallaba cada vez más articulada en una serie de minorías (étnicas, religiosas, culturales), en un horizonte donde el concepto de “derechos” empezaba a formularse como demanda de reconocimiento de necesidades específicas, particulares, identitarias. En esencia, se trataba de una crisis de las instituciones que atravesaba partidos, universidades, la Iglesia, y cuyos peligros eran, sin embargo, denunciados precisamente por aquellas élites que siempre se habían esforzado por reproducir una forma de verticalidad social orientada a descartar, eliminar o expulsar todo lo que no se adecuara ni fuera funcional a la visión del mundo de una burguesía culta, heredera de una lógica “jacobina”,<xref ref-type="fn" rid="fn55"><sup>16</sup></xref> hostil e incapaz de tomar la medida de una sociedad que se estaba reconfigurando de forma rizomática:<xref ref-type="fn" rid="fn56"><sup>17</sup></xref> “Todo viene del centro. Todo parte de arriba”.<xref ref-type="fn" rid="fn57"><sup>18</sup></xref> Y esto ocurría mientras la crisis se expandía y “el sentido parecía exiliarse de las estructuras donde la búsqueda de identidad lleva lejos de la ciudad”<xref ref-type="fn" rid="fn58"><sup>19</sup></xref>, transformando la cultura en la frontera que separaba a los privilegiados de “los otros”, de quienes quedaban en los márgenes.<xref ref-type="fn" rid="fn59"><sup>20</sup></xref>
				</p>
				<p>En tal contexto, ¿era realmente posible hacer hablar al marginado, tomar la palabra en su lugar? ¿Era posible expresar la distancia entre las instituciones en crisis y las nuevas colectividades e identidades en formación, sin por ello convertirlas, de hecho, en colectividades e identidades aún no “adultas”, “menores”? El intento, observaba Certeau, era utópico en general, y más aún cuando se trataba del pasado. Las voces del otro, del derrotado -como en el caso de los brujos en el estudio de Mandrou- nos llegan traducidas por el lenguaje de los jueces que pronunciaron las sentencias, a través de los documentos y expedientes producidos por los tribunales; son voces trasladadas a un sistema historiográfico -que es, ante todo, un sistema de escritura- y provenientes de un mundo en el que, con frecuencia, nadie escribía. En el momento en que nos alcanzan, mediadas y transformadas por tales filtros, son voces muertas, capaces de decir únicamente lo que nos interesa escuchar.</p>
			</sec>
			<sec>
				<title>Un libro abierto</title>
				<p>Es precisamente en la estela de estas observaciones donde debe situarse <italic>La possession de Loudun</italic>, si queremos comprender en qué sentido se trata de un texto capaz de representar la convergencia de los diversos intereses certeaunianos que se fueron perfilando y definiendo a partir de finales de los años sesenta. Podemos añadir, además, que, entre los trabajos más marcadamente historiográficos de Certeau, este es quizá aquel en el que resulta más evidente hasta qué punto atribuía a la práctica histórica un valor político.<xref ref-type="fn" rid="fn60"><sup>21</sup></xref>
				</p>
				<p>La primera consideración que podemos avanzar es que <italic>La posesión de Loudun</italic> parece caracterizarse, ante todo, por no decir ni narrar nada. No hay una voz dominante, no hay un historiador que narre asumiendo un punto de vista; a pesar de que se reproducen largos fragmentos de documentos y actas, está completamente ausente cualquier pretensión de “dar voz” al pasado, a los muertos, a las poseídas. Nos encontramos a una gran distancia de la inspiración de una historiografía romántica, al estilo de Michelet, para quien el historiador, al devolver la palabra al pueblo, cumplía, casi en efigie para toda la sociedad, un rito fúnebre, el trabajo del duelo. Certeau ni siquiera se detiene, como ya se ha mencionado, en Jean-Joseph Surin, cuya trayectoria conocía muy bien y que ya comenzaba a configurarse como el <italic>alter ego</italic> con quien no dejaría de confrontarse a lo largo de su vida intelectual.</p>
				<p>Desde el punto de vista estructural, se presentan extensos extractos de material documental, precedidos por una introducción, seguidos por algunas páginas de conclusión, y acompañados entre capítulo y capítulo por breves comentarios -a menudo meramente de transición- por parte del historiador.<xref ref-type="fn" rid="fn61"><sup>22</sup></xref> Este elemento, de por sí, representa una rareza e incluso adquiere rasgos inquietantes. Por un lado, el historiador manifiesta su labor, exhibe las operaciones típicas del oficio (seleccionar los documentos, decidir qué partes citar y cuáles no, disponerlos en un determinado orden), aunque se abstiene de narrar una historia en el sentido clásico. Por otro lado, aunque los documentos constituyen el núcleo del texto, nadie puede creer que realmente “hablen”, ya que el historiador -aunque calla la mayor parte del tiempo- está siempre presente a través de sus intervenciones, recordando al lector su papel, recordándole implícitamente el lugar desde el que habla (el de una institución que lo reconoce y que le ha concedido el acceso al archivo). Un lugar del que, sin embargo, no puede emerger una “verdad”, dado que, como se repite en varias ocasiones, “la historia nunca es confiable”. De este modo, como ha señalado François Dosse, el texto rechazaba tanto “la fascinación del archivo, que excluiría cualquier comentario por parte del historiador” como la serena autoridad de una voz narrativa que habría corrido el riesgo de una “proyección anacrónica del marco analítico del presente sobre el pasado”.<xref ref-type="fn" rid="fn62"><sup>23</sup></xref>
				</p>
				<p><italic>La possession de Loudun</italic> es también un breve tratado de teoría de la historia, en la medida en que, entre la introducción y la conclusión, el historiador precisa el marco conceptual en el que se ha movido. Si la historia nunca es confiable en general, lo es aún menos en los casos de posesión, los cuales -afirma Certeau- no pueden resolverse jamás en una “explicación histórica verdadera, puesto que nunca es posible saber quién está poseído y por quién”. Sin duda “hay una posesión” o “alienación”,<xref ref-type="fn" rid="fn63"><sup>24</sup></xref> pero se trata de fenómenos que la sociedad tiende a reprimir o rechazar, confinándolos en un espacio delimitado y en oposición al discurso dominante. A este respecto, observa Certeau, nuestras sociedades son -tomando prestado un término de Lévi-Strauss- caracterizadas por la “antropemia”, es decir, son orientadas a expulsar al otro del cuerpo social, a aislarlo, excluirlo, y no a apropiárselo. La práctica histórica constituye uno de los múltiples instrumentos de tales operaciones, de las cuales el enfoque de Mandrou había sido un ejemplo: el historiador había adoptado el punto de vista de los magistrados para observar la brujería como el estertor de un mundo retrógrado, próximo a desaparecer bajo el resplandor cegador de la razón ilustrada.</p>
				<p>La primera operación que Certeau lleva a cabo para contrarrestar el enfoque que tanto había criticado en el trabajo de Mandrou consiste en sustraerse a la lógica de las definiciones. Efectivamente, <italic>La posesión de Loudun</italic>, más que poner en escena al “otro” (y por tanto definirlo), se concentra en la alteración de todos aquellos que resultan perturbados por la posesión, alterados precisamente por el discurso del demonio, quien habla, publica, se manifiesta cuando es invocado, da testimonio, condena. Como se aclara en la introducción, no se trataba de un clásico caso de brujería, en el que la bruja y su inquisidor no interactúan porque la relación de poder, asimétrica, obliga a la primera a someterse al discurso del segundo. En Loudun, los exorcistas practicaban en público, como en un moderno espectáculo circense. El demonio era provocado, se manifestaba e incluso colaboraba, en cierto modo, con el ritual del exorcismo: a horas definidas, en presencia de un público (compuesto por la población local, pero también por forasteros atraídos por una forma de turismo de exorcismos). Pasados algunos años, resultaba peligroso continuar con el espectáculo: pese a que se fijaban lugar y hora, el exorcista ya no dominaba la escena; las posesiones continuaban con relativa impunidad y ponían en evidencia a la autoridad religiosa como un poder en declive. Rápidamente, el saber médico y los magistrados (en representación del soberano) le disputaron a la Iglesia católica la afirmación de su poder y autoridad. Sin embargo, la competencia se jugaba en un terreno que acababa por poner en duda la autoridad de todos los implicados: el demonio era interrogado, escribía, firmaba pactos, disertaba sobre teología, y en la interacción con su discurso, cualquier espacio de autoridad (la Iglesia, el saber médico, el poder político) resultaba profundamente alterado.</p>
				<p>La incertidumbre dominaba también desde el punto de vista epistemológico, cuestionando las condiciones mismas de verdad del discurso de los teólogos y médicos convocados para pronunciarse sobre el caso. La posesión, en cuanto fenómeno, era observada (será solo Surin quien desplazará la atención hacia la interioridad, abriendo así una nueva dimensión). Y, sin embargo, ¿qué es exactamente lo que se ve? ¿Conformidad con el saber? ¿O acaso se puede afirmar que un fenómeno es sobrenatural únicamente porque escapa a la nosología de su tiempo? Por lo tanto, médicos y exorcistas se encontraban enfrentados a la misma pregunta: en los casos de posesión, ¿lo que aparece coincide con lo que es? ¿Podemos, debemos fiarnos? En el fondo, se trataba de la relación, tan antigua como la filosofía, entre apariencia y ser. En el marco delineado por estas preguntas, en una suerte de “teratología de la verdad, se multiplicaban (tanto para unos como para otros) los usos de adjetivos como “verídico”, “verosímil”, “verdad”.<xref ref-type="fn" rid="fn64"><sup>25</sup></xref> Así, a pesar de ser en general rivales en el tratamiento de los casos (por ejemplo, después de los exorcismos estaba prohibido que los médicos curasen las heridas eventualmente provocadas), médicos y teólogos se enfrentaban a las mismas dudas y terminaban por copiarse mutuamente en sus prácticas. En su intento por resolver el enigma entre ser y apariencia, los exorcistas se dedicaban a provocar espectacularmente la posesión para demostrar su carácter sobrenatural, mientras que los médicos sometían a las poseídas a tratamientos y procedimientos que se configuraban como verdaderas torturas, para asegurarse de que no fingían.<xref ref-type="fn" rid="fn65"><sup>26</sup></xref>
				</p>
				<p>En todo caso, el objetivo de tales intentos era interpretar “el monstruo”, construir un saber capaz de descifrar lo que aparece (estamos en plena época barroca, y el <italic>trompe l’œil</italic>, la ilusión, sigue siendo el gran protagonista): los médicos, más que curar, desean diagnosticar (de hecho, lo que se les pide es que “se pronuncien”); los religiosos, más que liberar a las poseídas, deben demostrar el poder que ejercen sobre la posesión y, por tanto, sobre el demonio. En resumen, “Los eruditos buscan designar lo verdadero más que eliminar lo malo. La identificación prevalece sobre la terapéutica. Los medios para curar se convierten en medios para conocer.”<xref ref-type="fn" rid="fn66"><sup>27</sup></xref>
				</p>
				<p>Pero ¿de qué tipo es el saber sobre la posesión? ¿Qué funciones o qué acciones legitima? Por ejemplo, ¿qué se sabe de lo que dice o hace el diablo, mentiroso por excelencia? ¿Qué valor tiene entonces su testimonio o confesión? ¿Y especialmente, qué valor tiene aquel sobre el que se basó la condena a muerte del párroco Urbain Grandier? Siguiendo estas preguntas, Surin terminará por condenar los espectáculos públicos y preferirá las conversaciones personales, para poder discernir con mayor claridad la verdad en el lugar mismo de la mentira.<xref ref-type="fn" rid="fn67"><sup>28</sup></xref>
				</p>
				<p>Ante la proliferación de interpretaciones, el historiador es el único que -aunque recuerda su presencia evidenciando las operaciones del oficio (organizar, catalogar, seleccionar documentos)- no interpreta. Es más: Certeau reconoce explícitamente que se trata de un libro “abierto”, situado entre dos horizontes, en un espacio que nunca se cierra del todo. Por un lado, están las ideas que tenemos sobre el pasado y a partir de las cuales hacemos circular los materiales de archivo dentro del marco de nuestra discursividad; por otro lado, están los propios archivos, cuyos materiales no son en sí mismos productos significantes, siendo el resultado de dinámicas diversas que solo podemos hipotetizar. Nuestra discursividad y el espacio mudo del archivo coinciden únicamente en el momento en que decidimos ejercer una violencia. Una violencia necesaria -sin la cual no habría historia-, pero que Certeau, en este caso, elige no ejercer, dejando su trabajo, en cierto modo, abierto.<xref ref-type="fn" rid="fn68"><sup>29</sup></xref> Así, <italic>La posesión de Loudun</italic> es como el pasado que relata: es decir, “no es”. Si se lee con atención, de principio a fin, lo que se intercambia constantemente en el texto es precisamente la ausencia: cada parte del libro (los comentarios en letra cursiva y los materiales documentales reproducidos) más que pretender decir una verdad, se limita a representar lo que falta a la otra.<xref ref-type="fn" rid="fn69"><sup>30</sup></xref>
				</p>
				<p>El libro permanece “abierto” también por otra razón. Al sostener la imposibilidad de una verdadera explicación histórica para los fenómenos de posesión, Certeau quería también subrayar que la alteridad, la alienación, no pertenecen exclusivamente al pasado. Cada sociedad, en todo tiempo, se enfrenta a las formas sociales en que, una y otra vez, se configura “el otro”. Son los modos en que este es codificado los que deben interpelarnos. Es más: cada vez que el “extranjero” deja de circular entre nosotros “discretamente” (como escribe en las primeras líneas) y comienza a ser desestabilizador, disruptivo, debemos también suspender la respuesta a la pregunta que abre el texto: ¿Se trata de una irrupción o de una repetición del pasado?</p>
			</sec>
			<sec>
				<title>El historiador y la democracia</title>
				<p>El texto abierto, la “trama débil” de <italic>La posesión de Loudun,</italic> apunta también a un elemento más político. En <italic>La escritura de la Historia</italic>, desde las primeras páginas, Certeau había subrayado el valor político de la práctica historiográfica. Es político el modo en que la historiografía articula el discurso y lo real; es política la reflexión sobre dicha articulación (“los procedimientos propios de ‘hacer historia’ remiten a una manera de ‘hacer historia’”)<xref ref-type="fn" rid="fn70"><sup>31</sup></xref> y es política la interacción que, en la operación historiográfica, se establece entre un lugar social, una institución que autoriza el saber, las prácticas científicas que sustentan una discursividad disciplinaria determinada y una escritura.</p>
				<p>Esta interacción, que constituye el tejido mismo de la historiografía, es saboteada por <italic>La possession de Loudun</italic>, obra que destaca los frágiles fundamentos sobre los que se asienta la autoridad de la disciplina histórica. Ciertamente, no inaugura un nuevo modo de “hacer historia” en la medida en que se sirven de los instrumentos propios del oficio que no son puestos en entredicho. Sin embargo, la historia nunca es segura porque se enfrenta a una alteridad que altera la operación discursiva y escritural con la que el historiador cierra y concluye su trabajo. Se trata, en general, de una alteración silenciada, nunca confesada, ya que acercarse demasiado a las fronteras frágiles de la historiografía, reconocer que se habla desde un lugar determinado, evidenciando al mismo tiempo sus límites, representa, sin duda, un gesto arriesgado para cualquier historiador. Y, sin embargo, Certeau, mostrando y explicitando los pasos, los elementos, el tejido mismo de la operación historiográfica, la deconstruye, deconstruyendo también su relación con la verdad, y realiza así un gesto político que genera un cortocircuito en la institución.<xref ref-type="fn" rid="fn71"><sup>32</sup></xref> Como es sabido, al reseñar el texto, el historiador Emmanuel Le Roy Ladurie perdió la paciencia. No podía decir que Certeau había elegido mal sus fuentes; no podía rechazar el dossier archivístico ni su valor; tampoco podía impugnar los pasajes citados. Simplemente, no encontraba quién escribía, no encontraba el punto de vista (ese mismo que Certeau había reprochado a Mandrou): ni el del historiador, ni el del teólogo, ni el del hombre de Iglesia. Evidentemente irritado, trató de golpear a Certeau en la única pertenencia institucional que podía delimitar sin temer ser desmentido: el padre Certeau, escribió, había redactado el libro más diabólico del año.<xref ref-type="fn" rid="fn72"><sup>33</sup></xref>
				</p>
				<p>Pero más allá de la “diablura” que Le Roy Ladurie creía ver en acción, Certeau había optado por no dar la voz a la “razón”, al “progreso”, y también por no tener razón, defendiendo, con su libro abierto, la debilidad del gesto del historiador, su fragilidad pero también su profundo carácter democrático esencial, su capacidad de no ceder ante la seducción del poder: ese poder que nace de la interacción entre lugar, práctica y escritura, y que, aunque animado por las mejores intenciones, habla del otro sin confesar que se trata de <italic>su</italic> saber sobre el otro. Es el momento en el que la historia se transforma en ideología, en instrumento y portavoz del punto de vista dominante -aunque sea progresista, firmemente republicano, opuesto a toda forma de opresión-, como ciertamente era el punto de vista de Mandrou. </p>
				<p>Desde una perspectiva estrictamente política, Certeau puede parecernos prudente, sobre todo si lo comparamos con otros intelectuales contemporáneos suyos; sin embargo, representarlo como un estudioso serenamente ocupado en los templos apacibles de la ciencia, un observador lúcido y analítico pero distante de su tiempo, sería negar a su obra el valor político que realmente vehicula. Certeau, también a través de sus numerosos viajes a América Latina (y en particular a Brasil), había podido observar las distintas formas que podía asumir la crisis o debilidad de las instituciones democráticas, formas mucho más inquietantes y corrosivas que las que se verificaban en la Europa occidental de aquellos mismos años. En <italic>Les révolutions du “croyable”</italic>, publicado en 1969,<xref ref-type="fn" rid="fn73"><sup>34</sup></xref> expresaba sin embargo su preocupación por aquellas acciones políticas fundadas en el utopismo, el derrotismo o la violencia, que le parecían más bien fruto de la imprudencia de los intelectuales y cuyas consecuencias acababan sufriendo los más vulnerables. Sería entonces inútil buscar su compromiso político en tomas de posición públicas o en la postura clásica del intelectual comprometido, tal como nos fue transmitida desde Émile Zola hasta Jean-Paul Sartre. Su compromiso político emerge más bien en una práctica del saber coherente con una visión del mundo profundamente democrática, entendiendo la democracia como el horizonte común en el que poner constantemente en cuestión las modalidades de la vida en común, como la fidelidad a la idea según la cual -en la práctica científica, en la producción cultural, en el compromiso político- la voz, el deseo, la inquietud del otro nunca son subsumidos en el discurso de quien pretende decir la verdad y confunde con universalismo “la ley tácita”<xref ref-type="fn" rid="fn74"><sup>35</sup></xref> de su lugar particular: “Por muy científico que sea, un análisis sigue siendo una práctica localizada y solo produce un discurso regional. Por lo tanto, alcanza seriedad en la medida en que explica sus límites, articulando su propio campo con otros, irreductibles.”<xref ref-type="fn" rid="fn75"><sup>36</sup></xref>
				</p>
				<p>El significado y las modalidades del compromiso político de Certeau remiten, en efecto, a una cuestión ya antigua. Se trata de un problema que, en Francia, habían afrontado ya los fundadores de <italic>Annales</italic>, Marc Bloch y Lucien Febvre. En su intento de renovar, desde la segunda mitad de los años veinte, los estudios históricos desde el punto de vista metodológico delinearon también una postura científica que buscaba liberarse del compromiso político al que tantos historiadores se habían entregado durante la Primera Guerra Mundial, poniéndose al servicio del poder y comprometiendo su saber al servicio de una causa política.<xref ref-type="fn" rid="fn76"><sup>37</sup></xref>
				</p>
				<p>En los años treinta, temiendo desprestigiar sus investigaciones, se refugiaron tras una noción de cientificidad que debía ser sinónimo y garantía de imparcialidad. Bloch apenas tuvo tiempo de arrepentirse, una vez estallada la Segunda Guerra Mundial, de no haber tomado la palabra cuando quizá era necesario hacerlo: <italic>L’étrange défaite</italic><xref ref-type="fn" rid="fn77"><sup>38</sup></xref> es, de hecho, el testimonio y el examen de conciencia de un historiador. Pues bien, podríamos decir que Certeau encontró una forma particular de conjugar el compromiso político y la práctica científica: continuar utilizando las herramientas del oficio de historiador, permanecer fiel al rigor científico, pero deconstruir ambos, poniendo en evidencia sus límites, entendidos como la necesidad de explicitar, en cada ocasión, el lugar desde el cual el historiador toma la palabra. En esta operación deconstructiva, Certeau defendió la debilidad del gesto historiográfico, siempre enfrentado a la alteridad del pasado, que lo obliga a interrogarse sobre las “figuras sociales el otro”<xref ref-type="fn" rid="fn78"><sup>39</sup></xref> que siempre circulan por la sociedad. Pero también rechazó la sabiduría de Mandrou, quien, situándose sin sombra de duda del lado de la razón triunfante y de la cultura, relegó al otro al pasado por temor a practicar, “del mismo modo en el que se controla un automóvil, […] el arte de <italic>controlar su locura</italic>”.<xref ref-type="fn" rid="fn79"><sup>40</sup></xref>
				</p>
			</sec>
		</body>
		<back>
			<fn-group>
				<fn fn-type="other" id="fn40">
					<label>1</label>
					<p>La traducción del artículo, del italiano original, es de la propia autora. La tra ducción de las citas provenientes del francés es de Jorge Rizo.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn41">
					<label>2</label>
					<p>Para el presente artículo, la edición de referencia de la que se han extraído las citas es: <xref ref-type="bibr" rid="B11">Michel de Certeau</xref>, La possession de Loudun, edición revisada por Luce Giard (Gallimard, “Folio”, 2005).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn42">
					<label>3</label>
					<p>Los acontecimientos de la posesión en la ciudad de Loudun eran conocidos más allá de los estudios sobre la historia de la espiritualidad, ya que habían sido objeto de varias transposiciones artísticas: recordemos aquí la novela del escritor <xref ref-type="bibr" rid="B19">Aldous Huxley</xref>, The Devils of Loudun (Chatto &amp; Windus, 1952), que tuvo un discreto éxito y fue traducida a varios idiomas, inspirando además al director de cine Ken Russell.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn43">
					<label>4</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B22">Jean-Joseph Surin</xref>, Correspondance, editada por M. de Certeau (París: Desclée de Brouwer, 1966).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn44">
					<label>5</label>
					<p>Para una reconstrucción detallada de toda la trayectoria editorial —y no solo—, cfr. <xref ref-type="bibr" rid="B13">François Dosse</xref>, Michel de Certeau. Le marcheur blessé (La Découverte/Poche, 2007), 241-261.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn45">
					<label>6</label>
					<p>Ahora en <xref ref-type="bibr" rid="B9">Michel de Certeau</xref>, La culture au pluriel, nueva edición editada por Luce Giard (Seuil, col. “Points”, 1993), 45-72.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn46">
					<label>7</label>
					<p>Para el presente trabajo: <xref ref-type="bibr" rid="B10">Michel de Certeau</xref>, La prise de parole et autres écrits politiques, editada por Luce Giard (Seuil, 1994).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn47">
					<label>8</label>
					<p>Sobre estos aspectos, son esenciales las introducciones de Luce Giard a <xref ref-type="bibr" rid="B8">Michel de Certeau</xref>, La culture au pluriel y L’invention du quotidien, nueva edición editada por Luce Giard (Gallimard, 1990).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn48">
					<label>9</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B5">Michel de Certeau</xref>, “Ce que Freud fait de l’histoire. À propos de Une névrose démoniaque au XVIIe siècle”, Annales. Économies, sociétés, civilisations, t. 25 (1970): 654-667, después publicado con algunas modificaciones en L’écriture de l’histoire (Gallimard, “Folio”, 1975), 339-364.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn49">
					<label>10</label>
					<p>Este trabajo también será retomado, con modificaciones, en L’écriture de l’histoire.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn50">
					<label>11</label>
					<p>Sobre este punto, cfr. <xref ref-type="bibr" rid="B10">Denis Pelletier</xref>, “Loudun, Certeau, Mandrou, Un jésuite entre chez les historiens”, en Jésuites et sciences humaines (années 1960), editado por Étienne Fouilloux y Frédéric Gugelot (Lyon: LARHRA, 2014), 157-173, disponible en línea <ext-link ext-link-type="uri" xlink:href="https://doi.org/10.4000/books.larhra.3251">https://doi.org/10.4000/books.larhra.3251</ext-link>
					</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn51">
					<label>12</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B13">Dosse</xref>, <italic>Le marcheur blessé,</italic> 251.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn52">
					<label>13</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B4"><italic>Michel de Certeau</italic></xref><italic>, “Une mutation culturelle et religieuse: les magistrats devant les sorciers du XVIIe siècle”, Revue d’histoire de l’Église de France, t. 55, núm. 155 (1969): 300-319.</italic></p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn53">
					<label>14</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B21">Robert Mandrou</xref>, Magistrats et sorciers en France au XVII siècle (Plon, 1968).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn54">
					<label>15</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B10">Certeau</xref>, La prise de parole, 39.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn55">
					<label>16</label>
					<p>O herederos de un “modelo centralizador de Luis XIV […] reutilizado indefinidamente en lo sucesivo (aunque en nombre de principios diferentes)” (<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 142). Certeau interpretaba dicho modelo en términos de una creciente centralización tecnocrática.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn56">
					<label>17</label>
					<p>Para retomar la definición de <xref ref-type="bibr" rid="B12">Gilles Deleuze y Félix Guattari</xref>, <italic>Milles plateaux. Capitalisme et schizophrénie</italic> (Minuit, 1980).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn57">
					<label>18</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, <italic>La culture au pluriel</italic>, 147.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn58">
					<label>19</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, <italic>La culture au pluriel</italic>, 142.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn59">
					<label>20</label>
					<p>Escribe Certeau: “¿Cómo explicar de otro modo el silencio del campesinado en nuestra historia francesa? ¿Cómo saber qué fue de millones de ‘personas humildes’, no solo en la Edad Media, sino ayer mismo, si no es a través de lo que han retenido y filtrado los clérigos o los escribanos? Una ignorancia masiva deja a ‘las masas’ en el olvido. Sin duda, se debe al privilegio que posee la escritura, a la represión que ha ejercido sobre la oralidad y sobre expresiones <italic>diferentes</italic>, convertidas en ‘folclore’ en las fronteras de un imperio. Pero este privilegio es el de sus titulares, los clérigos. En él se basa la certeza, nacida con ellos y postulada por su posición, de que se conoce toda la sociedad si se sabe lo que ellos piensan. Que los sabios cambian el mundo es el postulado de los sabios. Es también lo que no pueden dejar de <italic>repetir</italic> de mil formas diferentes. Es la cultura de maestros, la de profesores y letrados: se silencia ‘el resto’ porque se quiere y se proclama origen de todo” (<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, <italic>La culture au pluriel,</italic> 147).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn60">
					<label>21</label>
					<p>No es objeto de este artículo (que pretende destacar la dimensión política de La possession de Loudun en el conjunto de la obra certeauniana contemporánea), sin embargo, recordemos que La possession de Loudun, junto con la ya mencionada edición de la Correspondance de Jean-Joseph Surin, marcó profundamente, en particular en Francia, la historiografía de lo religioso. La estudiosa que más ha trabajado en continuidad con el camino trazado por Certeau es <xref ref-type="bibr" rid="B17">Sophie Houdard</xref>, autora de Les invasions mystiques. Spiritualités, hétérodoxies et censure au début de l’époque moderne (Les Belles Lettres, 2008), así como de numerosos trabajos sobre Loudun, entre ellos: “La possession de Loudun (1632-1637). Un drame social à l’épreuve de la performance”, Communications, núm. 92 (2013): 37-49, y “Le corps exposé. Michel de Certeau et l’expérience diabolique”, en <xref ref-type="bibr" rid="B18">Michel de Certeau. Le voyage de l’œuvre</xref>, ed. Luce Giard (Facultés Jésuites de Paris, 2017), 101-111. En esta misma línea se sitúa la obra del prematuramente fallecido <xref ref-type="bibr" rid="B1">Mino Bergamo</xref>: L’anatomia dell’anima. Da François de Sales a Fénélon (Il Mulino, 1991).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn61">
					<label>22</label>
					<p>Que la estructura de La possession de Loudun siguiera el modelo de otros volúmenes de la colección “Archives” es, en realidad, irrelevante, como recuerda Philippe Boutry: “Lo primero que llama la atención en <italic>La Posesión de Loudun</italic> es el estilo de escritura: una articulación particular entre el texto y su comentario, entre el documento y la reflexión que lo acompaña. Esta construcción obedece, por supuesto, a las normas de una colección, ‘Archives’, dirigida entonces por Pierre Nora y Jacques Revel en la editorial Julliard, y de la que <italic>La Posesión de Loudun</italic> constituye, en 1970, el volumen trigésimo séptimo. Pero una misma regla no funciona de manera uniforme para todos los historiadores; basta con comparar el estilo de <italic>La Posesión de Loudun</italic> con el de algunos títulos casi contemporáneos de la misma colección, como <italic>L’An mil</italic>, de Georges Duby, o <italic>Le Procès de Louis XVI</italic>, de Albert Soboul” (<xref ref-type="bibr" rid="B3">Philippe Boutry</xref>, “De l’histoire des mentalités à l’histoire des croyances. <italic>La possession de Loudun</italic> (1970)”, <italic>Débat</italic>, núm. 49, (marzo-abril 1988): 85-86.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn62">
					<label>23</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B13">Dosse</xref>, Le marcheur blessé, 252.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn63">
					<label>24</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 421.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn64">
					<label>25</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 226.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn65">
					<label>26</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 246.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn66">
					<label>27</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 237.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn67">
					<label>28</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 283.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn68">
					<label>29</label>
					<p>“Abierto” también en el sentido que puede atribuirse al adjetivo a partir de <xref ref-type="bibr" rid="B15">Umberto Eco</xref>, Opera aperta forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee (Bompiani, 1962).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn69">
					<label>30</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 24-25.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn70">
					<label>31</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B5">Certeau</xref>, L’écriture de l’histoire, 12. [N. de T.: Certetau hace un juego de palabras en francés: pretende decir que “escribir” historia remite a una forma de hacerla en sentido acontecimental, es decir, “escribir historia es hacer historia”.]</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn71">
					<label>32</label>
					<p>Aunque nunca abandonó del todo las instituciones (la academia —en 1983 logró, no sin esfuerzos, ser elegido en la ehess de París, tras más de una década de cargos precarios pero prestigiosos— y también la Compañía de Jesús), la soltura con la que habitó esas estructuras le permitió burlarse de la autoridad que ostentaban. Sería necesario un estudio aparte para analizar cómo las instituciones producen la autoridad que requieren, en el marco de sus reflexiones sobre la creencia, a partir de sus textos: “Corps torturés, paroles capturées”, en <xref ref-type="bibr" rid="B7">Michel de Certeau</xref>, editado por Luce Giard (Centre Georges Pompidou, “Cahiers pour un temps”, 1987), 61-70; “Une pratique sociale de la différence: croire”, en Faire croire. <xref ref-type="bibr" rid="B6">Modalités de la diffusion et de la réception des messages religieux du XIIe au XVe siècle</xref>, actas de mesa redonda, Roma, 22-23 junio 1979, (École française de Rome, 1981), 363-383 y el capítulo X de L’invention du quotidien.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn72">
					<label>33</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B20">Emmanuel Le Roy Ladurie</xref>, “Le Diable archiviste”, Le Monde, 12 noviembre 1971.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn73">
					<label>34</label>
					<p>Ahora en <xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 17-32.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn74">
					<label>35</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 193.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn75">
					<label>36</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 194.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn76">
					<label>37</label>
					<p>Para una síntesis del itinerario intelectual y político de Bloch, cfr. <xref ref-type="bibr" rid="B14">Olivier Dumoulin</xref>, Marc Bloch (Presses de Sciences Po, 2000).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn77">
					<label>38</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B2">Marc Bloch</xref>, L’étrange défaite: témoignage écrit en 1940 (Gallimard, “Folio”, 1990).</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn78">
					<label>39</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B11">Certeau</xref>, La possession de Loudun, 423.</p>
				</fn>
				<fn fn-type="other" id="fn79">
					<label>40</label>
					<p>
						<xref ref-type="bibr" rid="B9">Certeau</xref>, La culture au pluriel, 222</p>
				</fn>
			</fn-group>
		</back>
	</sub-article>-->
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