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Guido Gozzano e Intossicazione, o del letterato giornalista
Versants, vol. 2, núm. 69, pp. 163-177, 2022
Universität Bern

Artículos


DOI: https://doi.org/10.22015/V.RSLR/69.2.11

Sommario: Guido Gozzano è conosciuto prevalentemente per la sua produzione poetica, a fianco della quale è tuttavia necessario ricordare l’esistenza di un altrettanto notevole produzione in prosa, composta prevalentemente da scritti giornalistici di varia natura. Il presente lavoro analizza uno di questi testi, Intossicazione, articolo del 17 maggio 1911 dedicato a un caso di cronaca nera, con l’intento di chiarire come esso si inserisca in quel dibattito critico che, tra fine Ottocento e inizio Novecento, investe i rapporti tra giornalismo e letteratura.

Parole: Gozzano, Intossicazione, letteratura, giornalismo, Stefano Ala.

Gozzano giornalista

Guido Gozzano è oggi ricordato come uno dei maggiori poeti del primo Novecento italiano, ma la sua produzione comprende anche testi in prosa di vario genere, molti dei quali sono frutto di collaborazioni con diverse testate giornalistiche.

Il rapporto con giornali e riviste si intensificò a partire dal 1909, anno in cui la madre fu colpita da paralisi, e la necessità di occuparsi della famiglia lo spinse a «farsi gazzettiere» (Pollone 2011: XV) per ragioni economiche. Le relazioni più prolifiche furono quelle con “La Donna”, “Il Momento” e “La Stampa”, che lo impegnarono in particolare con articoli di costume e scorci di vita cittadina. Da questi lavori emerge, come ha scritto Flaminio Di Biagi, il temperamento di uno «scaltro commentatore e cronista mondano» (Gozzano 2017: 15), dedito a intessere racconti in cui notizie di attualità si intrecciano con il vissuto autobiografico e la cultura letteraria.

Emblematico in questo senso risulta Intossicazione, articolo dedicato a un caso di cronaca nera pubblicato il 17 maggio 1911 su “Il Momento”1.

L’intreccio tra notizia giornalistica e riferimenti colti operato da Gozzano nei suoi articoli rivela una particolare commistione tra giornalismo e letteratura che è riconducibile all’accesa discussione che per tutto il Novecento ha occupato la critica in merito alla terza pagina e al suo articolo di apertura, l’elzeviro. Spazio di cultura per eccellenza all’interno della stampa periodica, la terza pagina rispose alle esigenze del lettore italiano, che iniziò a considerare il giornale un surrogato dei libri che non poteva o non voleva comprare. In questo spazio le relazioni tra informazione e cultura si ampliarono, raccogliendo scritti di natura eterogenea che avvicinarono l’elzeviro alla prosa d’arte2.

Poiché Intossicazione è situato in apertura della terza pagina de “Il Momento”, sembra legittimo domandarsi se possa rientrare nella categoria dell’elzeviro ed essere considerato un pezzo che oltrepassa la dimensione prettamente giornalistica per legarsi a un discorso culturale più ampio.

Tramite un’analisi puntuale di Intossicazione e il suo raffronto con alcuni articoli di cronaca contemporanea è possibile indagare i rapporti intercorrenti tra letteratura e giornalismo all’interno della scrittura giornalistica di Gozzano, tratteggiando la cifra di affinità di questo scritto con la notizia d’informazione da un lato e con la prosa d’arte dall’altro.

Questo intervento si situa in un ambito critico poco sviluppato, in quanto manca ancora un’edizione completa dedicata alle prose gozzaniane. La difficoltà maggiore in questo senso è da imputare alla disomogeneità che caratterizza gli articoli di Gozzano: oltre ai problemi derivati dal fatto che questi testi furono originariamente pubblicati su una ventina di testate differenti, l’eterogeneità dei loro contenuti rende complessa una riunione in categorie prestabilite. Alcune prose, come le lettere dall’India3 e la letteratura per l’infanzia4, hanno ottenuto una specifica nicchia di interesse critico-editoriale; altre, come gli articoli mondani sull’esposizione di Torino5 e i testi narrativi6, sono state raccolte in base a tratti tematico-stilistici ricorrenti. Esiste infine un numero non irrilevante di articoli ed elzeviri che rimane negletto dalla critica.

Intossicazione: un caso particolare

Pubblicato per la prima volta come articolo di cronaca nera su “Il Momento” il 17 maggio 1911, Intossicazione non è stato incluso nella prima raccolta di opere di Gozzano pubblicata presso i fratelli Treves (1935-1937). Lo scritto fu invece integrato nell’edizione Garzanti delle Opere del 1948 a cura di Carlo Calcaterra e Alberto De Marchi, nella sezione “Prose varie”. Fu preso in considerazione anche dalla raccolta Garzanti Poesie e prose del 1961 a cura di Alberto De Marchi, per essere poi accantonato dalle raccolte di opere degli anni successivi, fino al 1995, quando Luca Lenzini lo inserì nell’edizione di Poesie e Prose pubblicata da Feltrinelli.

Il testo si apre facendo riferimento a un processo conclusosi «ieri l’altro» (Gozzano 1956: 999), ossia il 15 maggio 1911, giorno in cui la causa contro Stefano Ala, seguita con interesse dai contemporanei, giunse all’udienza risolutiva. Rifacendosi a una vicenda giudiziaria realmente avvenuta, Intossicazione non può, dunque, essere definito un racconto: considerato dagli studiosi privo di interesse letterario e valutato principalmente per la sua valenza giornalistica, non è mai stato integrato nelle edizioni gozzaniane di testi narrativi.

Un approccio differente, che recupera la valenza poetologica dello scritto, è offerto dal lavoro di Edoardo Sanguineti, che in Guido Gozzano. Indagini e letture propone degli «assaggi critici» (Sanguineti 1955: 9) di alcune prose gozzaniane, tra cui Intossicazione. Il saggio si concentra in particolare sulle influenze culturali che potrebbero aver agito su Gozzano in fase di composizione e sulla centralità del motivo della tabe letteraria nell’ideologia gozzaniana. Similmente, Guglielminetti osserva come, tra gli elzeviri apparsi su “Il Momento” tra il 1911 e il 1912, Intossicazione sembri il solo ad aver mantenuto un «rapporto vivo con la concezione della poesia che aveva sinora ispirato Gozzano» (Guglielmineti 2007: 178).

Il testo segue la vicenda di Stefano Ala, un giovane piemontese che in preda a un raptus di gelosia uccise a colpi di pistola la ragazza amata e il suo compagno di ballo durante una festa di paese. Questo omicidio, verificatosi nel comune di Villar Focchiardo il 13 novembre 1910, catturò l’interesse del pubblico per tutta la durata del processo (Corte d’Assise di Torino, 9-15 maggio 1911), fino alla condanna definitiva del giovane a nove anni di carcere.

In Intossicazione Gozzano si sofferma in modo particolare sulla psicologia del giovane omicida, imputando il suo comportamento delittuoso a una «intossicazione letteraria» (Gozzano 1956: 1002) e servendosi della storia di questo crimine per sviluppare le proprie idee in merito al rapporto tra letteratura e realtà. Dopo aver liquidato in poche righe il racconto dell’assassinio, Gozzano, si concentra dunque sull’analisi dell’animo dell’assassino e delle cause che lo hanno «trascinato nel delitto» (1002):

In Stefano Ala sono due personalità distinte, come in un’erma bifronte; l’impulsivo passionale e sanguinario, e il poeta, il «fanciullo musico» di Cebes Tebano [...]. Di questo soltanto voglio parlare e indagare la causa prima che sospinse l’anima canora del piccolo montanaro sulle vie fosche del delitto senza riparo. [...] Il delitto fu volgarissimo. Non volgare fu invece l’amore del piccolo omicida, ma soffuso di un idealismo che fa ricordare l’amore «dolce stil novo», gli spasmi purissimi dei poeti trecenteschi per le donne fatte di sogno e di evanescenza. Tale era l’amore di Stefano Ala, se le letture funeste non l’avessero raggiunto in fondo alla sua valle solitaria (1000).

La complessa pulsione che anima il giovane è innanzitutto paragonata all’amore idealizzato degli stilnovisti: Ala coltiva la sua passione da lontano, nella dimensione del sogno, e la esterna componendo versi in italiano e in francese. La sofferenza che deriva da questo amore porta il giovane a cercare consolazione tra le pagine dei libri, nelle quali Gozzano individua il germe della pazzia inoculato da «Monna letteratura» (1002):

Stefano Ala è stato vittima dei suoi imparaticci poetici. Poeta egli stesso, ma candido e ignaro, la sua anima non si sarebbe guasta, riarsa, illividita fino al delitto atroce, se non fosse stata esaltata dai troppi libri che lo raggiungevano nella sua valle serena [...] libri di maestri e di non maestri, letture varie e disparate, perniciosissime tutte per una psiche ingenua, candida, primitiva, già propensa al sogno ed alla fantasia. È l’esempio tipico della intossicazione letteraria (1002).

L’autore spiega infatti che la vita di qualsiasi individuo imita la letteratura; tuttavia, all’interno di questo fenomeno, esiste una grande differenza tra i «cittadini evoluti e raffinati», tra i quali annovera se stesso, e gli «spiriti candidi e primitivi» (1002) come Stefano Ala. I primi, appartenenti al mondo moderno, sono cresciuti in maniera da riconoscere le fantasie dei poeti per quello che sono: semplici fantasticherie che possono inebriare in un primo momento, ma che non hanno alcun effetto duraturo sui loro animi. I secondi sono invece soggetti più a rischio, in quanto presentano una coscienza incontaminata, incapace di riconoscere le differenze che intercorrono tra la vita e la letteratura probabilmente perché appartenente a un passato in cui le due dimensioni ancora coincidevano.

Gozzano ritrae dunque un ragazzo dall’animo candido, un fanciullo che «si meraviglia d’ogni cosa e canta la sua gioia e il suo dolore di esistere» (1000) e che non è dotato degli anticorpi necessari a respingere «le fantasie troppo romantiche e troppo tragiche dei poeti» (1002). In questo senso, da colpevole Stefano si trasforma in vittima e dunque la denuncia si rivolge alle letture che lo hanno portato al delitto, che hanno cioè infettato, esasperandoli, i suoi sentimenti:

Certi spiriti candidi e primitivi [...] sono «soggetti» predisposti dalla loro psiche intatta all’intossicazione immediata; sono «splendidi soggetti» come le cavie dei laboratori medici, che prendono immediatamente i germi inoculati dalla siringa dello studioso. [...] La coscienza del giovinotto s’è disgregata sotto l’azione funesta della lettura e in quel temperamento paranoico (tale lo definì l’indagine psichiatrica) timido, fantastico, il veleno grossolano, impotente sugli spiriti nostri, trovò il «locus minoris resistentiae» come il bacillo di Koch nel tessuto del polmone già leso; l’infezione fu rapida e fatale (1002-1003).

In questo quadro clinico Lorenzo Stecchetti è additato come causa primaria dell’atto sanguinario:

Stefano Ala è vittima di molti autori, ma di Stecchetti, specialmente. Stecchetti è il suo Vergilio, «Postuma» il suo libro prediletto. [...] Ironia delle cose! Stecchetti, falso tisico, falso tragico, amatore, odiatore, trucidatore immaginario, riesce ad armare sul serio la mano di un montanaro adolescente [...] (1003).

Intossicazione continua dunque una polemica letteraria iniziata alcuni anni prima contro Postuma, raccolta in versi pubblicata nel 1877 da Olindo Guerrini7 e da lui attribuita a un fantomatico cugino morto di tisi a trent’anni. Gozzano critica la finzione stecchettiana in almeno due occasioni: in una lettera a Giulio De Frenzi del 28 giugno 1907 e in un sonetto in cui descrive la malattia in maniera serenamente disincantata, senza i lamenti e i gemiti evocati da Stecchetti. Gozzano considera il «finto morituro» (877) come l’esponente di una letteratura non autentica e in Intossicazione lo liquida definitivamente in quanto promotore di sentimenti inventati che possono condurre a comportamenti devianti. La definitiva condanna a «falso tisico, falso tragico» (1003) critica dunque un tipo di scrittura che non rispecchia intimamente le condizioni e i sentimenti del poeta e che rischia perciò di concorrere all’alterazione dell’identità di lettori come Stefano Ala, convinti di riconoscersi nelle parole di testi in realtà basati sulla finzione.

Il «rapsodo valsusino» nella stampa contemporanea

Prima della comparsa di Intossicazione, su “Il Momento” furono pubblicati cinque articoli sul processo di Stefano Ala. Usciti tra il 10 e il 14 maggio 19118, sono tutti raccolti nella rubrica «Pandette e manette», dedicata a resoconti di casi giudiziari, e mantengono lo stesso titolo: La tragedia di Villarfocchiardo. A quest’ultimo, negli articoli del 10, 11 e 13 maggio, è unito il sottotitolo Poeta ed assassino, binomio che ben riassume la vicenda di Stefano Ala. Con il procedere del processo venne dedicato sempre meno spazio alla notizia, senza contare che il 16 maggio 1911, all’indomani della sentenza finale, non fu pubblicato alcun pezzo in merito. Raccontare la conclusione della vicenda spettò dunque all’articolo di Gozzano, che esulò dalla rubrica «Pandette e manette» trascendendo lo status di articolo di cronaca nera e acquistando invece il valore di una narrazione a sé stante.

Per trarre informazioni più dettagliate sui temi trattati dalla stampa contemporanea è stato necessario rivolgersi a un’altra testata, “La Stampa”, che seguì l’intera vicenda a partire dall’omicidio fino alla sentenza finale. Sul maggior quotidiano torinese si contano infatti ben undici titoli dedicati alla vicenda, cinque dei quali pubblicati nei medesimi giorni di quelli apparsi su “Il Momento” e dedicati alle udienze processuali. Si tratta di pezzi raccolti nella rubrica «Reati e pene» e i cui titoli, a differenza della precedente testata, variano per riassumere gli eventi chiave delle udienze svoltesi i giorni precedenti. Si noti, inoltre, che tutti e undici i titoli sono firmati «Cini», pseudonimo utilizzato da Lorenzo Rosano (1876-1920), giornalista specializzato nella redazione di resoconti processuali (Frassati 1978: 154).

Oltre agli articoli dedicati all’inizio e alla fine del processo, particolarmente importanti per ricostruire i tratti peculiari di Stefano Ala in relazione a quelli presi in considerazione da Gozzano risultano due pezzi che precedono di alcuni mesi la causa legale.

Il 16 novembre 1910 fu diffuso un primo resoconto dell’omicidio avvenuto tre giorni prima a Villar Focchiardo. Il lungo titolo – Un duplice assassinio a Villarfocchiardo. Un giovane diciottenne uccide in un ballo l’antica innamorata ed il suo rivale – delinea l’accaduto in maniera sintetica prima di entrare nella ricostruzione dettagliata della dinamica dei fatti e nella descrizione fisico-caratteriale dell’omicida. Fissando dunque una prima linea cronologica degli avvenimenti, l’articolo presenta i giovani protagonisti con informazioni molto specifiche:



Ala Stefano di Angelo e di Vemio Camilla, diciottenne, da Villarfocchiardo
e di professione meccanico. Di carattere chiuso e taciturno [...] Un giovane
bruno, dal viso pallido, cogli occhi intelligenti e mobilissimi, di media al
tezza, mingherlino. [...] amantissimo dei libri [...] disoccupato da più di un
mese.
[...] bella e avvenente ragazza del paese, certa Viola Caterina di Giuseppe e
di Miletto Virginia, diciottenne, filatrice nella fabbrica di Wild e Abegg a
Borgone.
[...] Baritello Luigi di Giuseppe e di Poglio Caterina, carrettiere, dicianno
venne, pure di Villarfocchiardo, biondo ed aitante della persona (Rosano 16 novembre 1910: 5).

Simili informazioni non dovettero interessare Gozzano che, come già accennato, preferisce concentrarsi sull’interiorità del giovane assassino. Si tratta quindi di dati che in Intossicazione vengono drasticamente sfrondati, mantenendo solamente i nomi di battesimo dei protagonisti.

Il secondo articolo, pubblicato il 14 marzo 1911, è dedicato alla descrizione dei documenti presentati come prove del processo, incarti che rivelano «l’animo di uno strano tipo di delinquente [...] uomo d’epoche lontane» (Rosano: 3). L’epistolario di un rapsodo che uccise per amore passa in rassegna le let- tere scritte da Ala prima del delitto, scritti che seguono la vicenda amorosa dai suoi inizi al suo deterioramento e contengono alcuni dei motivi sviluppati da Gozzano. Emerge in particolare la figura del giovane appassionato di letteratura – paragonato per la prima volta a un «rapsodo» (Rosano: 3) – e influenzato da Stecchetti: Ala ricopiava infatti frammenti di Postuma nelle sue lettere, consolandosi con l’idea che altri avessero sofferto come lui. Poiché descrive l’animo sensibile e facilmente impressionabile del giovane assassino, questo articolo potrebbe costituire l’origine del motivo del «fanciullo primitivo» (1004) vittima di Stecchetti successivamente sviluppato da Gozzano.

Notevole è la presenza di alcuni versi composti da Ala quando era convinto che la sua innamorata lo corrispondesse:



Perché il tuo sguardo par così profondo
e tutto tremo quando in me è fiso?
Perché senza di te nulla m’è il mondo,
nulla è la gioia senza il suo sorriso? (Rosano 14 marzo 1911:3).

Anche Gozzano inserisce questo frammento in Intossicazione, dopo aver paragonato l’amore del giovane all’idealismo stilnovista. In questo senso, i topoi dello sguardo e del tremore presenti in questi versi fungono da prova del legame tra i sentimenti di Ala e gli «spasmi purissimi dei poeti trecenteschi» (Gozzano 1956: 1000).

Il processo, dopo essere stato rinviato per due volte, si aprì il 9 maggio 1911 con l’interrogatorio di Stefano Ala, al quale seguì la lettura di alcune delle sue canzoni e del memoriale scritto in carcere. L’articolo relativo all’inizio del processo, intitolato Il processo del piccolo rapsodo valsusino omici- da per amore, è quello che contiene più parallelismi con lo scritto di Gozzano. nnanzitutto, l’autore accenna al fatto che Ala presenta un «romanticismo appreso dalle letture continue, ma forse non ben digerite» (Rosano 10 maggio 1911: 4), idea attorno alla quale Gozzano impernia il proprio scritto. Tra le canzoni esaminate in tribunale il 9 maggio, tre in particolare sembrano aver attirato l’attenzione di Gozzano, che le riprende in Intossicazione.

La prima di esse, scritta in francese, è senz’altro indice della cultura popolare di alto livello del giovane montanaro9 e presenta un accento fortemente malinconico:



Elle est partie sans une larme,
sans un regret, sans un soupir,
me laissant encore sous le charme
de son visage plein de désir;
elle disait si bien: – Je t’aime! –
que je croyais en mon bonheur,
insensé que j’étais moi-même
de croire à son souris menteur.
Valsez, valsez,
rêves envolés;
chagrin d’amour
dure toujours! (Rosano 10 maggio 1911: 4).

Si tratta di versi dedicati alla sofferenza derivata dall’allontanamentodell’amata, descritta come una donna crudele che ha giocato con i sentimenti del poeta. Gozzano li riporta dopo aver individuato la presenza di un «fanciullo musico» nell’animo di Ala, a esemplificare la maniera di esprimersi di questo «rapsodo valsusino» che «canta la sua gioia e il suo dolore di esistere» (Gozzano 1956: 1000-1001).

La seconda canzone sembra un’ulteriore conferma dell’esistenza di un’«anima d’artista» in Stefano Ala, personalità che stride con la professione di «fabbro ferraio» del giovane:



Triste il fucinatore
accende rovente foco,
ma al paragone è poco
di quel che gli arde in core (Rosano 10 maggio 1911: 4).

In questo frammento Ala paragona l’incandescenza del fuoco – potente elemento naturale usato dal giovane per praticare il mestiere di fabbro, connesso pertanto alla sua vita quotidiana e concreta – all’intensità dell’ardore amoroso, che risulta preponderante. Quest’ultimo è infatti simbolo dalle fantasie passionali che muovono l’animo del giovane e ne prendono possesso, alienandolo dalla realtà. Si tratta della citazione con la quale Gozzano decide di aprire Intossicazione, fornendo dunque una sintetica descrizione dell’omicida: un fabbro tormentato da tristezza e in preda alla passione amorosa.

Cini riporta infine i primi versi d’amore dedicati a Caterina, già citati nel pezzo del 14 marzo.

L’articolo del 16 maggio 1911 comprende, oltre alle ultime arringhe, il verdetto dei giudici e la sentenza finale. Il titolo – Il piccolo rapsodo ha incominciato la sua espiazione che durerà nove anni – anticipa la pena comminata dal Presidente dopo aver ascoltato il verdetto dei giurati. La condanna a «9 anni, 9 mesi e 17 giorni di reclusione» fu ritenuta dall’opinione collettiva una sentenza mite, emessa sperando nella possibilità di «redenzione d’una fanciullezza traviata e sventurata» e nell’auspicio di «riabilitazione» e «riconquista del bene» (Rosano 16 maggio 1911: 4).

A quest’ultimo articolo de “La Stampa” corrisponde la pubblicazione di Intossicazione su “Il Momento”, che si chiude considerando la condanna una possibilità di guarigione:

Nove anni di carcere per chi ne ha diciassette, offrono ancora all’uomo che ne uscirà ventiseienne, un avvenire di bene e di redenzione. L’omicida avrà espiato e sarà guarito di false fantasie letterarie; in lui canterà soltanto il fanciullo primitivo [...] (Gozzano 1956: 1004).

Gozzano letterato

Con lo sviluppo della terza pagina, a partire dal primo Novecento, gli stili di scrittori e giornalisti si influenzarono a vicenda, creando da un lato una lingua letteraria meno legata alla norma accademica e dall’altro una prosa giornalistica più letteraria (Falqui 1965: 385-386). Infatti, fin dall’articolo pubblicato su “La Stampa” il 14 marzo 1911 si nota che la vicenda di Stefano Ala è descritta con un tono erudito, con riferimenti colti a Leopardi e Schiller e una vena narrativa:

Non amore e morte ha pensato il trovatore delle balze delle Alpi Cozie, con pensiero leopardiano: ma amore o morte egli ha gridato alla giovane fanciulla che in lui aveva destato l’estro d’amore e di poesie, come il bardo della leggenda schilleriana (Rosano 14 marzo 1911: 3).

La somiglianza stilistica tra gli articoli di Cini e Intossicazione è da imputare anche al sottogenere giornalistico al quale appartiene la vicenda narrata, e cioè la cronaca nera (Bertoni 2009: 28-36). Si tratta di un filone particolarmente prossimo alla letteratura soprattutto perché – similmente al romanzo – sviluppa temi eccezionali e patologici che esulano dai limiti della vita comune.

Gozzano sembra infatti sentirsi libero di presentare il caso di Stefano Ala in chiave romanzesca, facendolo apparire come una sorta di eroe negativo i cui sbagli rappresentano un monito. Il giovane antieroe può assolvere questo compito proprio perché i lettori si identificano spesso con gli imputati dei casi di cronaca nera, che tengono in sospeso la curiosità del pubblico e ne sollecitano la fantasia.

Tra letteratura e giornalismo esistono tuttavia delle differenze che non è possibile trascurare e che risultano utili per identificare la distanza esistente tra gli articoli di Cini e Intossicazione.

In primo luogo, i pezzi di Cini, in quanto resoconti processuali, hanno valore fino alla chiusura della vicenda, e cioè alla sentenza finale dei giudici; Intossicazione sembra invece ambire alla durata nella mente dei lettori. Frasi come «di questo mimetismo siamo un po’ vittima tutti» (Gozzano 1956: 1002) generalizzano infatti il discorso, portando a considerare Stefano Ala un caso tipico.

Secondariamente, mentre Cini si basa sulla realtà dei fatti e non su speculazioni personali, Gozzano rielabora la realtà – togliendo o aggiungendo dati e aneddoti – per conformarla al proprio obiettivo critico, e cioè denunciare i pericoli insiti nel prendere la letteratura «troppo sul serio» (Stäuble 1972: 72).

La possibilità offerta dal genere della cronaca nera di scavare oltre la superficie documentaria permette a Gozzano di prendersi alcune libertà rispetto al reale svolgimento dei fatti. Ad esempio, per quanto riguarda l’età di Stefano Ala, secondo gli articoli de “La Stampa” egli era un diciottenne, mentre Gozzano lo qualifica come «montanaro diciassettenne» (Gozzano 1956: 999). Secondo i documenti dell’Ufficio Anagrafe di Villar Focchiardo, Ala nacque il 5 giugno 1892; al momento dell’omicidio, il giovane aveva quindi diciotto anni10. Non è possibile stabilire se si sia trattato di un errore oppure di una sorta di distorsione romantica dei fatti attuata da Gozzano per enfatizzare l’inesperienza del rapsodo11. Simili osservazioni sembrano tuttavia supportare l’ipotesi che Gozzano, partendo dalla figura reale di Stefano Ala, abbia voluto plasmarla a modello ideale per fungere da monito al lettore.

Il cambiamento più importante rispetto agli articoli de “La Stampa” riguarda l’enfatizzazione dell’ispirazione poetica del giovane rapsodo e del ruolo giocato dalle molteplici letture. Si tratta di elementi tenuti in considerazione in sede processuale, che tuttavia rimangono marginali e non vengono ritenuti sufficienti per dichiarare la semi-infermità dell’imputato. Invece in Intossicazione l’intera vicenda si regge sull’evoluzione fatale subita dall’animo candido del giovane, impreparato ad elaborare un certo tipo di letture. Anche l’elenco di queste ultime fa parte della distorsione dei fatti attuata da Gozzano. Infatti, durante l’udienza del 9 maggio 1911, furono enumerati gli autori letti da Stefano Ala: «Conosce le opere di Balzac, di Chateaubriand, Carducci, Cavallotti, Graf, D’Annunzio, [...], di Foscolo, di Stecchetti, di Leopardi, di Maeterlinck» (Rosano 10 maggio 1911: 4).

La sorprendentemente ampia cultura letteraria del rapsodo viene in un certo senso ridimensionata da Gozzano, che in Intossicazione omette i nomi di D’Annunzio, Foscolo, Leopardi e Maeterlinck.

Accogliendo l’ipotesi che Gozzano abbia letto l’articolo de “La Stampa” si può parlare di omissione volontaria, probabilmente motivata da ragioni di natura personale. Lungo la propria carriera Gozzano ha infatti guardato proprio agli autori citati come a modelli di riferimento e riconoscerli come responsabili del delitto di Stefano Ala poteva comportare per lui un pericolo. Gozzano non poteva cioè rischiare che i suoi scritti – e in particolare i primi esperimenti poetici, fortemente influenzati dai quattro autori omessi – fossero considerati possibili veicoli dell’intossicazione letteraria, patologia dalla quale si distanzia qui con convinzione.

Come accennato, nei suoi articoli Gozzano tende a intrecciare la notizia di cronaca con il proprio vissuto; in questo senso, le libertà che l’autore si prende rispetto alla stampa contemporanea risultano rivelatrici. Ciò riguarda soprattutto il ruolo chiave che secondo lui ha avuto l’intossicazione letteraria nell’omicidio. La malattia è causata dal fatto che Stefano Ala non conosceva il principio secondo il quale «non la vita foggia la letteratura; la letteratura foggia la vita» (Gozzano 1956: 1002); principio al quale Gozzano fa riferimento più volte, a partire da una lettera ad Amalia Guglielminetti del 5 giugno 1907: «La letteratura vuole così: e la letteratura è quella che foggia la vita» (Gozzano 2019: 14). Ne Le torri del silenzio (1914), descrivendo la città di Bombay, osserva: «qui il letterato è esposto di continuo al rammarico acuto, al dispetto indefinibile che si prova quando la realtà imita la letteratura» (Gozzano 1956: 176). E ancora, in Torino d’altri tempi (1915), commentando l’atmosfera di Piazza Castello: «non l’arte imita la vita, ma la vita l’arte; le cose non esistono se prima non le rivelano gli artisti» (Gozzano 1956: 417).

Questa ripresa indica l’importanza che il principio detiene nel pensiero di Gozzano, che ne risulta a tratti preoccupato, temendo probabilmente di rientrare tra coloro che non riescono a distinguere tra letteratura e vita. Ciò è da ricollegare ai suoi primi esercizi poetici, all’interno dei quali la lirica dannunziana giocò un ruolo fondamentale. Nel 1907 Gozzano si dichiarò vittima di «imparaticci d’annunziani» (Gozzano 2019: 16), maldestre pratiche scrittorie che sembrano corrispondere agli «imparaticci poetici» (Gozzano 1956: 1002) di Stefano Ala. Così come Gozzano sentì la necessità di depurarsi dalla maniera dannunziana in vista della pubblicazione de La via del rifugio, similmente avrebbe dovuto fare Ala con le letture perniciose di cui era stato vittima.

La possibilità di tracciare un rapporto tra il vissuto di Gozzano e la vicenda di Ala è stata postulata in primo luogo da Sanguineti, che osserva un cambiamento tra «un primo, giovane, illuso Gozzano, contaminato dal dannunzianesimo» e un «Gozzano criticamente disincantato, che ha sciolto la confusione, che ha scoperto l’errore radicale del dannunzianesimo». L’errore di cui parla il critico consiste nella confusione tra arte e vita, che cessa appunto quando Gozzano realizza che «la vita è vita, e la letteratura è sogno» (Sanguineti 1975: 33). Il primo Gozzano a cui si riferisce Sanguineti corrisponderebbe dunque all’ingenuo protagonista di Intossicazione, per il quale Gozzano auspica un futuro di redenzione, poiché «[...] v’è nel monta- naro adolescente un’anima di poeta originale, immune da deviazioni. È il fanciullo musico superstite nell’omicida, il fanciullo ignaro di tabe letteraria, che cantava agli abeti ed ai nevai» (Gozzano 1956: 1003).

L’ipotesi di un parallelo tra i due risulta legittimata anche dal fatto che prima della stesura di Intossicazione, Gozzano dichiarò diverse volte di essere affetto da «tabe letteraria»12: proprio come Stefano Ala, il giovane Gozzano si lasciò influenzare dagli autori sopra citati, estraniandosi dalla realtà e rifugiandosi nella letteratura. Si trattò però di un’evasione sofferta, che lo portò a guardare alla letteratura alternativamente come male e come rimedio.13 Questo conflitto interiore sembra in un certo senso trovare un epilogo in Intossicazione e risolversi con la presa di coscienza dell’esistenza di una frattura tra arte e vita. Secondo l’interpretazione di Gozzano, ciò che ha condotto Ala al delitto sarebbe stato dunque l’aver confuso le due dimensioni e l’aver accettato categoricamente un modello letterario, fornitogli in primo luogo da Stecchetti, come esempio su cui regolare la vita quotidiana.

Verso una conclusione

Alla luce dell’analisi svolta si può innanzitutto osservare che, per la stesura di Intossicazione, Gozzano si è probabilmente basato su interventi di testate contemporanee che seguirono il processo di Stefano Ala udienza per udienza. Si riscontrano infatti vari parallelismi tra i resoconti di cronaca e le informazioni considerate da Gozzano nel proprio articolo. Il dato che più avvalora questa ipotesi è la ripresa dei versi del giovane rapsodo, della cui pubblicazione non sembra esistere traccia fuori dai resoconti giornalistici. I quotidiani fungono in questo senso da fonte primaria alla quale Gozzano attinge per leggere i frammenti dello «zibaldone poetico» (Gozzano 1956: 999) di Stefano Ala.

Dal confronto con gli articoli de “La Stampa” si può anche dedurre che il nesso tra il giovane assassino e l’intossicazione letteraria è un’intuizione originale di Gozzano. Come visto, in nessuno dei pezzi precedenti Intossicazione l’impulso omicida è stato imputato a questa malattia né legato con tanta forza alle letture compiute da Stefano Ala. La centralità dell’intossicazione letteraria è sottolineata dal fatto che la sua analisi occupa circa la metà dell’articolo ed è evidente sin dal titolo, che, a differenza di quelli degli articoli contemporanei, non cita direttamente la vicenda processuale.

Si può inoltre affermare che la descrizione dell’evoluzione fatale dell’animo di Stefano Ala non costituisce un semplice arricchimento narrativo della vicenda, bensì è l’elemento che lega la storia di Ala alla poetica gozzaniana: le informazioni estrapolate dai giornali contemporanei costituiscono lo scheletro della narrazione di Intossicazione, in cui il fatto di cronaca viene rielaborato per indagare la natura dell’intossicazione letteraria di cui lo stesso autore si è dichiarato affetto in precedenza.

Ne consegue dunque la possibilità di considerare Intossicazione come una tappa intermedia del percorso di maturazione personale dell’autore. Quando si parla di uno scrittore come Gozzano è infatti importante tenere presente che «è artista, prima di essere mercante» e quindi le prose nate come merce risultano «meno immediate di quanto appaiano a una rapida lettura» (Pollone 2011: XXXIV). Per questa ragione, anche i testi confezionati come articoli giornalistici si configurano come realtà complesse, contenenti elementi che oltrepassano l’immediatezza tipica della comunicazione mediatica.

In ultima istanza, l’istituzione di un parallelo tra Stefano Ala e Gozzano permette di comprendere perché quest’ultimo decise di scrivere un articolo di cronaca nera, molto diverso rispetto ai pezzi ai quali si dedicava abitualmente. È infatti possibile ipotizzare che la scelta di occuparsi della storia di Stefano Ala non fu motivata da semplici ragioni economiche: le somiglianze tra il suo percorso letterario e quello del giovane assassino sembrano indicare che Gozzano abbia guardato a Intossicazione come a un’occasione di approfondire una tematica che lo toccava profondamente. Proprio in virtù di questo interesse personale è significativa la scelta di pubblicare Intossicazione come articolo di giornale invece che come racconto: essendo la stampa più diffusa del libro, essa diventa il mezzo che consente all’autore di raggiungere uno spettro di lettori più ampio.

Gozzano piega dunque il giornalismo alle proprie esigenze artistiche e usa la notizia di informazione come veicolo di problematiche letterarie: nonostante il suo spiccato carattere cronachistico, si può in definitiva considerare Intossicazione come un pezzo che si eleva al rango di prosa d’arte che contraddistingue gli elzeviri primonovecenteschi.

References

Bertoni, Clotilde, Letteratura e giornalismo, Roma, Carocci, 2009.

Contorbia, Franco (a cura di), Giornalismo italiano: 1901-1939, Milano, Mondadori, 2007, vol. II.

Di Biagi, Flaminio, «L’altra “maschera” di Gozzano: I racconti», in Gozzano, Guido, Tutti i racconti, a cura di F. Di Biagi, Roma, 2017.

Falqui, Enrico, Nostra “Terza pagina”, Roma, Canesi, 1965.

Frassati, Luciana, Un uomo, un giornale: Alfredo Frassati, Roma, Ed. di storia e letteratura, vol. I.

Gozzano, Guido, Opere, a cura di C. Calcaterra e A. De Marchi, Milano, Garzanti, 1956.

Gozzano, Guido. I sandali della diva, a cura di G. Nuvoli, Milano, Serra e Riva, 1983.

Gozzano, Guido. Un vergiliato sotto la neve, a cura di G. Finocchiaro Chimirri, Catania, Tringale, 1984.

Gozzano, Guido - Guglielminetti, Amalia, Lettere d’amore, a cura di F. Contorbia, Macerata, Quodlibet, 2019.

Guglielminetti, Marziano, La musa subalpina, Firenze, Olschki, 2007.

Pollone, Eliana A., «Guido Gozzano fra meraviglia e mestiere», in Gozzano, Guido, Il paese fuori del mondo. Prose per l’Esposizione di Torino del 1911, a cura di E. A. Pollone, Torino, Nino Aragno, 2011, pp. IX- XXXVI.

Rosano, Lorenzo (“Cini”), «Un duplice assassinio a Villarfocchiardo», La Stampa, 16 novembre 1910, p. 5.

Rosano, Lorenzo. «L’epistolario di un rapsodo che uccise per amore», La Stampa, 14 marzo 1911, p. 3.

Rosano, Lorenzo. «Il processo del piccolo rapsodo valsusino omicida per amore», La Stampa, 10 maggio 1911, p. 4.

Rosano, Lorenzo. «Il rapsodo ha incominciato la sua espiazione che durerà nove anni», La Stampa, 16 maggio 1911, p. 4.

Sanguineti, Edoardo, Guido Gozzano. Indagini e letture, Torino, Einaudi, 1975.

Stäuble, Antonio, Sincerità e artificio in Gozzano, Ravenna, Longo, 1972.

Zaccaria, Giuseppe, Guerrini, Olindo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. LX, 2003, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, pp. 682- 686.

Nota

1 “Il Momento”, quotidiano cattolico di orientamento moderato, fu istituito da alcuni ari-stocratici torinesi con l’appoggio del cardinale Agostino Richelmy il 15 ottobre 1904 e posto sotto la direzione di Angelo Mauri. Dal 1912 si susseguirono diversi passaggi di proprietà e di direzione, fino alla cessazione delle pubblicazioni il 30 aprile 1929 (Contorbia 2007: 1774-1775). Gozzano collaborò alla testata per ventuno articoli, stampati tra l‘8 febbraio 1911 e il 3 gennaio 1912.
2 L’incontro primo-novecentesco di giornalismo e letteratura produsse una sorta di ibridazione stilistica tra prosa giornalistica e lingua letteraria, scambio che investì soprattutto la cronaca nera e il romanzo, entrambi dediti all’analisi di tematiche patologico-delittuose (Falqui 1965: 7-11 e 165-168).
3 Stampate per la prima volta nel 1917 con il titolo Verso la cuna del mondo, rimasto invariato nelle edizioni successive.
4 Pubblicate per la prima volta nel 1914 come I tre talismani.
5 Raccolti per la prima volta in Un vergiliato sotto la neve (Finocchiaro Chimirri 1984) e più recentemente ne Il paese fuori del mondo (Pollone 2011).
6 Novelle e racconti sono stati compiutamente stampati e criticamente affrontati in un unico corpus solo a partire da I sandali della diva (Nuvoli 1983); l’edizione più recente e completa è Tutti i racconti (Gozzano 2017).
7 Nato a Forlì nel 1845 e morto a Bologna nel 1916, fu poeta e scrittore, critico letterario e direttore delle Biblioteche universitarie di Bologna e Genova. I suoi molteplici interessi si concretizzarono in una poetica dedita allo «smascheramento delle ipocrisie e dei falsi pudori» e in iniziative editoriali dal carattere vario (dalle recensioni di opere letterarie ed epistolari alle traduzioni, passando per la pubblicazione di testi particolari come quello di un trattatello anonimo del xv secolo sui materiali pittorici). Per la pubblicazione dei suoi scritti ricorse più volte all’uso di pseudonimi: per sua stessa ammissione, quello di Argia Sbolenfi era «riservato a firmare le sue cose peggiori»; nel suo ultimo lavoro si firma come Bepi (Zaccaria 2003: 682686).
8 Consultabili sotto forma di microfilm presso la Biblioteca Nazionale di Torino.
9 L’ultima parte del componimento riecheggia infatti il verso «chagrin d’amour dure toute la vie» della celebre romanza Plaisir d’amour, composta da Jean-Paul-Égide Martini nel 1784 e divenuta molto popolare nel corso dell’800.
10 I documenti custoditi presso l’ufficio anagrafe del Comune di Villar Focchiardo riportano le seguenti informazioni: «ALA Stefano nacque a Villar Focchiardo il 5 giugno 1892. Contrasse matrimonio il 30.10.1920 a Marsiglia. Dalla verifica di questi registri di stato civile ed anagrafici la coppia non ebbe figli. Non risulta la presenza di eventuali fratelli o sorelle. Morì a Villar Focchiardo l’11 novembre 1955» (comunicazione personale intercorsa in data 20 febbraio 2019 con l’Ufficio citato).
11 D’altronde Gozzano non è estraneo a questo genere di espedienti; in Torino d’altri tempi modifica l’età di Carolina di Savoia: nel 1781 la principessa aveva diciassette anni, eppure è definita «sposa sedicenne», informazione che peraltro non coincide con la chiusa del testo, dove viene detto che Carolina morì nel 1782, «a diciannove anni non ancora compiuti» (Gozzano 1956: 1257).
12 Nello specifico: ai vv. 49-52 de Il commesso farmacista (Gozzano 1956: 868), in una lettera ad Amalia Guglielminetti del 20 giugno 1908 (Gozzano 2019: 124) e nella novella L’Altare del passato (Gozzano 1956: 315).
13 Ne I sonetti del ritorno Gozzano si riferisce alla letteratura proprio come al «male che non ha rimedio» (Gozzano 1956: 36). In Totò Merumeni parla di «versi consolatori» (139) e ne La medicina celebra il potere risanatore delle parole (50).


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