Articolo

I manualetti di Ernesto Monaci e Francesco D’Ovidio

The manualetti by Ernesto Monaci and Francesco D’Ovidio

Mariagrazia Russo
Università degli Studi Internazionali di Roma, Itália

I manualetti di Ernesto Monaci e Francesco D’Ovidio

Cadernos de Tradução, vol. 44, no. 3, Esp., e103192, 2024

Universidade Federal de Santa Catarina

Received: 05 July 2024

Revised document received: 09 September 2024

Accepted: 18 August 2024

Published: 01 September 2024

Riassunto: L’articolo, dopo un excursus sulle prime grammatiche portoghesi pubblicate in Italia, analizza il Manualetto scritto da Ernesto Monaci e Francesco D’Ovidio nel 1881 che ha avuto come pubblico destinatario gli studenti universitari. Attraverso le lettere inedite che Francesco D’Ovidio scrive a Ernesto Monaci in quel periodo è possibile indagare anche il processo editoriale che soggiace al volume stesso.

Parole chiave: Grammaticografia portoghese, Ernesto Monaci, Francesco D’Ovidio.

Abstract: The article, after an excursus on the first Portuguese grammars published in Italy, analyzes the Manualetto Portoghese written by Ernesto Monaci and Francesco D’Ovidio in 1881 that had university students as its target audience. Through the unpublished letters that Francesco D’Ovidio wrote to Ernesto Monaci during that period, it is also possible to investigate the editorial process underlying the volume itself.

Keywords: Portuguese grammarography, Ernesto Monaci, Francesco D’Ovidio.

L’Ottocento, secolo già maturo per la grammaticografia lusitana come lingua straniera in gran parte dell’Europa, vede invece in Italia solamente gli albori della proposta lessicografica portoghese. La prima grammatica portoghese pubblicata che a tutt’oggi si conosca è del 1846 ed è redatta da Padre Paolo di G[esù], M[aria] e G[iuseppe] dei Minori Osservanti del Portogallo, il quale produce un Ristretto di Grammatica portoghese ad uso dei Missionarj di Propaganda con aggiunta di parole, di dialoghi, d’un piccolo dizionario, e di alcune lettere del Padre Vieira, per i tipi della S. C. de Propaganda Fide (cfr. Russo, 2014; Russo, 2023). Se il prodotto editoriale di Padre Paolo risponde a un’esigenza legata al mondo missionario, gli strumenti grammaticali che vengono pubblicati in seguito avranno altri obiettivi e altre finalità.

Dal Ristretto di Padre Paolo (del 1846) che contava 132 pagine si passa, dopo dodici anni (1858-1859), a un tomo di 687 pagine: è il volume di Antonio Bernardini (1812-1877) (cfr. Pogliaghi, 1991), Grammatica della lingua Portoghese ad uso degl’italiani sulle tracce della grammatica filosofica della lingua portoghese dell’illustre signor Jeronimo Soares Barboza, Trieste-Milano, Tipografia Borroni. Infatti nel 1822 si era affermato in Portogallo il metodo della grammatica filosofica che viene realizzata da Jerónimo Soares Barbosa (1737-1816) sulle orme di quella grammatica ragionata e filosofica che si stava imponendo in Europa alla fine del XVIII secolo. Se la grammatica filosofica riscuote ampio successo in Portogallo, dove l’applicazione di Jerónimo Soares Barbosa ebbe ben sette edizioni dal 1822 al 1871, e in Brasile ebbe larga influenza sugli studi linguistici dei primi grammatici, in Italia non trova particolare seguito. Dopo la parentesi di Francesco Soave (1743-1806) con la sua Grammatica ragionata della lingua italiana pubblicata a Parma, per i tipi di Faure, nel 1770, in Italia attecchisce invece la scuola purista, dettata dai letterati e non dal popolo come la scuola francese avrebbe voluto: ne sono esempio la grammatica di Basilio Puoti (1782-1847) del 1848, e quella di Luigi Morandi (1844-1922) e Giulio Cappuccini del 1894, largamente adottata dalla scuola italiana. Invece, agli albori della seconda metà dell’Ottocento, proprio su modello della grammatica filosofica di Barbosa, Antonio Bernardini in Italia pubblica la sua voluminosa grammatica portoghese. Da un piccolo volumetto di ordine pratico preparato per i missionari si transita così, dopo pochi anni, verso una grammatica estremamente dettagliata e con poco interesse ai fini pratici.

Ma l’Italia deve ora rispondere a una nuova emergenza: un grande flusso migratorio che individua nel Brasile una delle sue mete preferite. In tal modo, mentre la Penisola italiana ristruttura geograficamente i suoi Stati, il Brasile viene a essere investito da una forte ondata migratoria, che spinge migliaia di italiani a partire per territori ancora poco conosciuti in cerca di migliori condizioni di vita. Nel XIX secolo vengono anche stabiliti i primi accordi commerciali tra i due governi, italiano e brasiliano, per favorire gli scambi e regolarizzare la situazione di molti italiani. In quel periodo cresce perciò l’esigenza di produrre grammatiche di lingua portoghese capaci di rispondere al forte bisogno di inclusione in territorio straniero. Vengono quindi pubblicate sia la grammatica di Padre Vittore Felicissimo Francesco Nabantino (1807-1871), “già Assistente e Convisitatore delle Certose d’Italia e Priore delle Reali Certose di Padula e di Calabria” (così come si dice nel frontespizio della grammatica stessa), ossia la Gramatica portoghese ad uso degl’italiani cioè per apprendere la lingua portoghese per mezzo dell’italiana del 1869, sia quelle che usciranno sul finire del secolo per mano di Carlo Del Rosso: Breve grammatica teorico-pratica della Lingua portoghese per i negozianti e gli agricoltori che si recano al Brasile, Milano, Succ. Battezzati Edit., 1891; e Manuale indispensabile per l’emigrante che si reca al Brasile: metodo facile teorico-pratico per imparare senza maestro la lingua portoghese, corredato di notizie sulla nuova legge d’immigrazione, sul ricevimento degli immigranti, Milano-Buenos Aires, A. Bietti, 1892. Del Rosso individua dunque un destinatario estremamente preciso tra quei lavoratori che devono orientare il loro apprendimento linguistico in funzione della loro specifica operatività.

Accanto all’Italia che emigra si affaccia sulla composita scacchiera sociale italiana anche un altro destinatario interessato, con obiettivi diversi, alla lingua portoghese: non più i religiosi che partono per diffondere il Vangelo e che hanno la necessità di confessare, predicare e dir messa; non più i semplici emigranti la cui urgenza è quella di entrare in contatto con il mondo lavorativo brasiliano. Nascono bensì nuove figure di studiosi accademici che sentono l’esigenza, ora maturamente romantica, di riscoprire le origini della lingua, di indagare sui testi antichi che hanno determinato un’identità linguistica e culturale, di ricostruire filologicamente quanto perduto e comprendere quanto rimasto delle vecchie testimonianze: l’indagine in archivi e biblioteche alla ricerca dei primi testi fa nascere l’esigenza di potersi a essi accostare con la sicurezza di chi sappia dominare la materia di quelle lingue straniere o di quelle varietà linguistiche che proprio perché diverse e alternative, si fanno ancor più cariche di mistero. Nascono perciò i primi strumenti di lingua portoghese (così come quelli di lingua spagnola e lingua provenzale) per poter guidare lo studente a comprendere meglio le origini delle lingue romanze.

Ernesto Monaci (1844-1918) e Francesco D’Ovidio (1849-1925), sulle orme dei precursori Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) e Girolamo Tiraboschi (1731-1794), possono definirsi in Italia i primi studiosi della filologia e della linguistica romanze, discipline già ampiamente sviluppatesi in Francia con François Raynouard (1761-1836) e Charles-Claude Fauriel (1772-1844) e in Germania con i fratelli Schlegel (Karl Wilhelm Friedrich 1772-1829 e August Wilhelm von Schlegel 1767-1845) e Franz Bopp (1791-1867), successivamente seguiti da Friedrich Christian Diez (1794-1876).

Ernesto Monaci nasce nel 1844, l’anno del decesso di Fauriel, a Soriano del Cimino, da dove si trasferisce insieme alla famiglia dapprima nelle Marche (a Pennabilli 1848-1853 e a Sarnano 1853-1854) poi nella zona del bolognese (a Loiano 1854-1855 e a Castel San Pietro 1855-1859) e infine, dal 1859, a Roma. Nei suoi spostamenti ha modo di legarsi ora alla cultura francescana della Verna, ora a quella gesuitica del Collegio Romano. Laureatosi in giurisprudenza nel 1865, si applica presto (1869) allo studio delle lingue straniere arrivando a dominare il tedesco, il portoghese, il francese e l’inglese, orientando così i suoi interessi alla linguistica e alla filologia romanza ormai consolidati sia in Francia sia in Germania. Fonda la prima rivista italiana totalmente dedicata agli studi romanzi: la Rivista di filologia romanza (1872-1879), diretta insieme a Luigi Manzoni (1888-1968) ed Edmund Stengel (1845-1935), divenuta poi il Giornale di filologia romanza solo da lui diretto fino al 1883, ulteriormente trasformato in Studj di filologia romanza (1885-1903, diretto insieme a Cesare De Lollis, 1901-1903) e infine (dal 1903) in quello tuttora in uso di Studj romanzi (cfr. Antonelli, 2009). Il mondo della lusitanistica ben conosce la sua edizione del Canzoniere portoghese della Biblioteca vaticana – cioè il ms. Vat. 4803, noto anche come codice Colocci-Brancuti (Monaci, 1875) – che quando uscì ebbe immediatamente larga risonanza. Risale proprio a quell’anno l’istituzione presso la Sapienza di Roma della prima cattedra di storia comparata delle lingue neolatine a lui affidata. Al Prof. D’Ovidio venne invece assegnata l’anno successivo la medesima cattedra presso l’Ateneo napoletano. Monaci, dopo lo straordinariato nel 1877, divenne professore ordinario nel 1881. Tra i suoi allievi si possono menzionare Gabriele D’Annunzio (1863-1938), Cesare De Lollis (1863-1928), Luigi Pirandello (1867-1936). Durante gli anni romani Monaci intrattenne una fitta corrispondenza con illustri studiosi di tutto il mondo tra i quali molti portoghesi filologi lusitani. Per limitarci agli studi di area romanza che si articolano prevalentemente attorno alle origini delle sacre rappresentazioni e degli uffici drammatici e ai più antichi testi italiani, sarà sufficiente menzionare del 1910-1912 i Facsimili di documenti per lo studio delle lingue e letterature romanze dell’Archivio paleografico italiano; Testi antichi provenzali (1889), Testi basco-latini e volgari della Spagna (1891), I più antichi monumenti della lingua francese, con Glossario (1894); Francese antico, vol. I, Prime letture (1901, 2ª ed. con Glossario del 1902), e vol. II, Romanze, pastorelle, lai, canzoni, ballate (1904). Ma quello che in questa sede più interessa è uno dei filoni principali della ricerca seguita da Monaci: l’antica lirica portoghese e, con essa, tutto quanto attiene alla lingua stessa. Nella collana di Manualetti d’introduzione agli studj neolatini per uso degli alunni della facoltà di lettere, diretta con Francesco D’Ovidio, apparvero due grammatiche redatte dallo stesso D’Ovidio, entrambe con Glossario curato da Ernesto Monaci: uno dedicato allo Spagnolo (pubblicato a Napoli nel 1879) e un altro al Portoghese (e gallego) (uscito a Imola nel 1881). Oltre alla già menzionata edizione del canzoniere portoghese del ms. Vat. 4803, Monaci contribuì agli studi sulla poesia portoghese antica con l’edizione del Trattato di Poetica portoghese esistente nel Canzoniere Colocci-Brancuti (in Miscellanea di filologia e linguistica in memoria di N. Caix e U.A. Canello, Firenze 1876, pp. 417-423) e con la trascrizione diplomatica del Canzoniere portoghese Colocci-Brancuti pubblicato nelle parti che completano il Codice vaticano 4803 (pubblicato a Halle per i tipi di M. Niemeyer nel 1880), curato da lui e dal suo allievo Enrico Molteni (1855-1879), prematuramente scomparso. Morto a Roma nel 1918, Monaci ha lasciato un ricco archivio e un’ampia biblioteca oggi conservati presso la Biblioteca interdipartimentale “Angelo Monteverdi” nella facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma al cui inventario si è dedicata nel 2005 Monica Calzolari e all’interno della quale sto provvedendo alla trascrizione dei carteggi con gli intellettuali portoghesi: nomi quali Joaquim de Araújo (1858-1917: 1 lettera), Teófilo Braga (1843-1924: 18 lettere; per i quali si veda la corrispondenza già pubblicata nel 1985 da Maria Conceição Vilhena), Adolfo Coelho (1796-1877: 22 lettere), José Leite de Vasconcellos (1858-1941: 13 documenti) ai quali sono da aggiungere studiosi che alla cultura portoghese hanno dedicato ampio spazio quali, tra gli altri, Antonio Brancuti (1825-1895: 2 lettere), Cesare De Lollis (1863-1928: 262 lettere), Enrico Molteni (34 documenti) e lo stesso D’Ovidio (362 documenti).

Francesco D’Ovidio, filologo e letterato, cinque anni più giovane di Monaci (era nato a Campobasso nel 1849), morirà a Napoli sette anni dopo la scomparsa del collega di Roma (1925). Si erano incontrati sullo stesso cammino quando nel 1875 a Roma si aprì la cattedra che venne poi assegnata a Monaci. L’anno successivo a D’Ovidio sarà affidata la cattedra di studi romanzi comparati a Napoli. I suoi studi legati al francese antico e all’italiano, in particolare a Dante, si volgono alle lingue iberiche nel momento in cui, insieme a Monaci, lavorano proprio per i Manualetti d’introduzione agli studj neolatini composti ad uso degli studenti delle facoltà di lettere, oggetto di questo contributo.

Il primo dei due Manualetti è dedicato allo spagnolo, l’altro al portoghese (e gallego). Entrambi sono organizzati allo stesso modo: la parte grammaticale viene elaborata da Francesco D’Ovidio e la parte antologica, la crestomazia, da Ernesto Monaci che provvede a raccogliere testi significativi per ciascuna lingua. Un terzo volume organizzato con la medesima impostazione, dedicato al provenzale, sarà invece redatto, mantenendo la medesima struttura, da Vincenzo Crescini (1857-1932) nel 1892: Manualetto provenzale per uso degli alunni delle facoltà di lettere. Introduzione, grammatica, crestomazia, glossario (Fratelli Drucker, Verona-Padova).

Il primo volume (Manualetti d’introduzione agli studj neolatini per uso degli alunni delle facoltà di lettere. I. Spagnolo), consacrato alla lingua castigliana, esce a Napoli nel 1879 a spese degli autori, e risulta acquistabile presso la Loescher di Torino, Firenze e Roma, e presso la Domenico Morano di Napoli. Delle 96 pagine del volume, 46 sono dedicate alla grammatica (pp. 3-48), 35 alla crestomazia (pp. 49-84) e 10 al “Glossarietto” (pp. 85-95), mantenendo quindi un perfetto equilibrio tra la parte curata da D’Ovidio e quella elaborata da Monaci. Il secondo, Manualetti d’introduzione agli studj neolatini per uso degli alunni delle facoltà di lettere. II. Portoghese (e gallego), pubblicato a Imola nel 1881, questa volta per i tipi d’Ignazio Galeati e figlio – che devono aver preso visione del successo del primo libretto –, e distribuito presso le medesime librerie del Manualetto spagnolo, è dedicato al portoghese (e al gallego) e contiene 92 pagine, le prime 56 delle quali sono riservate alla grammatica e nuovamente a cura di D’Ovidio, mentre le restanti sono dedicate alla crestomazia a cura di Monaci, con le ultime tre pagine utilizzate per un “Glossario delle parole meno facili a spiegarsi”.

La ragione per la quale viene pubblicato come primo prodotto il testo spagnolo può essere semplicemente di ordine pratico in quanto gli autori affermano di aver raccolto per esso già ampio materiale: “Intanto diamo per primo il manualetto concernente lo spagnolo, che ci troviam già pronto” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 3). Nel titolo, così come nell’Avvertenza del Manualetto spagnolo, si definiscono esattamente il destinatario e l’obiettivo di tali strumenti: “questi manualetti riuscirebbero di certo molto bisbetici, se non fosse affatto particolare l’uso a cui son destinati” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 3). Il loro uso è esclusivamente a fini didattici e il loro destinatario va senz’altro individuato nel pubblico accademico della facoltà di Lettere, quella in cui entrambi gli autori insegnavano:

Quando l’alunno della Facoltà di Lettere viene ai nostri corsi, di grammatica o di letteratura comparata neolatina, senza saper nulla di spagnolo, di provenzale ecc. avviene di necessità che la sua mente non possa seguir con franchezza i nostri ragionamenti storici e comparativi, e neppur la sua mano correr spedita a prender note ed appunti; per la continua incertezza in cui egli versa quanto alle cose più elementari delle varie ortografie e delle varie lingue (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 3).

Gli autori hanno perciò come obiettivo quello di fornire le informazioni di base al pubblico delle facoltà umanistiche per poter agevolare la presa di appunti durante le lezioni e per favorire la fonetica nel momento della lettura, avvicinando così in modo più consapevole gli studenti ai testi che avrebbero affrontato durante le lezioni: “Per ovviare a questo inconveniente mettiamo mano a questa serie di libercoli” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 3).

La funzione di questo strumento pedagogico è quindi quella di fornire una “chiave per intendere prontamente lo spagnolo” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 3). Sebbene non si voglia creare né “una grammatica storica” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 3) (pur facendovi spesso riferimento), “né una grammatica pratica”, da un lato non mancheranno riferimenti al latino né confronti “col francese e più spesso con l’italiano letterario o dialettale” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 3), e dall’altro verranno forniti esempi pratici quel “tanto che basti, col complemento anche della piccola crestomazia” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 4). Il fine di questo “piccolo sunto grammaticale” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 3) è quindi quello di “mettere gli alunni in grado di capire senza stento e di seguire con sufficiente interesse un nostro corso storico” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 4), presentandolo poi come strumento per affiancare eventualmente anche “un corso speciale” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 4) – così viene definito – di avviamento alla lingua e alla letteratura castigliane. Relativamente alla parte della “grammatichetta” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 4) l’obiettivo didattico è quello, dice D’Ovidio, di sottrarci al penoso bivio, o di obbligare i nostri alunni a comporsene alla peggio una da sè racimolando quanto circa lo spagnolo è disseminato nel capolavoro storico del Diez, e di dar loro in mano una delle tante grammatiche empiriche, troppo lunghe per il tempo di cui disponiamo, troppo grette e ingenue per le menti già esperte degli alunni d’una scuola filologica (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 4).

Non si consiglia perciò né una grammatica storica di ampie dimensioni né un metodo pragmatico che miri evidentemente all’uso della lingua a fini comunicativi.

Al Monaci spetta poi la “piccola crestomazia” che “potrà servire per far le prime prove, onde poi salire alla illustrazione filologica di qualche importante testo antico” (D’Ovidio & Monaci, 1879, p. 4). Il metodo è quindi tracciato: durante le lezioni i docenti leggono il testo pronunciato adeguatamente per poi entrare nel dettaglio di ciascun termine che valga la pena esaminare per descriverne fenomeni storici e processi evolutivi, coadiuvati per una traduzione strumentale dal glossarietto posto in appendice.

Dalle prime parole del Manualetto portoghese si evince come anche da filologi attenti come D’Ovidio e Monaci scaturiscano alcune considerazioni che pare leghino strettamente la lingua portoghese a quella spagnola:

Questo libro non presuppone necessariamente la conoscenza della lingua spagnola, ma certo riuscirà di maggiore utilità e di assai più felice intelligenza a chi possegga una tal conoscenza, e tanto più a chi l’abbia acquistata o compiuta con lo studio della nostra stessa grammatica spagnola. Giacchè nel dichiarare la struttura dell’idioma portoghese noi abbiam tenuto sempre di mira lo spagnolo, sia per insister poco, considerandolo come già noto, su quelle parti in cui il portoghese concorda con l’altro idioma iberico, sia per rilevar bene quelle in cui ne differisce (D’Ovidio & Monaci, 1881, p. 1).

Anche in àmbito cólto come quello accademico era evidentemente ancora concezione diffusa che il portoghese fosse da considerare come una varietà dello spagnolo o in ogni caso a esso strettamente legato: solo 55 anni prima infatti Giacomo Leopardi, uomo colto molto desideroso di conoscere adeguatamente la lingua portoghese, nel suo Zibaldone dell’8-9 luglio 1821 (n. 1299) scrive: “lingua Portoghese, dialetto considerabilissimo della spagnuola”; e in una lettera del marzo 1829, indirizzata a Pietro Colletta (1775-1831), afferma:

Parallelo delle cinque lingue delle quali si compone la nostra famiglia di lingue colte; cioè greca, latina, italiana, francese e spagnuola. La valacca non è lingua colta; nondimeno anche quella si toccherebbe qualche cosa in trascorso; la lingua portoghese sta colla spagnola (Brioschi & Landi, n° 1440, II vol., pp. 256 s.).

In un’altra situazione Leopardi afferma di poter comprendere la lingua portoghese grazie alla conoscenza della lingua spagnola: “la portoghese ch’io comprendo ed intendo sotto la spagnuola”. Questo connubio tra lingua spagnola e lingua portoghese, nonostante la produzione grammaticografica lusitana ben solida, in Italia persisteva quindi anche all’interno di ambiti colti, per cui D’Ovidio ricorre alla lingua spagnola per le sue spiegazioni e ritiene non necessario ma utile conoscerla prima di intraprendere lo studio del portoghese.

Nel caso del Manualetto portoghese sebbene gli autori non considerino necessaria la conoscenza dello spagnolo a questo faranno poi spesso riferimento: riporto solo alcuni esempi. Per l’ALFABETO D’Ovidio scrive: “L’essere venticinque gli elementi di questo alfabeto, a confronto dei ventotto dello spagnolo, non importa punto che il portoghese sia men ricco quanto a numero di segni e di suoni” (D’Ovidio & Monaci, 1881, p. 2), ricorrendo anche a considerazioni legate alle combinazioni di due grafemi per un unico suono della lingua da considerarsi o meno come lettera alfabetica:

egli è che il pg. non computa come elementi alfabetici i segni digrammi che lo spagnolo computa […] né vi computa le lettere con la tilde (ñ in spagnolo è contato come una lettera, mentre le vocali nasali portoghesi (ã, e, õ, u non lo sono) o con la zediglia (ç) (D’Ovidio & Monaci, 1881, p. 2).

Per la PRONUNZIA E ORTOGRAFIA:

La maggior differenza che abbia il consonantismo portoghese dallo spagnolo consiste in ciò, che il portoghese pronuncia al modo francese tanto il c e il g avanti e i, quanto il j, lo z, lo ch. […] La sillaba gua si pronuncia come in spagnolo e in italiano […] le sillabe gue e gui si pronunziano come in spagnolo e in francese.

[…]

Il portoghese non ha un’ortografia così rigidamente disciplinata e fortemente assodata come l’ha ormai lo spagnolo (D’Ovidio & Monaci, 1881, pp. 3-5).

Nel capitolo su ACCENTI E INTERPUNZIONI: “L’apostrofo non è, come in spagnolo, abolito del tutto” (D’Ovidio & Monaci, 1881, p. 8); e ancora:

Due caratteristiche sono principalmente notevoli in tutto il complesso della fonetica portoghese. L’una è il gran numero delle consonanti mediane che cadono, lasciando quasi senza scheletro, quasi starei per dire, disossate, le parole; onde si hanno o accozzi di troppe vocali ed iati, ovvero contrazioni, per noi imbarazzanti. Di qui le molte anfibologie e la molta difficoltà di intravvedere di sotto alla forma romanza la latina che le sta a base. Anche lo spagnolo dà luogo in parte a tali inconvenienti, per via della caduta del -d- ecc.; ma il portoghese rincara troppo la dose, specialmente con la caduta, che gli è propria, dell’-l- e dell’-n-. Per un sol rispetto, pel conservare che fa l’f-, mentre lo spagnolo lo ha lasciato ridurre via via a zero, il portoghese ha in un certo numero di casi una maggior perspicuità. Ma, di solito, esso va soggetto ad una vera liquefazione. Basta ricordare il fatto del quinquisillabo canalicula che ha potuto, come s’è visto or ora, ridursi al bisillabo quelha e non già, beninteso, per alcune insolite e bizzarre smozzicature o contrazioni che in ogni lingua possono accadere in via affatto eccezionale, bensì per alterazioni fonetiche tutte normalissime e quasi indispensabili! E lo sfibramento del portoghese ha solamente riscontro – bello e curioso riscontro, e in gran parte anzi determinato da ragioni or identiche or analoghe – nel nostro dialetto genovese (D’Ovidio & Monaci, 1881, p. 19).

Vero è, come si è visto anche in alcuni esempi precedenti, che D’Ovidio procede con un sistema storico-comparativo, del resto ereditato dal Diez, ricorrendo anche abbondantemente alle lingue francese, italiano o ad alcune varietà come – in quest’ultimo caso – il genovese o il napoletano (come per esempio per notare la similitudine tra “gaióla = napol. Caióla” – D’Ovidio & Monaci, 1881, p. 12) ma è possibile senz’altro individuare un ricorso spesso eccessivo al castigliano. Nel metodo di elaborare il Manualetto portoghese D’Ovidio e Monaci affermano nell’Avvertenza, posta a inizio volume, di aver seguito la medesima struttura di quello precedente:

abbiam poi seguita e ricalcata tutta l’andatura della nostra grammatica spagnola, ed usata senza ridarne spiegazione, la nomenclatura tecnica. Solo, dalla maggior difficoltà ed indisciplinatezza del portoghese, e dalla considerazione che questo secondo manuale è insomma pegli alunni un secondo passo negli studj neolatini in genere e da altre ragioni, siamo stati indotti ad esser men parchi e di schiarimenti teorici e di esempj; di modo che questa grammatica è riuscita più prossima a una compiuta grammatica scientifica di quel che riuscì la grammatica spagnola (D’Ovidio & Monaci, 1881, p. 1).

Ma l’analisi di questa piccola grammatica può senz’altro aiutare non solo a valutare il lavoro svolto dai due filologi romanzi in ambito accademico, ma anche, come afferma Simone Celani in un suo articolo del 2021, “a osservare da vicino la variabilità interna al sistema linguistico di una data epoca, a partire dallo standard che si prende come riferimento” (Celani, 2021, p. 41). Numerose sono infatti le possibili riflessioni da effettuare: la forte oscillazione tra ç e ss (açucar / assucar; descanso / descanço); tra s e z (rasão / razão, casa / caza); tra x e s (anxia / ansia); tra ph / f (phantasia / fantasia), ch / qu (machina / maquina); tra ch / x (xofrar / chofrar), oltre alle doppie consonanti, all’uso abbondante di h etimologiche anche all’interno di parole, all’alternanza grafica y / i, alla convivenza di forme con o e u finali (meo/meu, teo/teu, seo/seu), l’uscita della terza persona plurale del piuccheperfetto così come quella del futuro semplice entrambe in ão anziché alternate in -am /-ão, aspetti tutti che sappiamo essere stati uniformati con gli accordi ortografici successivi. Appaiono inoltre alcune parole inserite all’interno della grammatica oggi in disuso: goto al quale D’Ovidio affianca la parola italiana guttur ricorrendo all’espressione latina per gozzo, gola che evidentemente era ancora utilizzata; vodo per festino oggi più usato come bodo (e raramente) per “Distribuição solene de alimentos, e, por extensão, de dinheiro e roupas, a necessitados”1; troco alla quale D’Ovidio affianca l’italiano troncone che non risulta corrispondere al valore attuale e che con questo significato non appare neppure nei dizionari etimologici, confondendolo forse con troço. L’analisi attenta del lessico utilizzato può quindi determinare (qualora non ci fossero errori, ovviamente tutti da verificare) lo spaccato non solo della lingua portoghese ma anche della lingua italiana utilizzata come traducente. Il glossario invece, essendo stato redatto a partire dai testi antologizzati, riporta inevitabilmente numerosi termini arcaici oggi in disuso: ne sono esempio adur per a stento, cos per una specie di cintura, estrado per strada, fadario per fatalità, hastra per perfino, pacigo per pascolo, quizais per forse, recudir per accorrere, situdo per prudente, trimbadoras per tremolanti. Il glossario finale è utilizzato da Monaci per rendere più comprensibile i testi allegati, limitandosi alle “parole meno facili a spiegarsi”. I testi che Monaci decide di includere nella crestomazia, che ha lo stesso fine di “servire alle prime esercitazioni degli alunni che si preparano allo studio storico del portoghese” (D’Ovidio & Monaci, 1881, p. 57), contemplano un testo di Afonso il Savio, re di Castiglia (1221-1284), ventuno liriche canzonierili, un racconto dell’Orto do Esposo, tre testi tratti dalle Historias d’abreviado Testamento velho, due brani estrapolati dal Livro de Linghagens, la História da Iria e il Romance de Santa Iria, un passo delle Décadas da Ásia di João de Barros (1496-1570) e un altro delle Décadas di Diogo do Couto (1542-1616), il canto III dei Lusíadas (l’episodio di Inês de Castro), due testi poetici ripresi dall’Antologia portuguesa di Teófilo Braga, uno di D. Manoel de Faria e Sousa (1590-1649), e l’altro di D. Francisco Manoel de Melo (1608-1666) un commento elogiativo in onore della lingua portoghese di Álvaro Ferreira de Vera del 1631, la traduzione di un passo della Bibbia di João Ferreira de Almeida (1620-1691), due racconti popolari raccolti da Adolfo Coelho, un sonetto di Bocage (1765-1805), una poesia di Almeida Garrett (1799-1854), un’altra di Augusto Lima, un brano di Alexandre Herculano (1810-1877). Attraverso questa carrellata Monaci presenta quindi la lingua portoghese dalle prime manifestazioni letterarie duecentesche sino agli autori a lui contemporanei, passando dalla lirica canzonierile agli exempla medievali, dai testi religiosi a quelli storiografici, dall’epica alla poesia, dall’epopea al romance.

In coda alla grammatica del Manualetto portoghese vengono inserite informazioni riguardo la lingua galega (“Il dialetto gallego”, lo definisce D’Ovidio – D’Ovidio & Monaci, 1881, pp. 50-56): “Linguisticamente la Galizia appartiene al Portogallo, ma il gallego ha pure parecchi tratti di affinità con lo spagnolo; oltreché poi ha di questo risentita fortemente, mercè l’unione politica, la continua influenza letteraria” (D’Ovidio & Monaci, 1881, p. 50). Allo stesso tempo Monaci per accompagnare la grammatica con la testualità inserisce alcuni refranes gallegos, un testo poetico di Luis Corral (1784-1830) e un altro di Rosalia de Castro (1837-1885, all’epoca della pubblicazione del Manualetto portoghese ancora viva), tenendo pur presente che le 22 liriche trovadoresche iniziali devono essere considerate per entrambe le aree culturali.

L’Archivio Monaci2 rivela nel dettaglio il processo di elaborazione del corpus dei Manualetti. Tra i 362 documenti (lettere, biglietti, cartoline postali, appunti) che D’Ovidio invia a Monaci alcuni (conservati nella busta 9, n. 434) riguardano espressamente il Manualetto portoghese. Nel documento n. 3 scritto a Napoli, il 13 ottobre 1880, D’Ovidio scrive:

Caro amico,

Eccoti il mio portoghese, raccomandato. Quando l’avrai collaudato (non dico laudato!), spediscilo, pure raccomandato, al Vigo. E siccome questa della raccomandazione è semplicemente una mia fisima proveniente dalla paura eccessiva di una dispersione, che, dopo tanto e così allegro lavoro, mi farebbe immenso dolore, così ti prego, ti scongiuro, in ginocchio (mi vedi inginocchiato, hincado de rodillas, che ti scrivo col mento attaccato all’orlo del tavolino?) di non farmi il muso lungo se ti accludo un francobollo, da trenta, che il Walter certo non ci rimetterebbe e che non voglio ci rimetta tu. Mi raccomando che lo raccomandi il mio ms. e che mi raccomando che non mi mandi… a quel paese.

Appena finita la crestomazia mandamela per il glossario.

Ho scritto al Coelho, domandandogli il permesso di fargli alcuni quesiti di pronunzia pg. Non m’ha risposto. Suol far così?

E poi obliquo sul terzo foglio nel margine interno, prosegue fornendo alcune informazioni sulla circolazione dei materiali tra D’Ovidio e Monaci: “I due vol[umi] del Coelho e il Braga te li manderò subito, se li vuoi. Se no te li porterò questo Dicembre. Per ajutarmi a intendere il Cid che libri ci sarebbero? Me ne sai consigliare qualcuno?”.

Il 16 novembre dello stesso anno 1880 (documento n. 4) D’Ovidio in riferimento alla parte antologica di cui si sarebbe dovuto occupare Monaci, scrive: “Spero di portarti anche il fascicoletto della tua Crestomazia col glossarietto già abbozzato”.

Il 30 dicembre (documento n. 7) D’Ovidio informa ancora Monaci, lamentandosi per la lentezza della tipografia:

Oggi ho mandato al Galeati le bozze del primo foglio (8 pagine) del portoghese, col suo bravo si stampi. Giova sperare che faccia un po’ più presto. Perché di questo passo si arriverebbe a Luglio. Stampano arcibenone, ma anche è necessario non andar così adagio

Tu vorresti scrivere a Galeati quanti esemplari vuoi tirare? Io gli ho scritto cinquecento, salva la tua approvazione. Scrivigli dunque, se puoi, immediatamente, dandogli la tua precisa istruz[ione] sul numero.

Mandami poi, appena puoi, il resto della Crestomazia, ché io farò subito il glossario.

Sempre sul numero delle copie fornisce ulteriori elementi in una cartolina postale del 6 gennaio 1881 (documento n. 12): “Mio caro, Ho scritto al Galeati, che, dopo aver sentito te, ritiravo la proposta di tirarne 500 e gli dicevo di tirarne 200. Sarebbe stato meglio farne 250: ma forse non c’è più tempo né rimedio”. Anche alla parte antologica D’Ovidio collabora ampiamente. Scrive infatti il 1° aprile del 1881 (documento n. 14):

Alla Crestomazia tua ho aggiunto due poesie galleghe, un brano un brano dell’Herculano piuttosto lunghetto, e due piccoli brani di un cinquecentista e d’un secentista. Qui i libri mancano peggio che a Roma: e a me mancano anche altre cose. Mando direttamente al Galeati il manoscritto della Crestomazia, con quello del glossarietto (al quale tu non dovrai fare altro che aggiungere nelle prove di stampa la traduzione di pochissime parole). Mando pure poche cartelle di una Appendice alla grammatica in carattere più minuto concernente il dialetto gallego. Scrivo al Galeati che mandi poi il manoscritto e le bozze di tutta questa roba a te, e ti prego di occupartene tu, per ora almeno. […]

Non ho scritto al Galeati di comporre la Crestom[azia] in caratteri più minuti, perché c’è di mezzo la difficoltà a cui tu non hai pensato, degli ã, õ, ecc. che si dovrebbero fondere apposta (come furono fusi per il carattere della grammatica. Se questa non ti pare una difficoltà, scrivigli tu direttamente, dandogli quegli ordini che tu vuoi. Ti avviso ad ogni modo che nelle prime dieci cartelle non c’è nessuna vocale nasale, dimodoché per essa si può far quel che si vuole: la sola difficoltà può essere la differenza che si verrebbe a stabilire tra due parti della crestomazia.

Se non che, anche questo non stonerebbe mica tanto, perché le prime dieci cartelle comprendono per l’appunto la poesia arcaica; dimodoché potrebbe anche parere una distinzione logica. Fai tu. Io ti ho detto tutti i pro e i contro. Pondera bene, e poi subito in una cartolina al Galeati dagli i tuoi ordini. Io scrivo al Galeati di legarmi con rilegatura provvisoria dodici copie di fogli della gramm[atica] già stampati. Ne ho bisogno per cominciare il corso di portoghese fra dieci giorni. Spero tu non abbia nulla in contrario.

Il 23 giugno del 1881 (documento n. 24) i due filologi ancora parlano del Manualetto. Scrive D’Ovidio a Monaci in modo schematico:

[…]

III. Il Galeati non mi ha mandato nulla a rivedere.

IV. Il Glossario te lo restituisco quasi immune da ogni mio segno. Fa’ tu.

V. La parola salheiro dev’essere in uno dei passi galleghi.

[…]

VII. Per i manualetti spererei magari non farne più.

La parola salheiro non viene comunque riportata nel glossario del Manualetto portoghese. Dopo pochi giorni (il 29 giugno, documento n. 25) scrive ancora:

Caro Ernesto,

[…] Il Galeati mi ha mandato da rivedere il frontespizio. Io lo mando a te, con le mie correzioni. Desidero che tu giudichi in ultima istanza. Son cose in cui tu hai competenza e buon gusto, mentre io ne posso giudicare solo col mio naso.

E per il prezzo che si fa? Io l’ho fatto pagare 2 lire ai miei scolari. E notai 2 lire nella copertina del mio libro manzoniano. Ma ti scrissi sin d’allora che mi rimettevo a te. Io credo che sarebbe bene tenere alto il prezzo di catalogo, salvo a darlo gli scolari nostri anche a metà prezzo. Ne avvertiamo in un orecchio i nostri colleghi e tutto è fatto. Ma che un qualunque tedescaccio che abbia curiosità di leggerci abbia da spendere solo una liretta, mentre dal canto loro essi ci fanno pagare 2 franchi qualunque opuscoletto insignificante mandino fuori, è una corbelleria. Che te ne pare.

E la copertina? L’abbiam a lasciar liscia liscia? Perché non annunziarci qualche libro nostro?

Io ho notato i miei, oltre il comune Man[ualetto] spagnolo. Tu nota i tuoi.

Poi manda il tutto a Galeati

E digli che appena stampato e rilegato tutto, mandi 100 copie a te, e 87 a me, oltre i rispettivi complementi e copertine delle 13 copie già mandatemi a bocconi. Fami il piacere di scrivergliene tu un rigo. O se non gliene scrivi, nello scrivere a me, dimmi che non gli hai scritto.

Di fatto sul retro di una copertina “liscia liscia” vengono indicate sei pubblicazioni: quattro del D’Ovidio e una di Monaci oltre al Manualetto spagnolo in comune.

Dalla corrispondenza di D’Ovidio si evince quindi da un lato il processo di costruzione del Manualetto stesso, dall’altro la stretta collaborazione tra i due filologi in tutte le fasi di elaborazione del volume. La grammatica, come già da me descritto in altro contributo, qualsiasi grammatica, nasce quindi all’interno di un contesto socio-culturale con precisi obiettivi: “qualquer gramática que se insira no mercado com uma perspetiva internacional pode ser considerada pioneira na sua originalidade de abordagem, no seu horizonte de espetativas, na sua relação entre escritor e destinatário” (Russo, 2023, p. 127). La grammaticografia, così come le altre forme della letteratura e della linguistica, diventa quindi specchio di una necessità sociale, di adattamenti a cambi culturali, di modi diversi di interpellare la realtà.

Riferimenti

Antonelli, R. (2009). Dalla “Rivista di filologia romanza” agli “Studj romanzi”: la tradizione italiana. In M. L. Meneghetti, & R. Tagliani (org.), Tra ecdotica e comparatistica: le riviste e la fondazione della filologia romanza. Atti del Convegno internazionale, Siena 3-4 ottobre 2006 (pp. 15-31). Edizioni del Galluzzo.

Bernardini, A. (1858-1859). Grammatica della lingua Portoghese ad uso degl’italiani sulle tracce della grammatica filosofica della lingua portoghese dell’illustre signor Jeronimo Soares Barboza. Tipografia Borroni.

Brioschi, F. & Landi, P. (1998). Giacomo Leopardi. Epistolario. Bollati Boringhieri.

Calzolari, M. (Ed.) (2005). Il fondo archivistico Ernesto Monaci (1839-1918) e l’archivio storico della Società Filologica Romana (1901-1959). Inventari. Supplemento a Studj Romanzi (nuova serie), 1, 2005.

Celani, S. (2021). “Porque os homens fazem a lingua e não a lingoa os homens”. Per un uso didattico della storiografia grammaticale. In M. S. Felici (a cura di), Glottodidattica della lingua portoghese: una prospettiva diacronica e sincronica (pp. 39-47). Tuga.

Crescini, V. (1892). Manualetto provenzale per uso degli alunni delle facoltà di lettere. Introduzione, grammatica, crestomazia, glossario. Fratelli Drucker.

D’Ovidio, F., & Monaci, E. (1879). Manualetti d’introduzione agli studj neolatini per uso degli alunni delle facoltà di lettere. I. Spagnolo. Edizione a spese degli autori.

D’Ovidio, F., & Monaci, E. (1881). Manualetti d’introduzione agli studj neolatini per uso degli alunni delle facoltà di lettere. II. Portoghese (e gallego). Ignazio Galeati e figlio.

Del Rosso, C. (1891). Breve grammatica teorico-pratica della Lingua portoghese per i negozianti e gli agricoltori che si recano al Brasile. Succ. Battezzati Edit.

Del Rosso, C. (1892). Manuale indispensabile per l’emigrante che si reca al Brasile: metodo facile teorico-pratico per imparare senza maestro la lingua portoghese, corredato di notizie sulla nuova legge d’immigrazione, sul ricevimento degli immigranti. A. Bietti.

Monaci, E. (1875). Il canzoniere portoghese della Biblioteca Vaticana. Max Niemeyer Editore. 

Morandi, L., & Cappuccini, G. (1894). Grammatica italiana. Paravia.

Nabantino, V. F. F. (1869). Grammatica portoghese ad uso degl’italiani. Viuva J. P. Aillaud, Guillard & C.ª.

Padre Paolo di G[esù], M[aria] e G[iuseppe] dei Minori Osservanti del Portogallo. (1846). Ristretto di Grammatica portoghese ad uso dei Missionarj di Propaganda con aggiunta di parole, di dialoghi, d’un piccolo dizionario, e di alcune lettere del Padre Vieira. Propaganda Fide.

Pogliaghi, N. F. (1991). La grammatica portoghese di Antonio Bernardini (1812-1877). Archeografo Triestino, IV serie, vol. LI, 339–357.

Puoti, B. (1848). Grammatica italiana. [s. n.].

Russo, M. (2014). Propaganda Fide e a política de formação linguística dos missionários: a primeira gramática portuguesa em Itália. In J. E. Franco, & L. Machado de Abreu (coord.), Para a história das Ordens e Congregações religiosas em Portugal, na Europa e no mundo, vol. II (pp. 53-68). Paulinas.

Russo, M. (2023). O pioneirismo na gramaticografia portuguesa de cunho italiano. Lingue Linguaggi, 57, 113–127.

Soave, F. (1770). Grammatica ragionata della lingua italiana. Faure.

Vilhena, M. C. (1985). Correspondência de Theofilo Braga. Cartas italianas. Universidade dos Açores.

Notes

Conjunto de dados de pesquisa Não se aplica.
Financiamento Não se aplica.
Consentimento de uso de imagem Não se aplica.
Aprovação de comitê de ética em pesquisa Não se aplica.
Publisher Cadernos de Tradução é uma publicação do Programa de Pós-Graduação em Estudos da Tradução, da Universidade Federal de Santa Catarina. A revista Cadernos de Tradução é hospedada pelo Portal de Periódicos UFSC. As ideias expressadas neste artigo são de responsabilidade de seus autores, não representando, necessariamente, a opinião dos editores ou da universidade.
Revisão de normas técnicas Ingrid Bignardi
1 “Bodo”, in Dicionário Priberam da Língua Portuguesa [em linha].
2 Si ringrazia Arianna Punzi per avermi dato la possibilità di accedere all’Archivio Monaci, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, e Simone Celani per avermi agevolato nella consultazione dei materiali.

Author notes

Editores Andrea Ragusa

Alice Girotto

Editores de seção Andréia Guerini - Ingrid Bignardi

Conflict of interest declaration

Conflito de interesses Não se aplica.
HTML generated from XML JATS by