Sommario: Si presentano due lettere appartenenti alla corrispondenza di Giorgio Orelli con l’avvocato Federico Masè Dari, presidente del Centro d’Arte e di Cultura di Bologna, responsabile del Premio letterario «Roberto Gatti», che Orelli vinse nel 1977 con Sinopie. Le lettere testimoniano dell’amicizia di Orelli con il gruppo cesenaticese della rivista Sul porto e presentano una piccola selezione antologica ‘d’autore’ di testi di Sinopie.
Keywords: Orelli, Premio Gatti, Sinopie, Sul porto, poetica
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Due lettere inedite di Giorgio Orelli

Nel novembre del 1977 Orelli si aggiudicò con Sinopie il premio «Roberto Gatti», promosso dal Centro d’Arte e di Cultura di Bologna e giunto alla sua dodicesima edizione1. Il riconoscimento (due milioni di lire) gli fu assegnato all’unanimità dalla commissione «tecnica» composta da Carlo Bo, Giorgio Caproni, Claudio Marabini, Giuseppe Raimondi e Vittorio Sereni; una giuria «sociale», composta da membri del Centro, assegnò invece la medaglia d’oro, premio del pubblico, alla raccolta di poesie Il tradimento di Tommaso Landolfi (Milano, Rizzoli, 1977). Nell’articolo che dà l’annuncio dei vincitori, pubblicato sul Resto del Carlino e firmato da Marabini, si possono ragionevolmente ravvisare le motivazioni della commissione:
Orelli è un abile stilista, che negli anni – non pochi dai lontani esordi negli anni ’40 – ha maliziosamente affinato la sua ricerca e i suoi strumenti, e opera per via di riduzione su una pagina resa esemplarmente asciutta e fittamente intessuta di echi e di rimandi. Mosso da un fondo affettuosamente bozzettistico, carica le piccole scene di tensioni e di sensi che le rendono partecipi di una ben più vasta allusione, una metafora che investe l’idea della vita. Icastico lo scorcio narrativo, con cui il libro si apre e si chiude nella prima e nell’ultima delle quattro parti; altrettanto icastiche le due parti centrali, una contenente missive, l’altra l’estivo Quadernetto del Bagno Sirena. Qui, una macerata coscienza di classe e una pungente tensione politica spremono sdegno e ironia, e accenti beffardi vibrano come schiaffi su un avversario poliforme, volta a volta emerso dalla cultura, dalle professioni o dai domestici penetrali del vicinato. Nel bozzetto narrativo Orelli svela una tenera disponibilità sentimentale e un culto distillato della memoria. Questa disponibilità viene però svuotata e il sentimento da cui essa scaturisce si prosciuga in una trama scheletrica, dalla quale scompaiono latenti dilatazioni descrittive e musicali. L’autore sceneggia con regìa oculata e avara incontri e dialoghi i quali si staccano da una vita che il tempo ha corroso e sotto cui ha scavato il vuoto (Marabini 1977).
Le lettere2 che qui si pubblicano appartengono alla corrispondenza di Orelli con l’avvocato Federico Masè Dari3, fondatore e presidente del Centro d’Arte e di Cultura di Bologna, sotto la cui guida si svolse la cerimonia di consegna del premio. Nella prima lettera, successiva alla comunicazione della vittoria, Orelli conferma la data della cerimonia e, rispondendo a una richiesta, fornisce gli indirizzi di persone a cui recapitare l’invito a parteciparvi: il collega professore Dino Jauch, il poeta cesenaticese Ferruccio Benzoni e il critico e filologo pavese Cesare Segre. Nella seconda lettera, scritta l’antivigilia di Natale, a distanza di quasi un mese dalla serata bolognese, Orelli risponde a una ulteriore missiva di Masè Dari, rendendo conto delle circostanze del ritorno in treno (e si vedrà nella nota ad locum quanto travagliato fu il viaggio d’andata), ringraziando di nuovo per il premio ed esprimendo il rammarico per la durata troppo breve del loro incontro, forse anche dovuta alle circostanze meteorologiche eccezionali di quella fine di novembre 1977:
L’Emilia paralizzata dalla neve. Al freddo senza luce senz’acqua. Una morsa di neve e ghiaccio stringe l’Emilia. L’eccezionale nevicata dell’altra notte (ma già ieri sera aveva ripreso sull’Appennino) ha messo fuori uso otto centrali d’alimentazione dell’alta tensione tra Bologna e il Po. Le conseguenze si sono fatte sentire soprattutto a Bologna e Modena dove è mancata l’elettricità e l’acqua. Anche il traffico ferroviario è rimasto paralizzato e i treni per il sud sono stati deviati sulla Tirrenica. L’Enel non è in grado di dire quando tornerà la normalità. Anche stanotte vaste zone di Bologna sono rimaste al buio e al freddo. La neve ha provocato gravi danni anche a Modena (dove è mancato anche il gas) per il crollo di capannoni industriali. Molti paesi dell’Appennino reggiano e parmense sono isolati. Duemila automobilisti bloccati per molte ore sull’Autosole (ancora interrotta) nel tratto Appenninico. In serata tutte le linee ferroviarie erano state ripristinate eccetto la Bologna-Ancona (il Resto del Carlino, prima pagina, 27 novembre 1977).
Nella prima lettera Orelli suggerisce dunque di invitare alla cerimonia Ferruccio Benzoni, che sarebbe stato accompagnato da alcuni amici poeti della rivista cesenaticese Sul porto: probabilmente i co-fondatori Stefano Simoncelli e Walter Valeri, i quali lo avevano conosciuto estivante a Cesenatico all’inizio degli anni Settanta (al Bagno Sirena, che divenne ambientazione e titolo della terza parte di Sinopie, Quadernetto del Bagno Sirena). Simoncelli, intervistato nel 2012 da Massimo Raffaeli, così ricorda il loro primo incontro:
[Orelli] veniva tutti gli anni un mese a Cesenatico, in luglio, alla Pensione «Gaia» con sua moglie Mimma e le bambine quando il proprietario del Bagno Sirena era un nostro amico, Chino Biagini, che scriveva poesie e infatti la prima volta che Orelli andò lì chiedendo un ombrellone, Chino, appena sentito il nome, gli disse «Ma lei è quello che ha scritto L’ora del tempo?». Orelli trasecolò al fatto che un bagnino conoscesse i suoi libri di poesia... Fatto sta che Chino ci avvisò, andammo a trovare Orelli e presto diventò una consuetudine, tutti i dopocena nella veranda dell’albergo (Raffaeli 2012: 15).
Sull’importanza della rivista letteraria Sul porto (emblematico il suo sottotitolo: «del fare cultura in provincia»), pubblicata dal 1973 al 1983, quale esperienza poetica alternativa tanto alla neoavanguardia, quanto alle altre sperimentazioni post-sessantottesche, sono già state spese molte parole (vd. Fortini 1980; Raboni 1980; Postumo a me stesso 2004; Zani 2004; Pusterla 2018); qui basteranno quelle dello stesso Benzoni:
Il significato profondo di Sul porto è stato proprio l’essere nato con degli intendimenti non solo letterari, ma anche politici, sopra i quali c’era soprattutto il desiderio di un gruppo di giovani di vedere i poeti, di accostarli, di stare con loro, di viverli. Certo, in quel periodo scrivevo versi, ma non è che fosse per me poi così importante. Lo era ma desideravo di più il rapporto di gruppo, di amicizia che si era istaurato tra noi che facevamo questa rivista e che ci portava a voler incontrare la poesia attraverso le persone che la vivevano, per imparare da loro (Panzeri 1992: 11).
Un’idea nobile di poesia e amicizia dalla quale Orelli non poteva che essere affascinato. Partecipò dunque a quell’esperienza, offrendo ad alcuni numeri della rivista delle anticipazioni di Sinopie: «Dixit fascista: “Domani è bel tempo, ...» – quinto pezzo del Quadernetto del Bagno Sirena – nel secondo numero [novembre 1973: 35], Primo maggio a Bellinzona nel terzo numero [giugno 1974: 34] e «Dio vuole ch’è sabato» nel quinto numero [giugno 1976: 23]. Fu inoltre lui a presentare il gruppo a Vittorio Sereni4, proprio in occasione della cerimonia del Premio Gatti del 1977:
Fu a Bologna una sera di fine novembre. Un sabato: in occasione di un Premio Gatti vinto da Giorgio Orelli. Ero con gli amici di Sul porto e nevicava furiosamente su tutto il Nord dell’Italia. Pure non potevamo mancare alla festa dell’amico ticinese che molte estati aveva trascorso a Cesenatico. Fu proprio Orelli a presentarci Sereni. Dopo la cerimonia fummo incaricati da entrambi di trovare un’osteria calda, invitante, in una Bologna diaccia, misteriosamente silente, un po’ lunare (Postumo a me stesso: 175-6).
A informarci invece del suo probabile ruolo di attento lettore e consigliere è la dedica posta in esergo alla poesia D’un coglitore di carta stagnola (Benzoni 2020: 45), «a Giorgio Orelli che ha ripescato questi versi», oltre che il frammento di conversazione su cui esordisce Asparizioni, «I caselli sono / le tue case cantoniere – proruppe / una sera Orelli» (Benzoni 2020: 171).
I punti di contatto tra la poesia del ‘maestro’, o ‘padre’, e quella del gruppo dei ‘poeti-fratellini’ (così chiamati in Raboni 1980: 5) non sono difficili da riconoscere: dall’insistenza sul dialogo con gli assenti (caratteristica che però è anche dell’opera di Sereni) agli «incantamenti fonici e ritmici» (Zani 2004: 73) e agli incisi parentetici con funzione connotativa, esplicativa, o di commento – spesso minime riformulazioni –; di quest’ultimi fornisco di seguito una campionatura non esaustiva:
Orelli: Il lago, 19-20 «Ed un battello / desta (sempre?) un subbuglio stralu- nato», Prima dell’anno nuovo, II, 6 «la bottiglia (sciroppo di sambuco)»; Orelli 1977: Memento ticinese, 7 «il tempo (il vuoto) era come di quaresima», A un piccolo borghese, 15 «Parleremo (d’estate) di funghi, di mirtilli», Quadernetto del Bagno Sirena, VI, 1-2 «Ma Franco / (il Caudillo) sta meglio», Primo maggio a Bellinzona, 13 «“È festa in cielo oggi” (ora è un altro che parla)» (Orelli 1962).
Benzoni: Azzurra e fosca, 5-6 «Non reciti più “mi sento idiota e stupidosa” e io, / io (è sabato) più oltre sparirò nell’agro del mio cuore», 9-10 «quel sogno / (ricordi?) di topi in soffitta», 11 «azzurro e fosco il mare (l’amore)», Poesia di figlio, 7 «E in me il dolore (la sorte)», Ma sottovoce e dolce, 16 «l’esattezza (“lo splendore”) di un po’ ovunque cercarsi», Presagio in versi, 5 «come questi capelli miei dal tempo (dal peggio)»; Benzoni 2020: Saskia, 10-11 «Saskia al suo seno e un latte / (una luna) di non remoti fuochi», Di giugno, 8 «a mitigarne lo sfarzo (lo spasimo)», Incontro col padre, 5-6 «e io che per vincere / (per vivere!)» (Benzoni 1980).
Simoncelli: Gennaio più freddo d’un morto, 1 «Forse domani (domani?) riuscirò a non perdonare», 11-12 «ma adesso / (adesso!)», Sul falso persiano, 24-25 «dal buio fuggo in tangente tendendo all’azzurro / (più azzurro d’uno squarcio primaverile)», Versi per un pettirosso, 5-6 «Trattenerli in gabbia / (anche volendo) non posso» (Simoncelli 1980).
Valeri: L’alba, 11-12 «come vele ai filtri antelucani / (grumi grigiastri ed assassini!), Autoritratto serale, 23 «spetalati i colori d’un’ultima coppia di rose – stupide rose astiose! –», Canzone dell’amante infelice, 16-17 «Per mano nel parco, vieni, Qualunquemaria / (brevi passi nervosi sulle risa dei sassi)» (Valeri 1980).
I contatti implicano anche singoli e significativi tasselli lessicali: Benzoni, Notizie dalla solitudine, Piazza del lago, 9 «ma senza rimedio ringavagna» è memoria, più che direttamente dantesca (vd. infra), chiaramente orelliana («In poco d’ora», 19 «e ringavagno la speranza»); Benzoni, L’infanzia, 9 «mentre il mare prende e dà memoria» è eco della traduzione orelliana di Hölderlin, Andenken 56-57 «Es nehmet aber / und giebt Gedächtniß die See», incastonata nel primo pezzo del Quadernetto del Bagno Sirena, 1-2 «il mare / che prende e dà memoria»;5 Simoncelli, Sul falso persiano, 14-16 «Sei diventata quella / che volevi – una ricca signora per la cui pelliccia / cento visoni hanno perduto gli occhi –» ricalca invece (come dichiarato in nota dallo stesso autore, vd. Simoncelli 1980: 41) Orelli 1977, A Giovanna, 30-31 «quel cappello / per cui cento pernici sono morte».
Dalla prima lettera a Masè Dari si intuisce che la serata di premia- zione prevedeva la lettura da parte di un attore – Raoul Grassilli – di componimenti scelti dalle opere vincitrici: Orelli ne suggerisce cinque: «In poco d’ora», Dopo Lucca, Dal buffo buio, «C’era davvero il duca...», Sinopie. Questi testi vanno a configurare una sorta di poetico «biglietto da visita» e assurgono, entro certi limiti – primo su tutti l’appartenenza a Sinopie –, al rango di pic- cola selezione antologica personale – che pubblichiamo qui nell’Appendice, affinché il lettore possa agilmente ‘visualizzarla’ e valutarla.
Fatto salvo per la poesia eponima, che per ovvi motivi è presente nella quasi totalità delle antologie italiane e svizzere, si tratta di alcuni dei titoli meno «celebri e consolidati», ma non per questo meno letti o studiati: «In poco d’ora» è antologizzato da Luzzi (1989) e Testa (2005), assieme a Sinopie e altri pochi testi; Dopo Lucca è nell’antologia italiana Krumm-Rossi (1995) e in quella svizzera Castelli-Vollenweider (1976); Dal buffo buio è in Mengaldo (1978) e, assieme a Sinopie, in Bonalumi-Martinoni-Mengaldo (1997); «C’era davvero il duca...» non è in nessuna antologia6.
Questa personale ‘antologia minima’ compendia bene la poetica orelliana: «In poco d’ora» e Sinopie sono i testi più scopertamente danteschi. In entrambi l’argomento è la convergenza della realtà della vita e di quella della morte, attraverso l’incontro e il dialogo – con la giovane che si reca in treno a Zurigo per curare una malattia alla spina dorsale nella prima e con i tre anziani incrociati lungo il tragitto in bicicletta nella seconda –. Se Sinopie esordisce con un incontro ‘dantesco’ in senso lato – l’anziano Marzio che regolarmente ferma Orelli solo per soddisfare la propria curiosità riguardo il nome della moglie di Dante – e poi si articola nella successione non di ‘ombre’ oltremondane, ma di personaggi del mondo quotidiano che «corrono a morte», «In poco d’ora» si rifà in maniera esplicita alla similitudine campestre di Inferno XXIV 1-15 (vd. la nota autoriale, Orelli 1977: 89, 2015: 127) che descrive il succedersi di sgomento e conforto nell’animo di Dante come il riaversi dell’uomo e della natura dopo l’inverno. I tasselli lessicali sono perspicui: l’avvio del canto dantesco, «In quella parte del giovanetto anno», rovesciato da Orelli nel suo incipit, «In quella parte dell’anno non più giovinetto»; l’espressione «ringavagno la speranza» ‘recupero la speranza’, propriamente ‘rimetto nella cesta la speranza’7, che precede immediatamente i versi da cui è estratto il titolo e che vi servono da chiosa: «veggendo il mondo aver cangiata faccia / in poco d’ora», Inferno XXIV, 13-14; senza dimenticare i vv. 8-9, «Ahi, tant’è pallida / che morte è poco più», che rimandano, natural- mente, a Inferno I, 4-7 «Ahi [...] / [...] / [...] / tant’è amara che poco più è morte».
Dopo Lucca è invece un «abilissimo pastiche tematico-ritmico-lessicale su note montaliane» (Scaffai 2015: 162); qualche esempio:
uno scherzo del vento
controcorrente: fitti argenti, scompigli
d’un attimo
(Orelli, Dopo Lucca, 1-3)
Forse nel guizzo argenteo della trota
controcorrente
(Montale, OC, L’estate, 5-6)
Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo
(Montale, OS, Maestrale, L’agave su lo scoglio, 5-7)
*
facevano bizze stupende fingendo le rondini quando
s’impennano nel volo e virano, le foglie
dei gàttici, la gola del ramarro,
le punte dei piedi d’Ilaria
toccate da una luce di bufera.
(Orelli, Dopo Lucca, 5-9)
ed il cavallo
s’impenna tra la calca
(Montale, OC, Carnevale di Gerti, 2-3 – stessa sede metrica)
e ad uno scrollo giù
foglie a èlice
(Montale, OC, Bagni di Lucca, 9-10 – memoria lessicale e timbrico-ritmica; e
si noti anche la coincidenza del toponimo nei titoli delle due liriche)
Il ramarro, se scocca
sotto la grande fersa
dalle stoppie –
[…]
e poi? Luce di lampo
invano può mutarvi in alcunché
di ricco e strano.
(Montale, OC, Mottetti, IX, 1-13 – contaminato con BU, La bufera, 1-2 «La bufera
che sgronda sulle foglie / dure della magnolia»)
Dal buffo buio, «precipitato di conversazioni e giuochi con Giovanna e Lucia bambine» (Orelli 1977: 90; Orelli 2015: 128), è invece il risultato di una poetica connaturata all’intima alleanza di suono e senso. È una poesia velata da presagi di morte (vv. 15 -16: «Pensa: se io fossi una rana / quest’anno morirei», v. 23: «Vedo un morto ferito») il cui argomento è il fare poesia, come rileva De Marchi 2002: 29-30 in riferimento ai versi finali («Era solo per dirti che son qui, / solo per salutarti»):
non importa che cosa si dice, si può anche non dire nulla […] o giocare con le parole […], o pronunciare infantili poeticissime stramberie […]; ciò che conta è comunicare la propria presenza […] a qualcuno che ci stia ad ascoltare. Ridotta ai minimi termini, ricondotta alla sua essenza, la poesia, come forse ogni discorso umano, è una forma di saluto […].
«C’era davvero il duca...», secondo movimento del Quadernetto del Bagno Sirena (che si potrebbe inferire sia stato scelto in questa occasione come omaggio ai compagi cesenaticesi) è un testo, che registra spezzoni di dia- logo con le bambine e tra gli adulti, d’argomento squisitamente civile. Le tematiche sono la memoria e la resistenza al disumano: alla proposta fat- ta da una famiglia di fascisti vicini d’ombrellone, visto il brutto tempo, di una gita a Predappio, Orelli risponde, sfruttando il bisticcio duce-duca, con la visita al Palazzo ducale di Urbino e la visione delle opere eseguite per un ‘campione’ del Rinascimento italiano quale il duca Federico da Montefeltro da Paolo Uccello e Piero Della Francesca (vd. nota autoriale, Orelli 1977: 91, 2015: 129): si tratta, rispettivamente, del Miracolo dell’Ostia profanata – che narra una vicenda avvenuta a un ebreo a Parigi nel 1290, raccontata da Giovanni Villani nella Nuova cronica (libro VIII, capitolo CXLIII), rispecchiante l’antisemitismo medievale – e della Flagellazione di Cristo – che alluderebbe alle sofferenze della Chiesa a causa dei turchi –. La visita avvenne con molta probabilità prima del 1975: termine ante quem per l’occasione della poesia è la notte tra il 5 e il 6 febbraio 1975, durante la quale la Flagellazione di Cristo fu trafugato dal Palazzo Ducale, assieme alla Madonna di Senigallia (sempre di Piero Della Francesca) e alla cosiddetta Muta di Raffaello; tutte le tavole furono poi sequestrate in un albergo di Locarno il 23 marzo 1976 (vd. «Recuperate in un albergo cittadino tre opere d’arte rubate ad Urbino», Giornale del Popolo, 24 marzo 1976: 7).
[1] Lettera di Giorgio Orelli a Federico Masè Dari, 7 novembre 1977.
Busta: formato C6; doppio timbro postale: 6500 BELLINZONA 4 – RA- VECCHIA – 8.11.77; francobollo del valore di 1.50 franchi svizzeri, serie «Architettura e Artigianato» (emesso il 19 settembre 1974), 29 x 24.5 mm, colore verde smeraldo scuro, motivo: il pellicano nel sacrificio di sé, riproduzione del medaglione nel soffitto a botte dell’abbazia di San Giorgio a Stein am Rhein8; indirizzo su 5 righe, dattiloscritto: «Egregio signor | Avv. Federico Masè Dari | Presid. “Centro d’arte e di cultura” | Bologna | Via Castiglione 33», manoscritto: «(ITALIA)»; etichetta per posta raccomandata: R (in rosso), 6500 Bellinzona 4, Ravecchia; n° 146; sulla linguetta di chiusura (ora separata dalla busta), il mittente, manoscritto, su tre righe: «Exp. Giorgio Orelli . Bellinzona | (Svizzera) | Via Belsoggiorno 14».
Lettera: foglio formato A4; margini: 40 mm (sinistra), 5~12 mm (destra); piegato 2 volte, prima sul lato corto, poi su quello lungo; dattiloscritta; nota finale manoscritta (penna inchiostro blu – come anche «Suo» e firma).
[2] Lettera di Giorgio Orelli a Federico Masè Dari, 23 dicembre 1977.
Busta: formato C6; timbro postale: 6500 BELLINZONA 4 – RAVECCHIA – 27.12.77; francobollo del valore di 0.80 franchi svizzeri, serie «Paesaggi» (emesso il 30 agosto 1973), 25 x 30 mm, colori rosa, verde smeraldo-giallo, motivo: Gasthaus Adler, Ermatingen (Thurgau)9; indirizzo su 5 righe, mano-scritto: «Egregio | Avv. Federico Masè Dari | Pres. Centro d’arte e di cultura | 40124 Bologna | Via Castiglione 33»; sulla linguetta di chiusura (ora separata dalla busta) non è indicato il mittente.
Lettera: foglio formato A4; margini: 42 mm (sinistra), 12~22 mm (destra); piegato 2 volte, prima sul lato lungo, poi su quello corto; dattiloscritta; firma: penna inchiostro blu.
Nella trascrizione delle lettere si riproducono le scelte grafiche (maiuscole, sottolineature, rientri, etc.) dell’autore.


In quella parte dell’anno non più giovinetto
che tuttavia uno, se muore, muore d’inverno,
la ragazza che viaggia sul diretto
del San Gottardo, in diagonale
con me e di fronte all’anziana signora
che l’accompagna (parlano insieme tedesco)
è ticinese, torna a Zurigo per cura,
ed io penso: «Ahi, tant’è pallida
che morte è poco più. Certo ha i giorni contati
(mi ha detto che non va meglio), forse
questa compita signora è la moglie del medico... Spesso
così: quando uno, nel Ticino, dopo aver speso soldi e soldi,
gli dicono
che non c’è più niente da fare,
va a Zurigo. O a Lourdes».
Poi, durante la sosta
in non so quale stazione, sentiamo improvvisa la pioggia
picchiare sul tetto del treno, ed io dico: «Laggiù nel Ticino
non piove da mesi, perciò mi rallegra quest’acqua»,
ed è allora che tutto si sposta come tra sole e pioggia
e ringavagno la speranza, ché la ragazza, venuta a sedersi
fra la signora e me, dice a un tratto che il male di cui soffre
non è poi tanto grave, si tratta soltanto
di una storia un po’ lunga alla spina dorsale,
ed è contenta, pallida di un pallore consueto.
DOPO LUCCA
Tu credevi che fosse uno scherzo del vento
controcorrente: fitti argenti, scompigli
d’un attimo, là, presso gli scogli del molo.
Ma erano le acciughe: lontane dai pesci più grossi
facevano bizze stupende fingendo le rondini quando
s’impennano nel volo e virano, le foglie
dei gàttici, la gola del ramarro,
le punte dei piedi d’Ilaria
toccate da una luce di bufera.
DAL BUFFO BUIO
Dal buffo buio
sotto una falda della mia giacca
tu dici: «Io vedo l’acqua
d’un fiume che si chiama Ticino
lo riconosco dai sassi
Vedo il sole che è un fuoco
e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
Devo dire una cosa alla tua ascella
una cosa pochissimo da ridere
Che neve bizantina
Sento un rumore un odore di strano
c’è qualcosa che non funziona?
forse l’ucchetto, non so
ma forse mi confondo con prima
Pensa: se io fossi una rana
quest’anno morirei»
«Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?
Vedi i topi andarsene compunti
dal Centro Storico verso il Governo?»
«Vedo due che si occhiano
Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio
Vedo un fiore che c’era il vento
Vedo un morto ferito
Vedo il pennello dei tempi dei tempi
il tuo giovine pennello da barba
Vedo un battello morbido
Vedo te ma non come attraverso
il cono del gelato»
«E poi?»
«Vedo una cosa che comincia per GN»
«Cosa?»
«Gnente»
(«Era solo per dirti che son qui,
solo per salutarti»)
II
«C’era davvero il duca? e perché non è morto
vecchio? Gli è capitato qualcosa?
Perché ha il naso così? Perché era ricco
e aveva così tante stanze? Perché suo figlio
non ha avuto neanche un figlio? E queste scale
perché non gliele fanno anche alla nonna?»
«C’era, c’era davvero. Te lo racconterà
la mamma. Io quel che posso dirti,
adesso, è che quel duca, quel Federico, era come
il re di picche, viveva di profilo.
Gli altri duchi ce l’avevano intera,
la faccia, ma valevano la metà.»
Col brutto tempo, al mare,
in una pensione gonfia di bambini.
Qualcuno dei nostri vicini d’ombrellone, due madri,
l’una figlia dell’altra, avevano deciso
di andare a Predappio, o meglio, lo aveva deciso
il marito (di quale?), industriale del nord.
Lo dissero, invitandola, a mia moglie.
«Predappio?», fa la poverina, «a Predappio a far che?»
«Ma a Predappio c’è il duce», dice la madre giovane.
«Sai, la signora è svizzera», dice la madre anziana.
«Pure», insinua la giovane, «ci sono
simpatizzanti anche lassù.»
E così, mentre quelli andavano a Predappio,
non certo a meditare sul nodo e la catastrofe,
sì per fortificare
il mito,
io, mia moglie e le due figliuole viaggiammo in una valle
stupendamente pezzata, sparsa di
lingotti d’oro bianco, finché, tra due colline,
là dove i bambini nei loro disegni mettono il sole,
scorgemmo, rosa vecchio, Urbino.
Dentro, profanavano l’ostia, flagellavano Cristo.
Ce n’è uno, si chiama, credo, Marzio,
ogni due o tre anni mi ferma che passo
adagio, in bicicletta, dal marciapiede mi chiede
se Dante era sposato e come si chiamava sua moglie.
«Gemma», dico, «Gemma Donati.» «Ah sì, sì, Gemma»,
fa lui, con suo sorriso, «grazie, mi scusi.»
Un altro,
più vecchio, che incontro più spesso, son sempre io a salutarlo
per primo, e penso: forse si ricorda
d’avermi aiutato, una notte di pioggia e di vento ch’ero uscito
per medicine, a rimettermi in sesto con suoi ferri (a quell’ora!)
una ruota straziata dall’ombrello.
Un terzo, quasi centenario, sordo, per solito
se appena mi vede grida: «Uheilà, giovinotto», e dal gesto si capisce
che mi darebbe, se potesse, una pacca paterna sulla spalla,
ma talora si limita a sorridermi, o, ad un tratto, eccitato
esclama: «Ha visto! La camelia è sempre la prima a fiorire»,
o altro, secondo la stagione.
D’altri
pure vorrei parlare, che sono già tutti sinopie
(senza le belle beffe dei peschi dei meli)
traversate da crepe secolari.

